Fabrizio Miccoli: il Romario del Salento Fabrizio Miccoli: il Romario del Salento
Dicono che quando guardi il mondo dal basso verso l’alto, impari presto a farti forza. Dicono che quando guardi il mondo dal basso verso... Fabrizio Miccoli: il Romario del Salento

Dicono che quando guardi il mondo dal basso verso l’alto, impari presto a farti forza. Dicono che quando guardi il mondo dal basso verso l’alto, ti danni l’anima con il doppio dell’ardore, per dimostrare a tutti che non hanno alcun motivo per sentirsi superiori a te. Dicono che quando guardi il mondo dal basso verso l’alto, i tuoi sogni hanno un sapore particolare. Soprattutto se, dopo tante peripezie, riesci a mettertelo addosso quel sogno. Quel sogno è una casacca giallorossa, i colori del sole e della passione. La casacca giallorossa del Lecce. Quella che Fabrizio Miccoli ha finalmente potuto indossare.

Centosessantotto centimetri possono bastare per diventare dei giganti. Centosessantotto centimetri possono essere sufficienti per scrivere alcune delle pagine più belle per le squadre per cui hai avuto l’onore di lottare e combattere. Centosessantotto centimetri possono consacrarti come uno dei cento marcatori più prolifici della storia della Serie A. Ma soprattutto, centosessantotto centimetri bastano e avanzano per entrare, di forza, nel cuore dei tuoi tifosi, nel cuore della tua gente. Che poi, tra tutte, è questa la conquista più importante.

Una faccia di quelle che, quando le vedi da fuori, ti sembrano perennemente incazzate, con quelle sopracciglia folte, ma che è sempre pronta a distendersi in un sorriso di quelli che solo chi viene dal Salento sa regalare, un sorriso che sa di calore. Quel calore che raggiungeva il cuore di chi veniva colpito da una delle improvvise prodezze in campo di Fabrizio Miccoli. Si, perchè il Romario del Salento è uno di quei giocatori particolari, speciali. Uno di quelli che dal nulla, ovunque si trovi sul campo, può disegnare una traiettoria, inventare un colpo, piazzare un bolide che finisce immmancabilmente alle spalle del portiere. In un baleno.

Il Sole del Salento, che Fabrizio si porta ancora dietro in quella pelle scura, forgia un campione, uno che già da bambino faceva la differenza. Uno che già da bambino faceva quello che voleva con il pallone tra i piedi. Tanto che facevano carte false per lui. Letteralmente. Aveva sei anni, e, con qualche strappo alla regola, lo facevano giocare con quelli di otto anni. E anche lì, il più piccolo in campo, faceva ammattire tutti. Nel 1992, arriva una gloriosa società di Milano con le strisce rossonere a portarsi via il piccolo Fabrizio dal Salento. Il ragazzo ha quattordici anni e sembra destinato a una luminosa carriera tra i professionisti. Ma Milano è fredda, c’è quella nebbia che ti taglia a fette l’anima. Niente a che vedere con il sole del Salento. Vorrebbe mettersi la maglia giallorossa, Fabrizio. Ma al Lecce non ne vogliono sapere. Non è abbastanza bravo per noi, e poi abbiamo già tanti ragazzi nelle nostre giovanili. E poi, questo Miccoli, ci sembra piccolino, gracile. Troppo basso, in fin dei conti. Porta chiusa, ripassa la prossima volta.

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Entra quindi in scena un direttore sportivo, uno che sta lavorando a Casarano, in C1: è Pantaleo Corvino, che, anche lui, di strada dal Salento a salire, ne farà. A lui non importa che Fabrizio Miccoli a stento raggiunga i 170 centimetri. Vede in lui qualcosa di speciale, quell’intelligenza calcistica che ti fa dimenticare dell’altezza. E poi, proprio grazie a quel fisico, il ragazzo sguscia via, è velocissimo. Non lo prende quasi nessuno. Pantaleo Corvino porta questo sedicenne al Casarano, e lui a 17 anni è già pronto per l’esordio con i grandi. Pronto, anzi prontissimo, perchè si capisce quasi subito che a questo qui la serie C starà abbastanza stretta. E, infatti, nel 1998, la Ternana lo acquista per fargli disputare il suo primo campionato di Serie B.

