Euro 2004, la favola greca e la sfangata del Millennio Euro 2004, la favola greca e la sfangata del Millennio
La parola favola è spesso abusata nel mondo del calcio e dello sport in generale. Ma mai come nella storia che stiamo per raccontarvi... Euro 2004, la favola greca e la sfangata del Millennio

La parola favola è spesso abusata nel mondo del calcio e dello sport in generale. Ma mai come nella storia che stiamo per raccontarvi è l’unica parola che riuscirebbe a descrivere in maniera adeguata quello che successe tra il 12 giugno e il 4 luglio del 2004 in Portogallo. La storia, anzi la favola, è quella di un gruppo di uomini che spiega al mondo che non bisogna per forza giocare un calcio spumeggiante e d’attacco per portarsi a casa i trofei. La favola è quella di una squadra che si porta a casa un Europeo a colpi di catenaccio, di barricate e di vittorie invereconde per 1-0. La favola è quella della Grecia di Otto Rehhagel che nel 2004 rapinò il mondo, forse senza neanche sapere come, del Campionato Europeo per Nazioni.

Siccome questa storia farà rumore, parte con il botto: la Grecia, totalmente a sorpresa, rovina la festa dei padroni di casa nella partita d’esordio. E già questa partita è un biglietto da visita delle intenzioni degli ellenici: dopo 7′ il Portogallo perde un banale pallone a centrocampo con Paulo Ferreira, e Karagounis, esibendosi in un contropiede dal sapore delinquenziale, mette in porta il gol dell’1-0. Senza sapere come. La partita  è un po’ come uno scontro ideologico: da una parte la sostanza della Grecia, i muscoli e i calcioni di Traianos Dellas, i capelli brizzolati del numero uno Nikopolidis e i piedi quadrati delle due punte Charisteas e Vryzas. Dall’altra, il milione e mezzo di fantasisti e mezzali portoghesi, un giovanissimo Cristiano Ronaldo e Rui Costa e Figo all’apice della loro carriera. E, ovviamente, l’indecoroso Pauleta prima punta. I lusitani si riversano in massa nella metà campo ellenica, i greci resistono. Al 51′, addirittura, la Grecia raddoppia. Senza sapere come. Ronaldo atterra in area Seitaridis, rigore di Basinas, 2-0. Nel finale accorcia proprio Ronaldo, ma finisce così. La Grecia si porta a casa una vittoria clamorosa, il Portogallo si lecca le ferite.

Nella seconda partita del girone, la Grecia affronta la Spagna di Raul e Morientes, che non sarà ancora quella campione di tutto di qualche anno dopo, ma che comunque le è nettamente superiore. Nando Morientes al 28′ porta avanti gli iberici, la favola greca sembra avviarsi già a conclusione, catalogata come fuoco di paglia. Al 66′ però, la Grecia sfoggia un altro dei suoi marchi di fabbrica: il lancio lungo nel vuoto, da manuale del calcio zozzo. Ivan Helguera si fa complice e liscia la palla, che, in qualche modo, sporca, brutta, cattiva, arriva a Charisteas. Sinistro, 1-1 e palla al centro. Senza sapere come. La Grecia si barrica in difesa, suda, lotta, picchia e arriva al tanto agognato triplice fischio finale. 4 punti, forse si può andare ai quarti di finale.

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Di mezzo c’è la Russia adesso. E la partita si mette subito malissimo, visto che un errore di Katsouranis permette alla Russia di segnare già dopo 2 minuti. Al 17′ la Russia raddoppia, la Grecia in questo momento sarebbe fuori, favola finita, bagagli, aeroporto, tutti ad Atene. Ma, al 43′, un colpo di testa di Zizis Vryzas consente agli ellenici di accorciare le distanze. Finirà così, ma, siccome questa è la favola di una squadra che sfanga un Europeo in maniera invereconda, sarà sufficiente: grazie alla differenza reti la Grecia passa ai quarti di finale. Senza sapere come.

Dai quarti di finale in poi sarà un’escalation di vittorie zozze, di assedi subiti, di palloni spazzati in tribuna e calcioni agli avversari pur di tenerli lontani dalla porta.  L’avversario dei quarti di finale è la Francia. Decide un gol di testa (e come se no?) del solito Charisteas su cross di Zagorakis al 65′. Basta e avanza, dopo il vantaggio a chi serve buttarsi ancora avanti? Resistenza a oltranza per 25′ e i campioni d’Europa in carica (già, il golden gol di Trezeguet nel 2000, stronzi) devono abdicare. Atene è in festa, ma ancora nessuno sa come.

