Sangue, sudore, sacrificio: Franco Baresi, il Libero Sangue, sudore, sacrificio: Franco Baresi, il Libero
Scirea era più elegante. Non so se fosse, o sia, una qualità, ma non mi viene in mente una sua rudezza. Baresi, invece, di... Sangue, sudore, sacrificio: Franco Baresi, il Libero

Scirea era più elegante. Non so se fosse, o sia, una qualità, ma non mi viene in mente una sua rudezza. Baresi, invece, di botte ne ha date. Ma come guida la difesa – e talvolta, addirittura la squadra – non la guida nessuno. Formidabile. (Gianni Agnelli)

Ci sono giocatori che hanno indossato una e una sola maglia. Che quella maglia l’hanno fatta diventare una seconda pelle, anzi, di più. Prima c’era la maglia, poi la pelle. Giocatori che hanno legato, indissolubilmente, il loro nome a quello della loro squadra. Pensi a loro, e li vedi, lì, fermi, immutabili, sempre e soltanto con quella maglia addosso. Quella maglia con cui hanno conquistato la gloria, quella maglia che si sono cuciti addosso, quella maglia che, una volta indossata per l’ultima volta e riposta con cura, con amore, romanticamente, in un cassetto della memoria, adesso è diventata una bandiera. E splende, forte e possente, nel firmamento degli eroi. Giocatori che si sono consegnati alla storia di un calcio che non c’è più, per davvero.

Un calcio in cui essere bandiere, essere simboli, significava esserlo fino in fondo. Significava tatuarsi indelebilmente un nome sul cuore e rimanere immortali. Un calcio in cui essere Franco Baresi significava essere il Milan. Un calcio in cui essere Franco Baresi significava essere il libero per antonomasia.

In campo, Franco, è sempre stato il numero uno. In famiglia, invece, no. Suo fratello Beppe, altro monumento dell’Inter. Ed è proprio il fratello Beppe che nel 1974 Franchino (così all’anagrafe) vorrebbe raggiungere quando si presenta al campanello nerazzurro per un provino. ” Magari torna l’anno prossimo, quando sarai un po’ più cresciuto, va bene? “. Non ci tornerà più al campanello della porta nerazzurra il piccolo Franco, perchè il Milan sarà più veloce ad accaparrarselo, disegnando una delle tante sliding doors di cui è costellata la storia del football. Da quel provino del maggio del 1974, Franco metterà su qualche altr centimetro, e, giorno dopo giorno, si guadagnerà il suo posto al centro della difesa.

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Quello che diventerà un giorno il suo posto nel mondo, il suo posto di comando, il suo pezzo di terra sul quale esercitare indiscusso la sua potestà. Ci passerà vent’anni così, Franco Baresi. In mezzo alla difesa, davanti al portiere. Ultimo baluardo da superare prima di presentarsi, in solitaria, dinanzi al numero uno rossonero, chiunque egli fosse. E, fidatevi, non era impresa facile superare quell’ultimo baluardo, quel ragazzo silenzioso ma duro, riservato ma carismatico. Quando c’era Franco Baresi in mezzo alla difesa, ci si poteva serenamente mettere l’anima in pace. Non si passava, punto e basta.

Fa l’esordio a Verona, in un campo che, in quei tempi, al Milan non era proprio gradito. Fa l’esordio in un calcio d’altri tempi, tanto è vero che le immagini dell’esordio di Baresi, il 23 aprile del 1978 sono inevitabilmente in bianco e nero. E’ Nils Liedholm a lanciare in campo, coraggiosamente quel ragazzino nemmeno diciottenne in campo a Verona. Ed è proprio Nils Liedholm a dirgli che da lì Franco non si sposterà mai più. In tutti i sensi.

Nemmeno quando il Milan lascerà per due volte la serie A, una volta per lo scandalo scommesse e un’altra volta per rendimento sportivo. Franco Baresi resterà lì, al suo posto. A comandare i compagni della difesa, ad orchestrare ogni singolo movimento di chi gli sta intorno, come un direttore d’orchestra che non ha bisogno di tenere lo spartito sott’occhio, perchè lui quei movimenti ce li ha nel sangue, ce li ha nella testa. Indelebili e incancellabili. Fino al giorno in cui al Milan si presenta Arrigo Sacchi. Il giorno in cui Franco Baresi passerà alla cassa, a riscuotere il suo premio fedeltà. Quello che gli spettava per non aver abbandonato la barca che era affondata giù negli inferi del campionato cadetto.

Baresi-Ancelotti-Gullit. C’era un pilastro per ogni reparto nel Milan di Sacchi. Ma il mister di Fusignano avrebbe preferito farsi tirare via ogni goccia del suo sangue piuttosto che privarsi del suo libero al centro della difesa. E’ dalle fondamenta della difesa che si costruiscono i successi del calcio moderno, e Sacchi lo sa. E’ Baresi ad avere in mano le chiavi del cancello. E’ lui che decide quando si passa e quando no. Stranamente, non si passa mai.

Essere Franco Baresi significa essere leader, essere capitano, essere guida e anima della squadra. Capitano d’anime prima che capitano di giocatori. Significa sacrificarsi, e non solo metaforicamente. Significa mettere a repentaglio anche la propria salute. E’ il 1994. L’irripetibile Mondiale statunitense. Sulla panchina azzurra c’è, guardacaso, Arrigo Sacchi. E la sua nazionale è un meccanismo perfetto, che funziona in maniera quasi automatica, ingranaggio per ingranaggio.

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Tranne per due figure. Una sta davanti, e ha in mano la licenza poetica che può prendersi in ogni istante di quei 90 minuti. Ha il codino, il numero 10 sulle spalle e un talento che abbaglia. L’altro sta dietro, ha il numero 6, la fascia di capitano e ha il controllo di tutti gli altri ingranaggi. Ed è per quello che quando il suo menisco fa crac, al Giants Stadium di New York, contro la Norvegia, tutti pensano che il Mondiale dell’Italia sia praticamente finito. Ci penserà l’altro, fortunatamente, a trascinarci, di peso, sulle ali della sua sconfinata fantasia, alla finale del Rose Bowl di Pasadena, il 17 di luglio.

E il 17 di luglio, dopo un intervento e un miracoloso recupero, la fascia di capitano è di nuovo sul braccio del suo legittimo proprietario. Nuovamente sul braccio del nostro numero 6. Nuovamente sul braccio di Franco Baresi, che, soffrendo come un cane, buttando il cuore oltre l’ostacolo, disputa una partita da tramandare ai posteri. Fino all’epilogo dei rigori. Il triste epilogo dei rigori. Dove, oltre a Massaro, sbagliano i due che hanno le redini della squadra in mano. Quello con la fascia di capitano e quello con il Codino. Allo stesso modo, con lo stesso esito. Il pallone che vola oltre la traversa, le mani tra i capelli, la disperazione sul volto. Perchè non si può essere Franco Baresi senza soffrire. Non si può diventare una bandiera senza aver versato sangue, sudore e lacrime in abbondanza.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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