A Terni non trova subito la strada, ma, quando la trova, è uno spettacolo. Si mette la 10 sulle spalle, e trascina i rossoverdi, per quattro anni. Matura come giocatore, trova una continuità di rendimento da fare invidia. E, infatti, gli mette gli occhi addosso addirittura la Juventus. Juventus che nel 2002 compra il cartellino di Fabrizio. Solo che, in quel 2002, alla voce attaccanti, la rosa della Juventus, recita così: Del Piero, Trezeguet, Di Vaio, Salas, Zalayeta. Un po’ troppi, in quell’attacco, per trovare un posto al peperino di San Donato, che infatti si deve accontentare di fare l’esordio in serie A con la maglia del Perugia. Ed è un bell’accontentarsi. Segna 9 reti in campionato, una più bella dell’altra, trascina i suoi al nono posto in campionato. Ma, soprattutto, li trascina in Coppa Italia, fino alle semifinali. Il Grifone incrocia il proprio destino, ai quarti di finale, con quello della Juventus. Si, proprio quella Juventus che aveva troppo affollamento in attacco. Quella Juventus che aveva, come il Lecce qualche anno prima, detto a Fabrizio che non c’era posto.

Chissà se non si sono pentiti, a Torino. Sicuramente, il dubbio gli è venuto, almeno un po’. Il 15 gennaio del 2003, nella gara di andata, Marcelo Zalayeta porta in vantaggio i bianconeri, lasciando presagire un facile successo. Poi, però, Zè Maria lancia lungo, come con il telecomando. Fabrizio Miccoli accende il motorino e incomincia a correre, bruciando Fresi. Controlla di esterno destro, entra in area, senza alzare la testa fulmina Chimenti con un bolide all’incrocio. E poi va ad esultare mettendo le mani lungo i fianchi. Eccolo qui, quello che non avete voluto. Ammiratelo.

Nella ripresa, il Romario del Salento concederà il bis. Altro lancio lungo dell’esterno brasiliano con i capelli biondo platino, retroguardia della Juve scopertissima. E Miccoli accende di nuovo il motorino, brucia tutta la difesa e, praticamente sulla trequarti, trafigge Chimenti in uscita. Il pallone si infila lento lento all’angolino basso. Juventus 1 – Perugia 2.

Miccoli punirà la Juventus anche nella gara di ritorno, inventandosi un’altra gemma. A Torino hanno visto abbastanza. Per la stagione successiva, forse un posto a questo ragazzo possiamo trovarlo, pensano in corso Galileo Ferraris. Fabrizio fa i bagagli, saluta Serse Cosmi (“il miglior allenatore che abbia mai avuto“) e approda sotto la Mole. Non è una gran stagione per Fabrizio, nè per la Juventus. Segna 8 reti, compresa la sua prima realizzazione in Champions. L’anno dopo, però, arriva Fabio Capello, che pretende l’acquisto di un suo vecchio pallino: Zlatan Ibrahimovic. Di nuovo, ancora una volta, non c’è posto per Fabrizio, che impacchetta di nuovo tutto e si dirige a Firenze, dove indossa la maglia viola.

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Miccoli dimostrerà ancora una volta il suo valore: 12 reti in 35 partite, e la salvezza conquistata dalla neopromossa Fiorentina all’ultima giornata di campionato. A Udine segna anche un gol clamoroso. Riceve palla dalla destra, se la alza con il destro, colpisce al volo con il sinistro. Bolide all’incrocio, e Fabrizio corre ad esultare facendo un gesto con le mani. Un gesto che dice “Mamma mia che ho fatto“. In questo gol, e in questa esultanza, c’è tutto Miccoli. Tutto il genio, tutta la genuinità. Un gol di sinistro, come quelli che faceva il suo eroe. Il suo Dio. Diego Armando Maradona. E chi, se no?