In semifinale c’è la Repubblica Ceca che si è sbarazzata facilmente per 3-0 della Danimarca (già, il biscotto con la Svezia, stronzi). Il copione della partita è prevedibile e scontato: cechi all’arma bianca, ellenici chiusi a riccio, rognosi, brutti da vedere. Dopo 6′ Rosicky ha già fatto tremare la traversa e Jankulovski ha costretto Nikopolidis a spettinarsi il ciuffo grigio da playboy di provincia. Al 40′ Pavel Nedved, che in quegli anni mette terrore ai difensori di tutta Europa, si fa male ed è costretto a uscire. Un po’ di culo, d’altronde, ci vuole, nella storia di una squadra che la sfanga in maniera imbarazzante.

Vryzas e Charisteas sono abbandonati lì davanti, hanno una mezza tentazione di chiamare il Telefono Azzurro per denunciare un abbandono di attaccante. I 90′ regolamentari finiscono, Pierluigi Collina manda la partita ai supplementari. Dopo la beffa del 2000 per l’Italia, il golden gol è andato in pensione. Adesso c’è il silver gol, se una delle due compagini segna entro la fine del primo tempo supplementare, si gioca fino al 105′ e si va a casa. Ed è proprio quello che succede. Come può una squadra ruvida come la Grecia segnare in una partita che l’ha vista soccombere per quasi tutta la sua durata? Ma su palla inattiva, ovviamente. Karagounis batte l’angolo, il delinquente per eccellenza Traianos Dellas impatta di testa e batte Cech. E’ il minuto 105, Collina fischia, la Grecia è in finale. Ovviamente, senza sapere come.

Il calcio è curioso perchè, come nella vita, certe volte tutto finisce come era iniziato. E in finale c’è proprio il Portogallo, quello che la Grecia ha battuto nella partita d’esordio. Un Portogallo rivitalizzato, galvanizzato e che gioca in casa, anche se ci sono comunque 18.000 greci a Lisbona. Nemmeno un pazzo scatenato se la sentirebbe di giocare anche un solo Euro sulla Grecia. E’ stato bello, ma non tutte le favole possono avere un lieto fine. A volte è bello anche uscire da sconfitti a testa alta, con gli onori dei vincitori. Ma andatelo a dire a questi ragazzi che oggi gli tocca abbandonare qui il loro sogno. Infatti loro proseguono a fare quello che hanno sempre fatto: ovvero il loro sporco dovere, 4-4-2 abbottonatissimo, ripartenze, palla lunga e pedalare, preghiere sparse agli dei dell’Olimpo per mantenere la porta di Nikopolidis inviolata e, magari, anche per puro caso, far finire uno di quei palloni, anche brutto eh, nella porta di quegli altri. Il calcio è semplice, in fondo.

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Il Portogallo attacca costantemente, ma come sempre nella sua storia, è tutto fumo e niente arrosto. L’arrosto, invece, lo porta da casa quel cristone brutto e con la faccia spigolosa, incomprensibilmente chiamato da tutti “Angelos il bello”  (da rivedere gli standard estetici dellla Grecia, forse) che risponde al nome di Angelos Charisteas. Solito occasionale calcio d’angolo, pennellata di Basinas, fronte piena di Charisteas, gol. Gol? Come gol? State dicendo che è il 57′, manca poco più di mezzora e la Grecia è in vantaggio, a Lisbona? Dai, non scherziamo. Il Portogallo è nel panico, e ci sarebbe da capirli se la tua unica alternativa è tirare fuori Pauleta per mettere dentro Nuno Gomes.

La Grecia resiste a tutti i tentativi dei lusitani, ad Atene questa mezzora sembra durare degli anni, ma poi, come un’estatica catarsi, arriva il triplice fischio finale. La Grecia è campione d’Europa,  no aspettate, dobbiamo ripeterlo: la Grecia è campione d’Europa. E’ il trionfo dei calci sul calcio, è il trionfo del catenaccio sul possesso palla, è il trionfo del gol occasionale sul gioco manovrato, è il trionfo del collettivo sui singoli, forse si, è il trionfo di un modo di vedere il calcio che sembrava essere stato dimenticato. E invece si, amici cari, la favola della Grecia ci ha insegnato proprio che non importa come giochi, importa quello che riesci a portare a casa. In qualsiasi modo, anche e soprattutto sfangandola. Anche e soprattutto senza sapere come.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro 

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  • andrea

    ottobre 29, 2014 #1 Author

    avevo 7 anni,i miei eroi non erano batman o superman. Il nome dei miei supereroi finiva sempre per S

    Rispondi

  • -Ruck-

    ottobre 30, 2014 #2 Author

    Non posso dimenticare mai che guardavo quelle partite con la TV messa in muto e lo stereo a tutto volume sintonizzato sul commento della Gialappa’s. La sfangata più autentica la fecero quei 17 (che numero strano…) che in tutta Italia ebbero il barbaro coraggio di puntare sulla vittoria ellenica. Che dire, spettacolo puro!!!!!!

    Rispondi

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