Eu Estou Aqui: come Cristiano Ronaldo è diventato Cristiano Ronaldo Eu Estou Aqui: come Cristiano Ronaldo è diventato Cristiano Ronaldo
“La maestra della scuola elementare mi ripeteva continuamente di lasciar perdere il calcio, perché il pallone non mi avrebbe dato da mangiare”. Siamo a... Eu Estou Aqui: come Cristiano Ronaldo è diventato Cristiano Ronaldo

La maestra della scuola elementare mi ripeteva continuamente di lasciar perdere il calcio, perché il pallone non mi avrebbe dato da mangiare”.

Siamo a Funchal, città dell’isola di Madera in Portogallo, persi in mezzo all’Oceano Atlantico. E’ la metà del 1984 quando la signora Maria Dolores dos Santos Aveiro, scopre di essere in attesa del suo quartogenito.

Ha già tre figli (Hugo, Elma e Liliana Càtia) ed un marito di nome Josè Dinis Aveiro affetto da gravi problemi di alcolismo.

La Signora Dolores pensa che può bastare così e decide di abortire. Ma nel religiosissimo Portogallo, intorno alla metà degli anni ’80, non è affatto semplice trovare uno specialista disposto ad aiutarti ad interrompere una gravidanza. Infatti, al consultorio dell’isola, il medico si rifiuta di eseguire l’intervento.

Quel bambino che non doveva neanche nascere, viene alla luce il 5 febbraio del 1985. Quel neonato corrisponde al nome di Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro.

Cristiano inizia sin dalla primissima infanzia a giocare a calcio, non ha troppa voglia di andare a scuola, spende le sue giornate di bambino con un pallone tra i piedi. A sette anni entra nelle giovanili dell’Andorinha, la squadra dove suo padre fa il magazziniere.

E’ troppo forte, tanto che spesso e volentieri gioca con ragazzi addirittura cinque anni più grandi di lui, facendo comunque la differenza. Ha un grande difetto: la palla non la passa mai. Nonostante ciò le sue qualità sono evidentissime, tanto che chi lo vede giocare capisce subito di trovarsi di fronte ad un possibile fuoriclasse.

All’età di dieci anni si trasferisce al Nacional de Madeira, il club lo acquista in cambio di due mute di divise nuove. Cristiano continua a far meraviglie su quel prato verde, tanto che la sua fama travalica i confini dell’isola dove è nato e giunge sino a Lisbona. Degli scout dello Sporting si fanno due ore d’aereo per andare a vederlo giocare e quello che vedono non lascia in loro alcun dubbio.

Hanno davanti ai loro occhi un giocatore che passa su questa terra una volta ogni quaranta/cinquanta anni. Hanno la convinzione che quello possa essere il giocatore potenzialmente più forte della storia del Portogallo.

All’età di dodici anni, Cristiano Ronaldo sale sull’aereo e si trasferisce allo Sporting Lisbona che lo paga dodicimila euro, facendo di lui il ragazzino più pagato dell’intero Paese.

Nella favola che questo adolescente inizia a vivere, non può mancare il “personaggio cattivo”: il rischio di essere emarginato per il suo essere un isolano, per l’accento particolare che chi proviene da quella terra ha e per la struggente nostalgia di casa. Non una casa qualunque, una casa costruita in un luogo dove mare e cielo si incontrano fino a diventare tutt’uno con chi in quei luoghi ci vive.

Queste ragioni, che ad una persona comune sarebbero bastate per ritornare sui propri passi, nel caso di Cristiano Ronaldo non riescono a scalfire la sua viscerale ambizione e la sua voglia di diventare il miglior giocatore della storia del calcio.

Tutti questi sentimenti ribollivano in lui quando ancora non era il Cristiano Ronaldo che conosciamo oggi. Gli anni passano, la stoffa del campione diventa sempre più consistente, finché quel ragazzino venuto da Funchal, una notte d’agosto del 2002 esordisce in prima squadra nel turno preliminare di Champions League contro l’Inter.

Concluderà la sua prima stagione da professionista con tre reti in venticinque presenze in Campionato. Più che il numero di gol, sono le giocate di altissima classe offerte al pubblico sugli spalti, ad attirare l’interesse dei più grandi club del mondo.

L’ascesa verso l’olimpo è inarrestabile, tra le squadre interessate all’acquisto del suo cartellino figura il Manchester United, allenato all’epoca dal leggendario Sir Alex Ferguson che si innamora perdutamente dell’ex ragazzino portoghese, ormai diventato cittadino del mondo.

L’amore, si sa, richiede tutto o niente e il battesimo di fuoco a cui viene sottoposto si carica addirittura di un significato simbolico se non mistico: indosserà la maglia numero 7 dei Red Devils, privilegio appartenuto a poche altre stelle del firmamento calcistico. Giocatori del calibro di Gorge Best, Eric Cantona e David Beckham.

Ferguson che di calcio e calciatori se ne intende ci aveva visto giusto. Per far emergere il massimo del potenziale e del talento di Ronaldo bisognava attribuirgli il massimo della responsabilità e fargli letteralmente indossare la maglia del campione.

Ronaldo risponde presente e, sotto l’occhio attento, quasi paterno di Sir Ferguson, con le prestazioni in campo si dimostra all’altezza del mito che sta nascendo intorno alla sua figura. Di tanto in tanto, però, un’ombra scura avvolge anche una vita così brillante. Nel 2005 il padre rimane vittima di quel flagello che lo ha sempre attanagliato. Cristiano giura a se stesso che simili fantasmi non invaderanno più il suo mondo e con la consueta determinazione e professionalità si rimette a sudare in campo.

Il primo successo arriva nel 2006/2007 con la conquista della Premier League che fa da antipasto alla mitica stagione 2007/2008, anno in cui mette a segno un poker: rivince il Campionato, alza al cielo di Mosca la Champions League e a dicembre conquista prima il Mondiale per Club e poi viene insignito del riconoscimento più prestigioso cui un calciatore possa ambire, il Pallone d’Oro.

La sua permanenza nel Manchester United sta per scadere, i tempi sono maturi per il prosieguo del viaggio verso l’immortalità. Questa volta, il timbro da apporre sul passaporto è quello dell’aeroporto di Barajas, dove ad attenderlo c’è il mitico Real Madrid.

Cristiano Ronaldo sbarca nel campionato spagnolo con due missioni da compiere: guidare i Blancos alla conquista dell’inarrivabile Decima e battagliare settimanalmente contro l’altro extraterrestre del calcio, di nome Lionel Messi che indossa la maglia degli odiati nemici del Barcellona.

I successi non tardano ad arrivare, dopo la conquista dello scudetto, l’occasione per entrare definitivamente nel gotha degli immortali si presenta nella stagione 2013/2014. Il Real Madrid giunge sino alla Finale di Champions League di Lisbona dove affronta i cugini dell’Atletico Madrid. I Blancos guidati in panchina da Carlo Ancelotti riescono a laurearsi finalmente Campioni d’Europa al termine di una partita drammatica decisa ai tempi supplementari.

Ma il risultato più importante ottenuto quella notte da Cristiano Ronaldo non è il quattro a uno realizzato in campo, bensì la promessa strappata al fratello prima del match, che in caso di vittoria, Hugo avrebbe smesso definitivamente di tormentarsi l’anima con quel maledetto alcool che già gli aveva portato via il padre.

Dopo quella sera i trionfi di Ronaldo, in squadra e a livello personale, si sono ripetuti senza soluzione di continuità, aggiungendo al Palmares del Real Madrid altre tre Champions League e alla propria bacheca altri quattro Palloni d’Oro.

In questa schiera di successi si incastona la vittoria dell’Europeo francese del 2016 ottenuto con la maglia della propria patria.

Il resto è cronaca recente. La Juventus con un’operazione strabiliante dal punto di vista economico e sportivo è riuscita ad aggiudicarsi quanto di meglio offra il mondo del calcio attualmente. Da poche ore e per i prossimi quattro anni Cristiano Ronaldo continuerà a far parlare di sé, indossando la casacca bianconera.

Nascere in un’isola, lontano dal mondo, senza troppi mezzi a disposizione, nella maggior parte dei casi è un limite perché significa vivere tutta l’esistenza relegato in un fazzoletto di terra, ma per Cristiano Ronaldo è stato una sorta di contrappasso che ha fatto emergere i suoi lati migliori.

Ha dimostrato, infatti, che i limiti che la vita può parare dinanzi sono fatti per essere abbattuti con sacrificio, costanza, ambizione e coraggio,essendo al momento senz’ombra di dubbio l’atleta più determinante del panorama calcistico mondiale.

Raffaello Lapadula
twitter: @RafLapo