Per Diego, Fabrizio si è tatuato il 10 sulle spalle. Per Diego si è tatuato il Che sul polpaccio. Per Diego ha chiamato suo figlio così. Di Diego, Fabrizio ha anche acquistato un orecchino originale, sequestrato a Maradona, ad un’asta fallimentare, per 25.000 euro. Con l’intenzione, e la promessa, di restituirglielo appena possibile. Questo è Miccoli.

Nel 2005, la Juventus riscatta il cartellino di Miccoli, ma lo manda immediatamente via. La destinazione, stavolta, è la più lontana possibile dall’amato Salento. E’ Lisbona, la casa del Benfica. In Portogallo Fabrizio sarà martoriato dagli infortuni. Penserà anche di smettere di giocare a calcio, perchè non riesce ad essere se stesso. Due anni in Portogallo, poi, nel 2007, il Palermo decide di acquistarlo a titolo definitivo. Finalmente un po’ di Sud, finalmente un posto che si potrà ragionevolmente chiamare casa. Ed è a Palermo che Fabrizio sboccia e, alla soglia dei 30 anni, trova la definitiva maturità calcistica. Prende per mano i rosanero, diventa il capitano e l’anima della squadra. E, in più, continua a segnare gol bellissimi, pesantissimi, sempre alla sua maniera.

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C’è un gol, tra i 74 realizzati con la maglia del Palermo, che però Fabrizio proprio non avrebbe voluto segnare. E’ il 6 febbraio del 2011, al Via del Mare il Palermo affronta il Lecce. Quel Lecce che Fabrizio Miccoli si porta sempre nel cuore. Quel Lecce che Fabrizio Miccoli si porta sulla sua fascia da capitano del Palermo, gialla e rossa, con le lettere UL marchiate sopra. Ultras Lecce. E proprio al Via del Mare, sotto la Curva Nord, quella in cui Fabrizio esultava da bambino, al 45′ del primo tempo c’è una punizione per il Palermo. Il Lecce sta vincendo 1-0, sarebbero tre punti importantissimi per la corsa salvezza dei salentini. Ma Fabrizio Miccoli si presenta sulla palla per battere una punizione. Il pallone è su una di quelle zolle da cui il Romario del Salento non può sbagliare. E infatti la palla si insacca, prevedibilmente, meravigliosamente, all’incrocio. Ma Miccoli non esulta. Abbassa la testa, chiede scusa, qualche lacrima riga il suo volto. Non rientrerà dagli spogliatoi, come se quel gol alla sua squadra del cuore gli avesse spezzato l’anima. Non ce la fa a continuare. Si sente colpevole, ha paura di aver fatto un torto alla sua gente.

Ma ci sarà il lieto fine. Il Lecce, con un finale di campionato straordinario, riuscirà a salvarsi condannando la Sampdoria alla Serie B. E poi, qualche anno dopo, ci sarà un lieto fine ancora più bello. Dopo tanti inseguimenti, dopo non essersi mai trovati, Fabrizio riesce finalmente a coronare il suo sogno più grande. Nell’estate del 2013, quella maglia sarà sua. La maglia giallorossa del Lecce, e la fascia di capitano, naturalmente. Adesso non è più troppo basso. Adesso, il ragazzo che si vide sbattere la porta in faccia, è un gigante. Adesso è lui a prendersi sulle spalle tutta la squadra. Adesso il Lecce è finalmente di Fabrizio Miccoli. Perchè quando guardi il mondo dal basso verso l’alto, i tuoi sogni hanno un sapore particolare.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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