Estudiantes-Milan 1969: la battaglia della Bombonera Estudiantes-Milan 1969: la battaglia della Bombonera
Sono nel calcio da quarantasei anni, ho assistito a mille battaglie, ma uno spettacolo del genere, tanto disgustoso, non l’avevo mai visto e sicuramente... Estudiantes-Milan 1969: la battaglia della Bombonera

Sono nel calcio da quarantasei anni, ho assistito a mille battaglie, ma uno spettacolo del genere, tanto disgustoso, non l’avevo mai visto e sicuramente non lo vedrò mai più.

Nereo Rocco

C’era una volta la Coppa Intercontinentale, quella competizione di grande fascino che metteva in palio il dominio sul mondo del Pallone. C’era una volta la Coppa Intercontinentale, quella sfida doppia, andata e ritorno, in Europa e in Sudamerica, che significava molto di più di quello che potesse significare qualsiasi altra partita. Non era la blanda e squallida minestrina che è oggi il Mondiale per Club, e non era nemmeno la sfida in campo neutro, seppur affascinante, organizzata dai simpaticoni con gli occhi a mandorla nella terra del Sol Levante. C’era una volta la Coppa Intercontinentale, disputata con partite di andata e ritorno tra i Campioni d’Europa e i Campioni del Sudamerica. Se c’era una volta e oggi non c’è più, la colpa è anche, e forse soprattutto, di quello che successe il 22 ottobre 1969 alla Bombonera di Buenos Aires.

Ma prima del 22 ottobre, c’era stata la partita d’andata, a San Siro, quattordici giorni prima. L’otto di ottobre del millenovecentosessantanove, il Milan superò l’Estudiantes agevolmente. Sormani all’8′, Combin al 45′, di nuovo Sormani al 71′. L’Estudiantes, d’altronde, non era proprio una corazzata. Era una squadra che, con abnegazione, spirito di sacrificio e applicazione, era arrivata a vincere la Libertadores, ma non aveva grandissime individualità. Carlos Biliardo, che poi sarebbe diventato ct della nazionale albiceleste. E Juan Ramon Veron, che in seguito avrebbe ricevuto i ringraziamenti di tutti noi non tanto per i suoi anni nell’Estudiantes quanto per aver messo alla luce un pargoletto di nome Juan Sebastian. Il resto della squadra era composta da onesti mestieranti, esperti bucanieri del calcio sudamericano che sapevano il fatto loro e qualche fabbro dedito a distruggere più che a costruire gioco. Negli anni ’60, in Argentina, il pallone era anche e soprattutto questo.

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La formula della competizione, considerato il risultato dell’andata, sorrideva ai rossoneri. Era stata abolita la regola che prevedeva che il doppio confronto sarebbe andato a chi avesse fatto più punti tra le due partite, con eventuale spareggio in caso di parità, e si era adottato una formula più classica, con la differenza reti che avrebbe deciso il vincitore della Coppa. E il 3-0 dell’andata poteva far stare tranquillo il Milan. Sarebbe bastato andare in Argentina e amministrare il risultato. Certo, l’ambiente sarebbe stato ostico, gli avversari pronti a tutto, ma la differenza di tasso tecnico e di organizzazione di squadra era talmente tanta che la truppa di Nereo Rocco pensava di poter tranquillamente portare a casa la pellaccia dalla trasferta intercontinentale.

Mai però sottovalutare gli argentini quando c’è di mezzo un pallone che rotola. E mai, assolutamente mai, sottovalutare gli argentini quando, insieme a quel pallone che rotola, finiscono in mezzo questioni di patriottismo, orgoglio nazionale e fedeltà alla bandiera. Mai, assolutamente mai, far arrabbiare degli argentini su un campo di pallone. Diventano cazzi amari. Per chiunque.

Per questo, il 22 ottobre 1969, non sarebbe stata una partita come tutte le altre. Non per l’Estudiantes almeno. Quando si discute di “ambiente ostile” bisognerebbe proiettare il filmato di quello che successe quel giorno alla Bombonera. Sede scelta in alternativa al Monumental, che era troppo dispersivo. Serviva qualcosa di più. Serviva un catino nel quale far salire la temperatura fino all’inverosimile.

All’arrivo del Milan in campo per il riscaldamento, i rossoneri capiscono che non sarà una serata facile. Meglio che passino in fretta quei 90 minuti, già. Appena calpestano il terreno di gioco della Bombonera, su Rivera e compagni piove. Non è acqua. E’ caldo. E’ bollente. E’ caffè nero bollente, miscela purissima, che arriva direttamente dagli spalti, per accogliere al meglio gli ospiti. Che non si dica che gli argentini non sono un popolo ospitale, beninteso.

Una volta terminato il riscaldamento, Milan in posa per le foto di rito. Petto in fuori. Cudicini, Malatrasi, Anquiletti, Fogli, Rosato, Schnellinger, Lodetti, Rivera, Sormani, Néstor Combin, Prati. Si sistemano davanti ai fotografi, pronti ad essere immortalati. In quel momento, scendono sul terreno di gioco anche i padroni di casa dell’Estudiantes. Ognuno porta con sé un pallone. Tutti insieme, prendono il pallone, lo portano ai piedi, e lo calciano, con forza, verso i calciatori del Milan schierati in posa per la foto. In Argentina, forse, si usa fare riscaldamento così.

Superate le difficoltà iniziali, si scende in campo. Dopo 16′ Prati si becca un calcione nella schiena dal portiere avversario Poletti, dopo esser già stato abbattuto dal terzino. Sarà poi costretto ad abbandonare il campo dopo essere svenuto durante un mischione nell’area argentina. Le affascinanti immagini dell’epoca, piuttosto vaghe e intrise di fascino criminale, non mostrano quello che è successo con estrema precisione. Forse, meglio così.

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Dopo trenta minuti, Nestor Combin riceve palla a centrocampo. Mettiamo in pausa la VHS. Nestor Combin. Argentino, naturalizzato francese. Nel 1963, non aveva risposto alla chiamata dell’esercito. All’andata, autore del gol del 2-0. Capirete bene che gli argentini potessero anche soprassedere su quella storia della diserzione, ma se osi anche segnare a dei tuoi connazionali, bè, allora non meriti di passarla liscia.

Dicevamo, Nestor Combin riceve palla a centrocampo.Un prontissimo difensore dell’Estudiantes provvede a recapitargli un telegramma dritto sulla tibia, facendolo volare per le terre. Si impossessa del pallone Gianni Rivera, si continua a giocare, non si sa se per il vantaggio o perchè il non proprio solerte arbitro cileno Domingo Massaro forse non aveva intenzione di fischiarlo quel fallo. Rivera parte e corre, parte e scarta tutta la difesa, parte e scarta il portiere, arriva parallelo alla porta, ignora Pierino Prati, irride più e più volte l’intera difesa dell’Estudiantes. E deposita il pallone in rete, da vero incosciente. Poletti recupera il pallone dal fondo del sacco e glielo scaglia addosso, mentre l’Abatino ritorna a centrocampo avendo perlomeno l‘ottima idea di non questionare ulteriormente.

A questo punto, le possibilità per i giocatori dell’Estudiantes di portare a casa la Coppa sono ben poche. Tanto vale picchiare più forte che si può. I giocatori del Milan, preso atto che il trofeo è oramai conquistato, capiscono che l’obiettivo della serata diventa uno e solo uno: tornare a casa sani e salvi. Conigliaro e Aguirre Suarez ribaltano il punteggio, 2-1 per l’Estudiantes. Ma il tempo per fare altri 3 gol non c’è. Quello per farla pagare al Milan, per non si sa bene cosa, e a Combin per il suo essere un vile disertore, non manca.

Al minuto 67, Aguirre Suarez decide che Combin è rimasto in campo per troppo tempo. Pugno secco e dritto sulla faccia del connazionale, zigomo e naso in frantumi. Combin lascia il campo con la maglia bianca da trasferta diventata completamente rossa. L’arbitro, che fino a quel momento aveva deciso di soprassedere su molti dei calcioni degli argentini, stavolta non può esimersi e tira fuori il rosso. Su segnalazione del coraggiosissimo assistente.

E pensare che quella non è nemmeno la cosa peggiore capitata nella serata del calciatore del Milan. Già, perchè a fine partita quattro poliziotti gli si fanno vicino. Ancora intontito dalla botta presa e dai litri di sangue lasciati per strada, Combin viene prelevato e portato via. Allarme e panico generale. Se lo sono preso e non vogliono lasciarlo. E’ un disertore e deve venire arruolato nell’esercito argentino. Immediatamente. La partita finisce 2-1, in un clima surreale il Milan è Campione.

Dopo pochi e silenziosi festeggiamenti, i giocatori del Milan lasciano il campo con la Coppa e preferiscono scappare immediatamente sull’aereo. Senza Combin. Ambasciata allertata, e fortunatamente si riesce, dopo non poche trattative, a far rilasciare il calciatore. Il centravanti argentino si presenta all’imbarco del volo per l’Italia, il pericolo è scampato, la pelle salva. Dopo quell’edizione, la Coppa non fu più la stessa, molte europee non vollero andare a rischiare la pelle in Sudamerica. Ma, quella sera, il Milan era sopravvissuto alla battaglia della Bombonera. E quella sera, baciare la Coppa aveva ancora più gusto.

E tutti insieme, appena in volo, facemmo il gesto dell’ombrello verso l’Argentina.
Giovanni Lodetti

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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