Erano belli i tempi in cui giocavamo per strada, liberi e spensierati. Interi pomeriggi e giornate estive trascorsi a tirare calci ad un pallone...

Erano belli i tempi in cui giocavamo per strada, liberi e spensierati. Interi pomeriggi e giornate estive trascorsi a tirare calci ad un pallone (e qualche volta pure a qualche amico) senza che le inquietudini della vita potessero minimamente toccarci.

E, nei nostri ricordi, ci sono alcune frasi che sono rimaste indelebili. Sono le frasi che pronunciavamo più spesso quando scendevamo in strada a giocare.

Le abbiamo raccolte per rinfrescarvi la memoria. Ecco a voi le 10 frasi tipiche che pronunciavamo quando giocavamo a calcio in strada.

1. “Non lo so, il pallone non è mio”

Appena arrivati al campo, o più semplicemente nel cortile sotto casa, la voglia di giocare era tanta, troppa. Ma prima di poter scendere in campo, bisognava superare l’ostacolo più grande, trovare il coraggio di chiedere di essere inseriti nella partita in corso.

E quindi, immancabilmente, bisognava chiedere a chi di dovere se era possibile giocare. La risposta, immancabilmente, era che bisognava chiedere il permesso al proprietario del pallone. Che, nella quasi totalità dei casi, non si trovava mai. O non si voleva trovare. Infami.

2. “L’ultimo va in porta”

Poteva poi capitare di essere così fortunati da essere ammessi a giocare insieme agli altri che già occupavano il terreno di gioco dalle prime ore del pomeriggio (o della mattinata, nel caso fosse estate). Solo che in genere, quando venivamo ammessi a giocare, ci toccava una tortura tipica ed inevitabile. Infatti, la regola non scritta ma inviolabile e sacra, recitava che l’ultimo era destinato ineluttabilmente a mettersi in porta, per uscirne chissà quando. In genere, quando arrivava qualche altro bambino da spedire tra i pali (zainetti) al motto di “l’ultimo va in porta”.

Una volta preso posto a difesa della porta, la frase di rito era quasi sempre la stessa: “tirate piano che mi fate male”. E poi, ovviamente, giù di mine e siluri.

3. “MACCHINAAAAAAAAAA”

La partita è nel pieno del suo svolgimento, la tensione è al massimo e l’agonismo a livelli esagerati. E’ già volato qualche ceffone, pure. Solo che, all’improvviso, qualche perturbatore della quiete pubblica decide di irrompere all’interno del nostro rettangolo di gioco con il suo veicolo a motore, interrompendo un’azione pericolosissima.

Per cui la difesa, pronta per essere bucata, inizia a urlare all’impazzata. MACCHINAAAAAA! MACCHINAAAAAAA! Una volta scampato il pericolo, il regolamento prevedeva che si dovesse riprendere il gioco con i calciatori nelle stesse identiche posizioni in cui si era fermato. Ma, sistematicamente, i difensori recuperavano un paio di metri oppure l’attaccante provava a spiegare che era arrivato a un metro dalla porta. E allora giù di litigate.

4. “Chi tira fuori la va a riprendere”

Quando si giocava in posti in cui Dio era stato poco clemente, la possibilità che il pallone finisse in burroni, vallate, scarpate oppure che potesse andare a finire in sterminati campi di grano. E, ovviamente, scattava la polemica per chi dovesse andare a prendere il pallone. I più ardimentosi sostenevano che fosse compito del portiere andare a raccogliere la sfera rischiando la vita.

I più pragmatici, invece, rimanevano fedeli alla regola che prevedeva che “chi tira la va a riprendere”. I più infami, dopo aver tirato il pallone a settecento metri di distanza, salutavano la compagnia adducendo le scuse più implausibili. “Mi ha chiamato mamma, devo andare a cenare”. Anche se erano le 16.

5. “Non vale, voi avete la porta più piccola!”

Quando le porte erano costituite da zainetti e giubbini ammassati per terra, molto frequenti erano le polemiche sulle dimensioni delle porte. Anche perchè i più scafati (i più delinquenti) tra di voi sicuramente erano dediti alla pratica di rimpicciolire un passo alla volta la loro porta, approfittando degli attimi di distrazione generale.

Per cui, quando un pallone finiva a pochi centimetri dal palo, qualcuno di occhio attento, provava a sollevare la questione. “Ma la vostra porta è più piccola! Misuriamo i passi!“. In genere, se non finiva a schiaffi, finiva con un’altra delle frasi tipiche del calcio di strada. GOL O RIGORE?

6. “Rifacciamo le squadre?”

Quando non avevate delle squadre fisse (le partite più belle, rivalità accese che finivano sempre in rissa), uno dei drammi più grandi era quello di dover fare delle squadre equilibrate. E, quando quelle squadre non erano poi così equilibrate, poteva manifestarsi l’evidente necessità di rimettere in pari le cose. Per cui, quelli che stavano perdendo (o quelli che non si divertivano a vincere contro degli inetti) pronunciavano la fatidica richiesta di mescolare le carte in tavola.

Qualcuno giura di aver sentito la stessa frase, più di qualche volta, al Camp Nou, ieri sera, pronunciata dai calciatori della Roma.

7. “Passalaaaaaaaaaaaaaaaaa”

C’era sempre, l’infame che la palla non la passava MAI. Anzi, magari eri proprio tu. Prendeva il pallone dalla difesa, e provava a scartare tutti. Se era in grado di giocare al pallone, la cosa poteva anche far piacere, visto che ti portava alla vittoria. Il problema era che, nel 90% dei casi, il ragazzino che si esibiva in questo tipo di giocata, il calcio non sapeva neppure dove stava di casa.

Per cui, il terreno di gioco si riempiva di gente che urlava, nella maniera più becera possibile, al disgraziato con il pallone tra i piedi, di coinvolgere i propri compagni nelle sue scorribande. Indovinate come finiva? A ceffoni, naturalmente.

8.” Chi fa questo vince”

Non importava il punteggio. Non importava cosa fosse successo fino a quel momento. Non importava niente di tutto questo. Arrivati intorno alla fine della giornata, con le ginocchia sbucciate, le mani luride e le scarpe al limite del logorio, arrivava sempre l’idea geniale del fenomeno di turno. Che, di solito, e stranamente, era anche quello la cui squadra stava perdendo dai 5 gol di scarto in su.

“Dai, chi fa questo vince!”, questa l’esclamazione che si poteva sentire verso la fine del pomeriggio su un qualsiasi campetto di periferia. Molte volte la riposta (pure giusta, per carità di Dio) era “STOCAZZO”, tante altre volte la proposta veniva accettata e ci si lanciava in una corrida all’ultimo sangue per segnare quel maledetto golden gol.

9. “Basta, me ne vado!”

Quando non ce la facevamo più, quando le cose si erano fatte troppo tese, quando stavamo perdendo 15-0, quando nessuno ci passava la palla, quando le botte ricevute erano troppe. Insomma, quando il limite dell’umana sopportazione di un ragazzino giungeva al culmine, era il momento di pronunciare la fatidica frase, che, però, nel 95% delle volte era una minaccia mai seguita da una reale fuga verso casa.

Se eravate uno dei tanti, quasi sicuramente, vi avrebbero lasciato tornare a casa senza problema alcuno. Ma, se la minaccia veniva dalla bocca del proprietario del pallone, le cose cambiavano. E tutti si prodigavano per cercare di risolvere il problema che affliggeva il povero ragazzino.

10. “Ancora 5 minuti!”

Uno dei nemici più temuti, forse il nemico più temuto di sempre, era la voce della mamma che, affacciata al balcone, urlava imperterrita di tornare a casa, minacciando ogni sorta di ritorsione. E noi, ogni santo giorno, ogni santa volta, di tornare a casa a cenare, anche se erano le 22, non volevamo saperne. E continuavamo a urlare, di rimando, “Ancora 5 minuti”.

Quei 5 minuti potevano durare anche un paio d’ore, nel caso di partite tese oltre il limite. Se esageravamo, scendeva direttamente la mamma a richiamare tutti all’ordine. Se invece l’avevamo combinata grossa, arrivava papà, armato delle peggiori intenzioni e con tanti schiaffi nelle mani pronti ad essere recapitati al destinatario.