Francia 1998, la Giamaica ai Mondiali Francia 1998, la Giamaica ai Mondiali
Nel 1998 la Giamaica partecipa per la prima volta ai Mondiali. Il Ct brasiliano Renè Simoes racconta l’esperienza in Francia dei Reggae Boyz, nel... Francia 1998, la Giamaica ai Mondiali

Nel 1998 la Giamaica partecipa per la prima volta ai Mondiali. Il Ct brasiliano Renè Simoes racconta l’esperienza in Francia dei Reggae Boyz, nel libro “Cenerentola ai Mondiali” di Matteo Bruschetta.

“La buona prova alla Gold Cup del febbraio 1998 ci confermò che potevamo giocarcela con tutti, non andavamo ai Mondiali come squadra materasso.

L’ho spiegato di persona anche al mio collega Cesare Maldini, Ct dell’Italia. Prima dello spareggio tra Italia e Russia, Maldini si lamentò che, pur di favorire una Giamaica qualsiasi, la Fifa avrebbe lasciato a casa una grande d’Europa. In marzo lo incontrai a Parigi, durante una riunione di tre giorni organizzata dalla Fifa, ed educatamente invitai a Kingston lui e sua moglie per dimostrargli che il nostro calcio non era spazzatura. Avreste dovuto vedere la sua faccia, non sapeva cosa dire.

Da gennaio a maggio, abbiamo disputato una ventina di partite di preparazione, in Giamaica, Inghilterra, Galles, Iran, Francia, Corea del Sud e Stati Uniti. A Manchester e Londra, siamo stati festeggiati da migliaia di anglo-giamaicani e fu un grande piacere ricevere tanto affetto lontano da casa. Durante la trasferta inglese, ci furono però anche delle incomprensioni. La prima riguardava la questione stipendi e premi. I calciatori, guidati dal capitano Barrett, chiesero più soldi al presidente Burrell, che reagì in modo stizzito. Dopo sei ore di discussione, le due parti arrivarono a un compromesso. L’altra novità era che Burrell aveva stretto un accordo con la tv inglese Channel 4. Una loro troupe televisiva ci seguì diversi giorni per filmare un documentario intitolato “Reggae Boyz”. Io non ero d’accordo che qualcuno venisse a ficcare il naso nei nostri affari, ma la federazione fu irremovibile perché credeva che quel documentario avrebbe aumentato la nostra popolarità.

Prima di partire per la Francia, ci siamo presi la soddisfazione di sconfiggere i brasiliani del Santos, sotto gli occhi di Pelé, in visita in Giamaica. L’ultimo impegno pre-mondiale fu a New York, una partita di beneficienza contro una selezione all-star caraibica. Nel nostro stesso aereo, si era imbarcato anche Walter Boyd, che non convocavo da febbraio per i noti motivi disciplinari. Venne a sedersi vicino a me per provare a farmi cambiare idea, ma gli confermai che lo avrei escluso dalla lista dei ventidue.

La sera stessa, ho ricevuto una telefonata nella mia camera d’albergo: era di nuovo Boyd che chiedeva un incontro. Rifiutai ma Walter venne lo stesso in hotel e insistette per parlare con me. Durante quella conversazione, il ragazzo mi guardò per la prima volta negli occhi e toccò le corde giuste del mio cuore. Fu commovente e sincero. Con gli occhi lucidi, mi parlò delle sue aspirazioni personali, della sua famiglia e dell’amore per la sua nazione. Persino la madre Rhona gli aveva proibito di dormire nella sua casa, nel quartiere operaio di Nannyville, se non mi avesse chiesto scusa. La notte pensai molto a quell’incontro e la mattina seguente, vedendo Boyd firmare autografi con le lacrime che gli rigavano il volto, mi convinsi che meritava un’altra chance. Un buon cristiano deve sapere perdonare e in vita mia non avevo mai visto una simile dimostrazione di umiltà. Parlai con la squadra e misi ai voti la decisione di reintegrare Walter: in quindici dissero di sì, dunque mi convinsi a portarlo in Francia.

Il 3 giugno siamo arrivati nel nostro ritiro di Arc-en-Barrois, 200 chilometri a sud-est di Parigi. C’era molta curiosità attorno ai miei Reggae Boyz, ma io dovevo fare da pompiere, non potevo permettere distrazioni. Una delle poche concessioni era lo stereo con il reggae a tutto volume in pullman. Nei giorni precedenti all’esordio, ci furono ulteriori discussioni su premi e bonus, tra i giocatori e Burrell. Il capo della JFF accordò un gettone di 8000 dollari ai titolari e di 4000 ai subentrati. Ai giocatori dissi che ero deluso: invece di accettare il gettone di presenza, dovevano chiedere degli incentivi in caso di vittoria o passaggio del turno. Li accusai di accontentarsi, di avere paura, di non credere nelle loro potenzialità.

