Gli spunti delinquenziali della finale perfetta Gli spunti delinquenziali della finale perfetta
Una finale di Champions non necessita di motivazioni. Non ne hanno bisogno i giocatori, né gli allenatori, e neppure gli spettatori. Una finale di... Gli spunti delinquenziali della finale perfetta

Una finale di Champions non necessita di motivazioni. Non ne hanno bisogno i giocatori, né gli allenatori, e neppure gli spettatori. Una finale di Champions non ha bisogno di descrizioni: è tale e basta, nella sua ciclica e perfetta ripetizione annuale. Ma Juventus-Barcellona del 6 giugno 2015 a Berlino sarà, se possibile, ancora più ricca del quid de la cuestiòn, detto alla spagnola. Cos’è il quid? E’ tutto. E’ il succo di quei novanta minuti e oltre. E’ epica, sofferenza e gioia.

Ecco perché Juventus-Barcellona è la migliore finale possibile.

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La vendetta di Luis il predestinato

Il 22 aprile 2012, in Italia e nel mondo, si celebrava l’Earth Day, il giorno dedicato alla salvaguardia dell’ambiente. Quella sera, allo Juventus Stadium, fu chiaro a tutti che per salvaguardare l’ambiente “Roma” la prima vittima sacrificale doveva essere l’allenatore.

Luis Enrique, quasi un nome da monarca, segaligno visionario cresciuto tatticamente nel mito di Cruijff e Guardiola. Peccato che per modellare un calcio importante servano giocatori importanti. La partita è appena iniziata, e sulla fantozziana difesa giallorossa si abbatte il ciclone Vidal. Un guerriero (come suggerisce il soprannome che lo accompagna da anni) con la bava alla bocca e il piede caldissimo. Il cileno ci sarà anche a Berlino, per la finale, e anche Luis Enrique. Cacciato dalla Città Eterna, è tornato in patria, accolto come un salvatore. Pronto per la vendetta.

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Il pistolero contro gli sceriffi

Se ti chiami Luis Suarez e sogni di diventare una stella del calcio, già parti svantaggiato. Un po’ come avere il nome di Jim Morrison e tentare di fare strada nel mondo della musica. Ma Luis non è il Luisito dell’Inter anni ’60. Il Suarez di Salto, Uruguay, è brutto, sporco e cattivo. Ed è un fenomeno, ovviamente.
Il 15 ottobre 2011 si gioca Liverpool-Manchester United ad Anfield. Dopo uno scontro particolarmente duro Evra, allora pedina di Sir Alex Ferguson, va a confrontarsi con la punta dei reds. Il risultato? Suarez dà del negro al suo avversario, per ben sette volte. Così, con semplicità. Gli saranno comminate otto giornate di squalifica. Il 24 giugno 2014 a Natal va in scena un’altra partita dal fascino supremo. E’ un’Italia-Uruguay in cui si deciderà il passaggio agli ottavi di finale del Mondiale brasiliano. Al 79′ c’è una gran confusione nell’area azzurra. Chiellini e Suarez finiscono a terra. Solo le telecamere chiariranno l’accaduto: l’attaccante si è appeso con gli incisivi alla spalla del difensore, come un mastino rabbioso. Competizione finita per lui, squalificato per quattro mesi dalla FIFA.

Questo è Suarez, prendere o lasciare. Un uomo in grado di segnare più di tutti con la maglia della sua Nazionale, capace di marcare la rete decisiva nella partita più sentita (un clasico contro il Real Madrid) nel modo più spettacolare possibile. Oppure di indirizzare un match nel senso opposto, in preda ad un raptus di follia. E’ condannato ad essere decisivo, nel bene o nel male. Lo chiamano il pistolero. Forse lo hanno già avvertito che Evra e Chiellini saranno i buttafuori juventini, nella finale di Champions. Gli sceriffi sono in città.

