Fenomenologia dell’assedio: l’elogio della sofferenza Fenomenologia dell’assedio: l’elogio della sofferenza
Il calcio è una metafora perfetta della vita, e, perchè no, anche della storia. Si, perchè se il calcio ci affascina così tanto da... Fenomenologia dell’assedio: l’elogio della sofferenza

Il calcio è una metafora perfetta della vita, e, perchè no, anche della storia. Si, perchè se il calcio ci affascina così tanto da oltre un secolo, attraversando guerre, crisi e rivoluzioni, è perchè dentro sè porta un po’ del germe della Storia, quella con la S maiuscola. E perchè, molte volte, su un campo di calcio la si scrive anche la Storia.

E siccome il calcio per sua natura ha molti tratti caratteristici delle guerre o delle battaglie, è naturalmente portato a riprodurre in maniera perfetta quegli episodi che scrivono le storie delle guerre. Come gli assedi ad esempio.

Senza scomodare grossi luminari o senza aprire un libro di storia, Wikipedia ci racconta che “l’assedio è una situazione bellica in cui un esercito circonda e controlla gli accessi ad una località, di solito fortificata, allo scopo di costringere i difensori alla resa o di conquistarla con la forza.”

Si, lo sappiamo. E’ esattamente quello che è successo domenica scorsa al campo sportivo, con la prima in classifica che aveva bisogno dei 3 punti per vincere il campionato e voi che bramavate quel maledetto punto che serviva per raggiungere la matematica certezza della salvezza. E’ per questo che ci piace così tanto il calcio, no?

Chi non ha vissuto un assedio, in prima persona su un campo polveroso, o anche solo in tv con la sua squadra che si giocava il campionato, il passaggio del turno in coppa, la salvezza, non può probabilmente capire cosa possa significare provare paura. Chi non ha dovuto respingere gli attacchi di una squadra intera che voleva espugnare la fortezza costruita a fatica a suon di rinvii scoordinati e falli tattici a centrocampo non può conoscere il vero significato della parola sofferenza.

Chi non ha dovuto beccarsi un meritatissimo cattellino rosso al minuto 93 tirando giù l’avversario lanciato a rete non può spiegare a nessuno cosa voglia dire sacrificarsi. Chi non ha salvato un pallone destinato ineluttabilmente alla porta con una scivolata di 3 metri, magari prendendosi il pallone in piena pancia (o peggio, in parti del corpo meno esposte alla luce) non può proprio comprendere cosa voglia dire immolarsi.

E non pensate che viverlo davanti alla televisione sia qualcosa di diverso, qualcosa che sminuisce le nostre passioni. Anzi, Passioni con la P maiuscola, perchè vivere un assedio subito dalla propria squadra davanti ad un televisore il Cristo lo fa rivivere in maniera abbastanza decisa dentro di noi. Ma volete mettere con la ricompensa? 90 minuti di sudore, lacrime, sangue, tutti tesi ad una sola cosa. Un gesto, tre soffiate di fiato dentro un fischietto. Le braccia che indicano gli spogliatoi. E’ fatta, è finita, possiamo scendere dalle barricate. Il nemico non è passato, siamo salvi, siamo vivi e se siamo stati fortunati siamo dalla parte giusta della Storia.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro 

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