Quando accosti calcio e Brasile nella stessa frase, ci sono tanti accostamenti che possono venire a galla. Il fútbol bailado, una sorta di samba...

Quando accosti calcio e Brasile nella stessa frase, ci sono tanti accostamenti che possono venire a galla. Il fútbol bailado, una sorta di samba delicata, buona per imbonire gli occhi degli spettatori, e per vincere le partite quando il talento in campo è troppo superiore rispetto agli avversari. Quando metti insieme calcio e Brasile pensi a un universo fatto di tocchetti, magie, giochi ipnotici con la palla, tunnel, elastici e rabone. Quando metti insieme calcio e Brasile pensi a una magia di Ronaldinho, a un doppio passo di Denilson, a una punizione nel sette di Juninho Pernambucano.

Quando accosti calcio e Brasile, probabilmente, l’ultima immagine che può venirti in mente è quella di un medianaccio intento a spezzare la manovra in mezzo al campo, con il compito di recuperare palloni e dare fastidio agli avversari. Anche facendogli perdere la testa di tanto in tanto. Un medianaccio che la testa la può anche perdere lui, e questo accade più spesso. E quando succede, devi farti il segno della croce e sperare che passi tutto in fretta, perchè può capitare veramente di tutto, in quei 5 minuti. Un medianaccio che non immagineresti mai fosse brasiliano. E invece, Felipe Melo Vicente de Carvalho viene da Volta Redonda, nel Sul Fluminense. Brasile pieno, ragazzi.

Non è stata semplice, la carriera di Felipe Melo. E non lo è stata anche, forse soprattutto, per colpa sua e di un carattere che è forte solo all’apparenza. Perchè dietro la scorza del duro, del medianaccio che non ha paura di sbagliare, c’è sempre stato il ragazzo che ha paura dei suoi errori. Il ragazzo che sente la pressione e che la affronta a modo suo, senza mostrarla, quella paura, senza farne sentire l’odore ai nemici. Perchè di errori, nella sua carriera, Felipe Melo ne ha fatti. Palloni persi, partite sbagliate, cartellini presi nel momento meno opportuno, sfuriate di rabbia quando era meglio tenere la bocca chiusa. Ma soprattutto, su di lui pesa un momento particolare. Quella maledetta estate del 2010, quei maledetti mondiali sudafricani finiti male per il Brasile. Anche per colpa sua, soprattutto per colpa sua, che si prese un cartellino rosso tanto stupido quanto meritato contro l’Olanda nei quarti di finale. Brasile a casa, Felipe Melo additato come principale responsabile della disfatta, insieme a Dunga.

Da quel momento, la sua carriera sembra precipitare. E non che fosse già messa benissimo, tra l’altro. Il punto più alto era stato solo qualche anno prima, con il clamoroso passaggio dalla Fiorentina ai rivali bianconeri, per 25 milioni di euro, cifra importante con la quale la Juventus pensava di essersi portata a casa uno dei centrocampisti più forti d’Europa. Perchè quello sembrava destinato a diventare Felipe Melo. Invece, forse anche per colpa di una Juventus senz’anima, Felipe Melo si è piano piano perso, fino a quello stramaledetto 2 luglio 2010 a Port Elizabeth, in Sudafrica.

Nel 2011 viene quasi sbolognato al Galatasaray, come un pacco ingombrante di cui liberarsi al più presto. Felipe Melo sa rialzarsi. Sa cambiare il suo gioco. Diventa sempre meno regista, sempre meno costruttore, sempre più rude, cattivo, spietato. Sembra quasi una reazione all’ostilità che lo circonda. Più gli piovono addosso le critiche, più si chiude in se stesso, ci mette la grinta, la cattiveria. Diventa un mastino vero e proprio. Che quando segna si mette a quattro zampe e ringhia, contro gli avversari, contro i suoi detrattori. In Turchia sembra trovare l’habitat ideale. A Istanbul, se ci metti l’anima per i colori che indossi, se per quei colori sei disposto a digrignare i denti e a rischiare la tua pelle, fai presto a entrare nel cuore della gente. Diventa un orgoglioso alfiere del giallo e del rosso del Galatasaray. Negli infuocati derby contro il Fenerbahce è sempre tra i primi a fare la faccia cattiva e a prendersi qualche colpo proibito e qualche cartellino, se ce n’è necessità. E’ disposto anche ad andare in porta e mettersi i guanti, se il portiere non può. E para anche un rigore, per il bene della squadra.

E’ maturato a Istanbul, Felipe Melo. Lontano dagli occhi e dalle penne della stampa italiana che sembrava averlo preso di mira, ha forgiato il suo carattere nelle difficoltà. Ha continuato a correre, a lottare, a randellare e a legnare, come un medianaccio di provincia che di quello campa. Anche se avrebbe potuto essere molto di più. Quasi dimenticandosi che da un brasiliano la gente si aspetterebbe altro, non la cattiveria, i muscoli e la grinta di Felipe Melo.

Adesso, sul fotofinish del calciomercato, Roberto Mancini ha voluto puntare di nuovo su di lui. Ha scommesso, ha rischiato. Fallire, di nuovo, non è un’opzione contemplata. Felipe Melo, il brasiliano che non balla sul pallone ma ringhia sugli avversari, lo sa. Ed è pronto a combattere per dimostrarlo.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro