Frank de Boer: oltrepassare la linea Frank de Boer: oltrepassare la linea
Esiste uno spazio ben preciso, una linea immaginaria tesa a delimitare un territorio (quasi) invalicabile. Oggi la chiamano comfort zone, ma il termine non... Frank de Boer: oltrepassare la linea

Esiste uno spazio ben preciso, una linea immaginaria tesa a delimitare un territorio (quasi) invalicabile. Oggi la chiamano comfort zone, ma il termine non è poi così azzeccato. Per esempio, immaginate che il territorio in questione sia l’Olanda. La cara, vecchia e freddissima Olanda. Fatto? Ecco, adesso immaginate un ragazzo: occhi chiari, fronte alta, mento pronunciato.

Il suo nome è Franciscus de Boer, per tutti Frank. Ma non è un ragazzo comune. Soprattutto, non è comune il rapporto che intercorre fra lui e il proprio Paese. In pochi forse se ne sono accorti al momento del suo arrivo a Malpensa, ma tra de Boer e l’Italia (intesa allo stesso tempo come nazione, come cultura, come pensiero) ci corrono svariati anni luce. De Boer è Baruch Spinoza. E’ Jan Vermeer.

E’ il dannato principe Federico dei Paesi Bassi. Un suo capello contiene più Olanda che un intero piatto di bruine bonensoep. Terzo per numero di presenze nella storia della Nazionale oranje. Oltre 400 apparizioni con la maglia dell’Ajax, dal 1988 al 1999, senza contare il periodo trascorso nel settore giovanile. Quattordici titoli alzati da giocatore e cinque da allenatore con i bianco-rossi di Amsterdam. Quattro stagioni e mezzo trascorse nel club più “olandese” di Spagna, il Barcellona di Louis van Gaal, Patrick Kluivert e Phillip Cocu.

Ma perché mai un simile figlio del Nord-Europa dovrebbe abbandonare la terra natia per approdare a mille chilometri di distanza? Così, all’improvviso, dopo il cratere che si è aperto tra Roberto Mancini e la dirigenza dell’Inter. Vi diranno che lo scorso 8 maggio è accaduto un evento piuttosto importante. Piuttosto tragico. Quella Eredivisie era già nelle mani dei lancieri. Niente di funesto all’orizzonte, soltanto una passeggiata sul campo del retrocesso De Graafschap. E poi di corsa negli spogliatoi, a festeggiare il titolo. Il club di casa è stato così gentile da preparare persino una torta, per congratularsi con i neocampioni.

Dai, arbitro, fai passare questi novanta minuti ché il pullman scoperto ci aspetta. Ma il match si dimostra più tosto del previsto. Il De Graafschap rischia subito di bucare Cillessen, poi un fuorigioco inesistente fischiato a Younes invalida il vantaggio bianco-rosso. Non sarà il segno di un pomeriggio maledetto, vero? Ecco, per fortuna Younes ha una seconda occasione e non se lo fa ripetere: 1-0. Dai, che lo champagne è pronto in frigo. Il PSV sta vincendo contro lo Zwolle, siamo a pari punti, ma chi se ne frega: gli scontri diretti ci premiano, siamo campioni ormai. Invece no, Smeets trova un sinistraccio dal limite dell’area e pareggia.

Ma si può perdere un campionato così? Sì, senza dubbio. Entra El Ghazi al posto di Milik, ma il risultato non cambia. Il PSV alza lo scudo dell’Eredivisie all’ultima giornata. “Mi ricorda la mancata finale di Euro 2000” dichiarerà de Boer, distrutto, nel post-partita. Sedici anni prima, quando sbagliò due rigori contro l’Italia allenata da Zoff. Altri tempi, stesso lancinante dolore. Sì, vi diranno che è questo il motivo per cui Frank ha lasciato l’Olanda. Ha gettato la spugna dopo l’umiliazione. Vi diranno che è stata una fuga, non una programmazione. Fesserie.

La verità è che nell’uomo de Boer c’è qualcosa in più rispetto al mero attaccamento alla nazione. E’ il coraggio. Ci vuole coraggio per giocare come difensore centrale in una squadra di fenomeni. Ce ne vuole una bella dose per “rubare” una punizione a uno di quei fenomeni e spararla comunque all’incrocio dei pali. Con quel sinistro poco commerciale, che ha incantato più di una volta il Camp Nou. Ci vuole coraggio per dire sempre ciò che si pensa. Come alla vigilia di Barcellona-Manchester United, finale di Champions League del 2011. “Per chi tifo stasera? Ho un trascorso blaugrana, ma spero tanto che il mio amico van der Sar alzi la coppa”.

Ci vuole coraggio per diventare fautori di quella che è stata rinominata velvet revolution, la rivoluzione copernicana promossa da Johan Cruijff all’interno del sistema Ajax. In poche parole: rinforzare l’academy, sfornare campioni, tornare ai fasti dell’epoca di Rinus Michels. La comfort zone è massiccia. Quasi invalicabile. Tu e tuo fratello gemello Ronald, che ti segue ovunque (insieme all’Ajax, al Barça, ai Rangers, in Qatar). Tu e la tua cultura, il tuo club, il tuo Paese. Tutto molto familiare e piacevole, vero Frank? Ci vuole molto coraggio per superare quella linea. Dopotutto, il coraggio ha sempre vestito un po’ di nerazzurro.

Mattia Carapelli
twitter: @mcarapex

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