Il nostro primo avversario era la Croazia, un’altra nazionale all’esordio ai Mondiali, che poteva contare su campioni come il regista del Milan, Zvonimir Boban e il bomber del Real Madrid, Davor Šuker. Nei giorni precedenti al match, mi sono recato nella cittadina termale di Vittel, a visionare un loro allenamento, camuffato con un cappellino. Il mio collega Miroslav Blažević mi scoprì e mi regalò un video con una partita della sua Croazia, non so se per gentilezza o per prendermi in giro. Io invece non volevo dare nessun vantaggio ai nostri avversari. Qualche giorno dopo, vietai l’ingresso ai giornalisti (o spie?) argentini, croati e giapponesi, venuti a vedere il nostro allenamento. La Fifa si arrabbiò e minacciò sanzioni contro di noi.

Con i giornalisti non ho mai avuto un buon rapporto. Spesso quelli giamaicani mi facevano arrabbiare, come quando pubblicarono sul “Sunday Herald” il mio stipendio di 20.000 dollari mensili, un’enormità rispetto agli standard giamaicani. Nella conferenza stampa successiva, precisai che i dollari erano invece 25.000 e che ero il Ct meno pagato dei trentadue ai Mondiali. Non fu l’unico problema che mi crearono i media. Nel nostro hotel trasmettevano canali stranieri, tra cui Channel 4, e la sera precedente all’esordio contro la Croazia, abbiamo guardato tutti assieme il documentario su di noi, intitolato “Reggae Boyz”. Sarebbe stato meglio tenere la tv spenta, quella sera.

Il regista Rupert Harris incentrò il film sulla netta contrapposizione tra lo stile di vita dei calciatori cresciuti in Giamaica e di quelli cresciuti in Inghilterra. Aveva descritto i giamaicani come poveri e stupidi, mentre gli inglesi come ricchi e ambiziosi, mettendo in evidenza i loro vestiti eleganti e le loro auto potenti. Fitzroy Simpson in particolare fece la figura del calciatore viziato, a cui interessano solo i soldi. Il documentario si concentrava solo sugli aspetti negativi, invece che celebrare l’incredibile traguardo raggiunto. Un’ora di tv spazzatura aveva mandato all’aria mesi di lavoro, per creare una bella atmosfera all’interno del gruppo.

Sono certo che quel film abbia influito negativamente sulla squadra, nella partita contro la Croazia. Ricordo comunque quel 14 giugno con grande piacere. Per chi fa il mio mestiere, allenare una nazionale ai Mondiali è il massimo, soprattutto se ti sei guadagnato la qualificazione sul campo. Il momento più bello dei sei anni alla guida dei Reggae Boyz fu ascoltare l’inno giamaicano prima dell’esordio a Lens.Jamaica, Land We Love” (Giamaica, la terra che amiamo) non poteva descrivere meglio i miei sentimenti verso l’isola. In quei momenti, ho ripensato a quanto avevamo lavoravo duro, a quanta strada avevamo percorso, per raggiungere quel traguardo.

Il primo tempo fu molto equilibrato e rischiammo di passare in vantaggio con un colpo di testa di Robbie Earle, salvato sulla linea da Robert Jarni. Alla mezz’ora arrivò invece il gol croato, con un tap-in di Mario Stanić. I miei ragazzi però non si demoralizzarono e pareggiarono a un minuto dall’intervallo, con un gran colpo di testa di Earle, su cross dalla sinistra di Gardner. La mia squadra stava giocando alla pari contro i più quotati avversari, che avevano però un asso nella manica: Robert Prosinečki, uno di quei giocatori che può risolvere una partita da solo. Al 53’ il biondo fantasista ha ingannato un nostro difensore con una finta a pochi metri dalla linea di fondo e, invece di crossare, ha calciato una parabola maligna sul secondo palo. Un gran gol, nulla da dire. Al 70’ arrivò anche il 3-1 finale di Šuker. Purtroppo abbiamo pagato dazio alla nostra inesperienza, specie nei due primi gol, subiti su calcio piazzato. Dal campo non siamo comunque usciti sconfitti: la Croazia ha segnato due gol più di noi, ma la Giamaica ha imparato di più degli avversari. Ogni volta che impari qualcosa, sei un vincitore.

