Ezequiel Lavezzi, el Pocho che fece innamorare Napoli Ezequiel Lavezzi, el Pocho che fece innamorare Napoli
“…Come infiammava il San Paolo lui, solo uno prima e nessuno dopo…e scusatemi se il paragone può sembrare irriverente…” Ezequiel Lavezzi nasce il 3... Ezequiel Lavezzi, el Pocho che fece innamorare Napoli

“…Come infiammava il San Paolo lui, solo uno prima e nessuno dopo…e scusatemi se il paragone può sembrare irriverente…”

Ezequiel Lavezzi nasce il 3 maggio del 1985 a Villa Gobernador Galvez, nel dipartimento di Rosario, uno dei tanti posti in Argentina dove si va avanti ad Asado, Mate e Futbol.

L’inizio non è dei migliori, scartato dalla Fermana e poco considerato dal Boca Juniors, Ezequiel rischia di mollare il mondo del calcio ad appena 15 anni, ma prima l’Estudiates di Buenos Aires e poi il San Lorenzo regalano al mondo del pallone un talento assoluto.

Nei “Ciclon” ci passa 3 meravigliosi anni con 26 gol in 97 presenze e un campionato di clausura 2007 messo in bacheca, il calcio argentino è fatto apposta per le sue qualità: velocità, dribbling e tanta fantasia.

Al San Lorenzo però ci arriva in modo particolare: il primo anno è in prestito dal Genoa, ma essendo in serie B, il Grifone decide di lasciarlo crescere ancora un anno nella sua terra natale.

La stagione 2005-2006 sembra dover essere quella della consacrazione. Il calcio europeo e una piazza calda come quella di Genova e con il Genoa appena tornato in serie A sono pronti ad accogliere Lavezzi, i tifosi credono in lui e già sognano una coppia meravigliosa con Diego Milito, ma un illecito sportivo relega la squadra ligure in serie C e rispedisce “el Pocho” al San Lorenzo.

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Prima scartato dalla Fermana, poi lasciato per strada dal Genoa; il suo sogno di giocare nella nostra penisola sembra maledetto, fino al 2007 quando De Laurentis e il suo neo promosso Napoli decidono di investire e oltre a campioni del calibro di Gargano, Hamsik e Zalayeta, si assicurano anche le prestazioni del classe ’85 argentino.

Con la maglia azzurra è amore a prima vista, Lavezzi realizza addirittura una tripletta nella sua seconda partita ufficiale, la vittoria in Coppa Italia contro il Pisa del 18 agosto.

Il suo livello di gioco cresce a vista d’occhio come crescono i risultati del Napoli con ottimi piazzamenti e 2 qualificazioni all’Europa league

In mezzo anche un oro alle olimpiadi del 2008 a Pechino, a leggere i nomi di quella Nazionale oggi vengono i brividi (Aguero, Di Maria, Riquelme, Mascherano,Banega, Messi) tutti ancora giovanissimi.

Le due stagione 2010-2011 e 2011-2012 sono sicuramente nella memoria di ogni tifoso napoletano e anche in quella del “Pocho”. L’alchimia con il nuovo arrivato Edinson Cavani è perfetta e in 2 anni il Napoli ottiene 2 incredibili traguardi, la qualificazione in Champions league dopo 21 anni e soprattutto la vittoria della coppa Italia 2012 nella finale del 20 maggio contro la Juventus vinta 2-0.

È la ciliegina sulla torta di un rapporto con la città e con i tifosi di grande amore e forse è giusto che termini nel momento più alto, per non avere rimpianti.

In Francia il neo proprietario Nasser Al-Khelafi vuole fare le cose in grande per il suo PSG, apre il portafoglio, pesca prevalentemente in Italia e porta al Parco dei Principi giocatori del calibro di Thiago Silva, Ibrahimovic, Verratti, e proprio lui “el Pocho” Lavezzi.

In 3 stagioni e mezza porta a casa 3 titoli nazionali, 3 supercoppe, 2 Coppe di lega e 1 Coppa di Francia, competizioni nelle quali è sempre protagonista con 161 presenze e 35 gol. A questo possiamo aggiungere tre medaglie d’argento con la Nazionale, conquistate rispettivamente al Mondiale del 2014 e alla Coppa America del 2015 e del 2016.

A 30 anni prende una decisione per molti sbagliata, ma il Guangzhou lo ricopre di soldi e quindi l’avventura in Cina può avere inizio. Qui fa la differenza, ma la competitività non è quella del calcio vissuto in Europa e alla fine del 2019 (forse troppo presto) decide di dire addio al calcio giocato.

Un grande rappresentante del calcio argentino dal 2010 in poi, uno da considerare tra i migliori talenti di quell’epoca.

“El pocho” era un vero “rompiscatole” per le difese avversarie, esattamente come il suo cane di quando era bambino, “Pocholo”, dal quale prenderà il soprannome e che non abbandonerà mai più, come una coperta di Linus, come un talismano, per rimanere un po’ bambino e ricordare a tutti che il calcio in sud America e soprattutto in Argentina è tutto un altra cosa.

Tanti auguri “Pocho”!

Matteo Brunelli
twitter: @matteobrunelli7