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Lo spirito di Berlino

Pochi giri di parole: l’Olympiastadion a noi italiani metterà sempre i brividi. Ancora adesso sembra di scorgere su quel dischetto, davanti a quella porta, un ragazzo moro, un po’ timido, sul punto di diventare un eroe nazionale. E’ Fabio Grosso, pronto a scagliare il rigore decisivo alle spalle di Fabien Barthez. Concreto quanto può esserlo una bellissima allucinazione.
Nietzsche, ne La Gaia Scienza, definiva il fenomeno come eterno ritorno: l’universo ripete all’infinito un determinato corso, rimanendo sempre uguale a se stesso. E chissà, forse l’Italia è destinata in eterno a vincere quel Mondiale, in quello stadio, cantando in un coro perpetuo Seven Nation Army. Buffon alzerà per sempre quella coppa, insieme a Pirlo e a Barzagli.

Un pensiero dolce, per chi si appresta a scendere nell’inferno blaugrana.

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Il ragazzo castigliano

Cioè Alvaro Borja Morata Martìn, nato e cresciuto a Madrid, dove ha studiato (poco) e giocato (molto) nella cantera del Real. Di buona famiglia, volto pulito, fisico da centravanti di scuola classica, ma con lo scatto di un centometrista. Quando Mourinho lo chiamò in prima squadra, il ragazzo quasi non credette alle proprie orecchie. Giocare nel Santiago Bernabeu accanto a gente del calibro di Cristiano Ronaldo, Di Maria, Benzema? Un sogno troppo perfetto, per uno svezzato nel mito di Raul. Ma il giovane ha in sé il germe (o dono, che dir si voglia) della contraddizione: il nonno Ignacio è un accanito tifoso colchonero, e mai avrebbe voluto vedere il nipote con la camiseta blanca. Chissà quante volte avrà ripensato alle sue parole, Alvaro, quando con la maglia numero nove della Juventus ha cancellato i sogni della sua ex squadra, proprio al Santiago Bernabeu. Un gol da attaccante purissimo, seguito da una mogia camminata verso i compagni. Nessuna esultanza, neppure un sorriso. E poi i fischi che hanno accompagnato l’uscita dal terreno di gioco. Lui ha alzato la testa, lo sguardo di chi ha appena dato fuoco alla sua stessa casa. Ha accennato un applauso quasi commosso, forse dispiaciuto. Il suo cuore rimarrà sempre di un bianco splendente, cinto da una corona reale.

Per questo sarebbe impagabile vedere una sua rete anche in finale, contro un Barcellona doppiamente rivale. Lui, castigliano da sempre, che punisce i catalani. Un modo per strappare un sorriso persino agli ex tifosi. E strapparsi le corde vocali, ovviamente.

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El pueblo contra Dios

La storia del calcio è piena zeppa di lotte fratricide. E’ uno dei luoghi comuni più tragici e al contempo più divertenti, per un amante dello spettacolo. Raramente si è però visto un tale divario fra i contendenti. In questo senso, Messi contro Tevez è davvero un Abele contro Caino in salsa Argentina.
Il primo nato nella Rosario di Lucio Fontana, il secondo a Ciudadela, nel famigerato barrio di Ejército de los Andes, detto Fuerte Apache. C’è Lionel, che a tredici anni si è trasferito in Europa, donando anima e corpo al Barcellona in cambio di costose cure per il suo ipopituitarismo. Lionel, che è diventato il giocatore più rappresentativo negli annali di un club leggendario. Lionel la pulga. Lionel el Dios.

Poi c’è Carlos, che per l’Europa è partito all’età di ventidue anni, giocando nel frattempo per l’amato Boca Juniors e per il Corinthians. Carlos, figlio della miseria, che si è fatto amare in ogni terra, donando la faccia peggiore ai successi migliori. Carlos, el jugador del pueblo.
Fratelli opposti. Il campione assoluto del controllo palla e il lottatore più estenuante. Messi, l’alieno, sceso da un pianeta sovrumano per stracciare ogni record. Tevez, l’uomo, legato alla propria terra da catene d’acciaio.

E’ ormai noto che i due non sono propriamente amici per la pelle. Nessun problema esplicito, intendiamoci. Tevez non ha mai criticato apertamente la dittatura del collega all’interno della Selecciòn, neppure dopo tre lunghi anni di ostracismo. <<El Enano non si discute>> continua a dire. E ci mancherebbe altro. Ma la verità è che il 6 giugno sarà guerra: tra la cicatrice e il sorriso, la rabbia e il mito, la garra e il talento. Tra l’uomo e il Dio.

Mattia Carapelli
twitter: @mcarapex

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