Due giorni dopo l’esordio, ho convocato una riunione con tutti i giocatori. Ho usato parole forti, li ho punti nell’orgoglio, perché vedevo un gruppo col morale basso, già pronto a rientrare a casa sconfitto. Non riconoscevo la vera Giamaica, quella capace di sognare. In pochi, tra cui i giocatori stessi, credevano che avessimo ancora possibilità di qualificarci. Nella seconda partita, al Parco dei Principi di Parigi, l’avversario era un gigante del calcio: l’Argentina di Gabriel Omar Batistuta, Juan Sebastián Verón, Diego Pablo Simeone e tanti altri campioni. Rispetto all’esordio, ho cambiato tre titolari e schierato un più prudente 4-4-2, con Darryl Powell in marcatura a uomo sul numero dieci argentino Ariel Ortega, l’uomo che temevo di più. Non andò secondo i piani: alla mezz’ora Ortega segnò l’1-0 e un minuto prima dell’intervallo “Pow-Pow” fu espulso per un fallo sul “Burrito”.

Nella ripresa siamo crollati: Ortega ne ha segnato un altro, poi si è scatenato Batistuta, autore di una tripletta. Più che il 5-0, non mi era andato giù il comportamento dei ragazzi. I “giamaicani” non coprivano né aiutavano gli “inglesi”, era palese riguardando il video della partita. Nella riunione con la squadra, mostrai loro le immagini e dissi che bisognava mettere da parte i rancori e tornare a remare tutti dalla stessa parte. Purtroppo il documentario aveva creato delle crepe enormi e si sommava ai problemi dei premi non pagati. I giocatori non erano concentrati al 100% sul campo, pensavano ad altro.

Siccome eravamo a Parigi, abbiamo sfruttato il giorno libero per andare in gita a Disneyland, un modo per alzare il morale della truppa. Avevamo perso le speranze di superare il turno, ma non quelle di vincere una partita ai Mondiali. L’ultima occasione era contro il Giappone, il 26 giugno allo Stade Gerland di Lione. Anche i nipponici erano già eliminati, avendo perso 1-0 le loro partite contro Argentina e Croazia. Un po’ perché non avevamo pressioni, un po’ perché il Giappone era un avversario di livello inferiore, la terza partita è stata la nostra migliore performance.

Nei mesi precedenti, ero stato in Giappone una settimana per studiare i nostri avversari, non solo sul campo. Guardavo la gente passeggiare, tornare a casa dal lavoro, andare allo stadio o al museo, cercando di capire i loro usi e costumi. Guardando le statistiche, ad esempio, ho scoperto che molti studenti o businessman si suicidano, perché non accettano il fallimento. Osservando la loro cultura e il loro modo di comportarsi, ho capito che i giapponesi sarebbero scesi in campo con molta pressione e paura di sbagliare. Fisicamente e psicologicamente eravamo superiori a loro, dovevamo approfittarne.

Ho schierato tre attaccanti: Hall, Lowe e Gayle, lasciando in panchina Burton, che non era in forma. I nostri due gol li segnò però un centrocampista, Theo Whitmore, il primo al 39’ di destro, il secondo al 54’ di sinistro. La rete finale di Masashi Nakayama fu inutile: a sessant’anni di distanza dal 2-1 di Cuba alla Romania, una nazionale caraibica tornava a vincere una partita ai Mondiali. Il giorno seguente, a Parigi organizzarono in nostro onore un concerto di musica reggae con artisti come Buju Banton, Sizzla, Jimmy Cliff e Steel Pulse. Non eravamo la squadra più forte, ma sicuramente quella più amata, dopo la Francia.

Oltre che la soddisfazione sportiva, la vittoria contro il Giappone regalava ai miei giocatori il bonus promesso dalla JFF in caso di una vittoria: la licenza per aprire un chiosco in spiaggia. Niente premi milionari, avere un chiosco in Giamaica vale come un’assicurazione sulla vita. Mentre io sono rimasto in Francia per seguire i Mondiali, i ragazzi sono tornati a casa dove sono stati accolti da eroi e celebrati con una festa in loro onore”.

Matteo Bruschetta

Per leggere l’intero racconto dell’avventura di René Simões e della Giamaica ai Mondiali del 1998, potete acquistare il libro “Cenerentola ai Mondiali” su Amazon in versione ebook o versione cartacea cliccando questo link.

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