M’innamorai del Niño M’innamorai del Niño
C’è stato un tempo in cui vedere giocare Fernando, El Niño, Torres era una delle cose migliori che ti potessero capitare, da amante del... M’innamorai del Niño

C’è stato un tempo in cui vedere giocare Fernando, El Niño, Torres era una delle cose migliori che ti potessero capitare, da amante del pallone, era come ammirare il miglior attaccante in circolazione: tecnico, veloce, potente, cinico. In una sola parola: completo.

Prima con la maglia dell’Atletico Madrid, poi con quella del Liverpool, colori diversi e lo stesso terrore negli occhi dei difensori avversari.

C’è stato un tempo in cui, dall’oggi al domani, tutto è cambiato. Dal giorno alla notte. E’partito dal fisico: un guaio dietro l’altro, di natura muscolare, nessuno di questi irreparabili ma ognuno dei quali come un piccolo e fastidiosissimo tarlo, si è insinuato nella mente del Niño, che nel frattempo stava diventando uomo.

Nessuno può credere che quello sia lo stesso giocatore di qualche mese prima. Certo, ha la stessa scritta, Torres, dietro alla maglia, che invece di essere rossa è diventata blu, lo stesso numero 9 sulle spalle. Eppure non è più lui, non lo sarebbe mai più stato.




Ad ogni scatto sembra trattenuto da una corda invisibile legata alla cintola, che ne impedisce lo scatto dei tempi migliori. Sotto porta, d’improvviso, Fernando Torres diventa uno dei tanti: lui, El Niño che alla prima stagione in Inghilterra aveva infranto record su record, diventando il giocatore straniero più prolifico nell’anno di esordio nella storia del campionato inglese.

Ha ancora qualche sprazzo di classe, alla stregua di un bagliore che squarcia la notte e illude che il cielo, l’indomani, possa tornare sereno. Ma non è più lui.

Lo guardi in faccia alla ricerca di qualcosa: è quasi identico, non te lo sai spiegare. Dicono che sia tutta una questione di testa, ora che il fisico è a posto, pronto a rispondere ad ogni comando. Sarà così.

“Dall’altra parte il Niño Torres! Torres si gira…ehhhhhhhhh, un gol bellissimo. El Niño, solo lui può fare un gol così. E poi scivola, come un torero, sotto la Kop. Liverpool in vantaggio“. Risuona la voce di Massimo Marianella, ad impreziosire uno dei gol più belli realizzati da Torres contro l’Arsenal nei quarti di finale di Champions League del 2008.

Torres va a cercare fortuna al Milan, prova a rilanciare una carriera che si è arrestata troppo presto, senza ragione apparente. Non va nemmeno questa volta.

Non resta che tentare con l’aria di casa, cerca conforto tra le vie di Madrid dove il Niño sa che troverà sempre qualcuno disposto ad accoglierlo a braccia aperte, come un figlio. Funziona, almeno in parte. Torna in doppia cifra di gol realizzati in campionato, come non accadeva dal lontano 2010.

Non gioca sempre, ma il suo sguardo sembra di nuovo felice. Segna gol importanti e si rende conto che una cosa sola è rimasta immutata: l’amore della sua gente, incondizionato.

Perchè a uno come Fernando Torres, se l’hai visto giocare al suo meglio, non puoi non voler bene, a prescindere dal tifo e dall’appartenenza. Sarà anche per questo che tutti abbiamo trattenuto il fiato quando, poco tempo fa, è uscito privo di sensi dal terreno di gioco, in seguito ad uno scontro aereo terribile.




Dobbiamo dirgli solamente grazie, per quel che è stato e per la capacità di accettare con umiltà e professionalità ciò che non è più.

Se amate il calcio, nel giorno in cui spegne 33 candeline, fatevi un bel regalo e andate a vedervi chi era, nei suoi giorni migliori, Fernando Torres. Tra una lacrime e l’altra, forse, ci ringrazierete.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo

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