INTRO. GROSSO COME VOLONTÈ: LA CLASSE OPERAIA CI PORTA IN PARADISO. Io, che compio 30 anni tra decisamente troppo poco, l’eroico mondiale del 1982...

INTRO. GROSSO COME VOLONTÈ: LA CLASSE OPERAIA CI PORTA IN PARADISO.

Io, che compio 30 anni tra decisamente troppo poco, l’eroico mondiale del 1982 non so nemmeno cosa sia. Ho un vago ricordo di qualcuno che in casa mia grida “TOTÒ’”, ho un lacerante ricordo delle lacrime di Baggio e di Di Biagio, ho la voglia di non seguire più il calcio dopo Corea del Sud – Italia e ho un unico e solo working class hero: Fabio Grosso.

Vincere il luogo comune sul binomio difensore in gol-titolo del film di Elio Petri è praticamente impossibile nel mondo del giornalismo sportivo. Tanto vale abbracciare la metafora e immaginarsi Fabio Grosso che impersona Gian Maria Volontè nel suo famoso monologo in fabbrica. Solo che lui lascia parlare un terrificante sinistro a giro che si infila in un angolino della porta e tra le costole di una intera nazione che, calcisticamente, avevamo (e continueremo a fare sei anni più tardi, in una splendida semifinale europea) già tartassato più volte.

Fabio, ad ogni modo, per essere un operaio è piuttosto colto, sportivamente parlando. Un buon metro e novanta, leve leggermente troppo lunghe ma funzionali, discreta corsa e un tocco di palla che la nazione scoprirà solo il 4 luglio del 2006.

ESSERE FABIO GROSSO

Un tunnel per entrare nella testa e nel corpo di Fabio Grosso, da qualche parte, deve pur esistere. E se si potesse tornare al giugno-luglio del 2006 ed entrare in quel tunnel, probabilmente vedremmo tutta l’ellisse di emozione che un ragazzo può provare.

(Intervallo con trailer di About a Boy: Un ragazzo)

Sì perchè Grosso Fabio, nato a Roma il 28 novembre del 1977, nel giugno del 2006 è un ragazzo di 29 anni convocato per i Mondiali. Non è una star, anche se deve condividere l’hotel con gente che si è quasi stufata di dominare tra Italia e Europa. Se però tra il 1999 e il 2001 Cannavaro e Buffon portavano a casa una Uefa con un Parma stellare, Totti vinceva uno scudetto leggendario con la Roma e Del Piero faceva sostanzialmente quello che ne aveva voglia con qualsiasi avversario, Fabio giocava nel Chieti. In C2.

Fabio è solo un ragazzo, ma è un ragazzo con un temperamento da medaglia d’oro olimpica. E oltretutto – e Lippi lo sapeva perfettamente – è tatticamente più importante della pietra filosofale potteriana. Insieme a Materazzi, ad esempio, è l’unico mancino di quella selezione, con la differenza che il fatto che Fabio preferisca il piede sordo – data la posizione del campo in cui gioca – si rivelerà decisiva e non solo per il tocco magico che ha trafitto per sempre Lehman.

Oh, a proposito di tunnel. Fabio Grosso, agli occhi dell’opinione pubblica calcistica – più feroce di quella americana quando si esprime sul tabacco e sulle cause farmaceutiche – passa dall’essere considerato l’ex terzino del Chieti ad un livello di popolarità “Jurij Gagarin”a partire grossomodo dal 26 giugno di quell’anno, quando lanciato da Totti, attraversa Bresciano – precedentemente giustiziato da Materazzi – e si fa mettere giù (“Forse”, cit. Caressa) da Neill, in una partita che sembrava sfigata, maledetta, simile agli ottavi di finale di quattro anni prima e con lo stesso, maledetto, allenatore sulla panchina dei nostri avversari.

Dopo quella partita, nel tunnel che conduceva all’esistenza di Fabio “John Malkovic” Grosso ci sarebbero voluti entrare in tanti, anche se le vere luci della ribalta per il nostro eroe erano ancora distanti. almeno quanto distano Kaiserslautern e Dortmund.

NATO IL 4 LUGLIO

Per essere dei padroni di casa, quelli vestiti di bianco non è che facessero così tanta paura. A differenza nostra tuttavia, loro si presentano con un curriculum fatto di Svezia (con Ibra) e Argentina (partita, quest’ultima, vinta ai rigori con rissa finale e pugno di Frings a Cruz, che gli costerà la squalifica e uno dei più grossi senni di poi della storia del calcio tedesco. Problemi loro, a mio parere). Noi, senza il rispetto dovuto, nel cv portiamo la vittoria con enorme fatica contro i canguri e il successo su chi tra Svizzera e Ucraina (non esattamente tra le favorite, se non ricordo male) l’aveva spuntata nell’ottavo di Colonia (oltretutto ai rigori, tanto per renderci la vita ancora più facile). Insomma: loro sono lo studente tedesco fresco di laurea, esperienza a Stanford, dottorato e borsa di studio. Noi siamo l’italiano appena sbarcato dall’Erasmus a Barcellona in cui ha dato meno esami di Gianburrasca. E allora come mai in finale ci andiamo noi?

La risposta è evidentemente nel titolo di questo pezzo, senza contare che – clamorosi e inspiegabili contropiedi tedeschi da 6 contro 4 – siamo tatticamente leggermente più scaltri (toh…), oltre che più vissuti di quella nazionale che giungerà a piena maturazione solo due edizioni più tardi, travolgendo il Brasile, e vincendo la sua quarta coppa del mondo.

RESERVOIR DOGS

Torniamo però al 4 luglio del 2006. Per vincere in Germania contro la Germania c’è bisogno di organizzare una squadra di rapinatori. Le Iene tarantiniane vanno benissimo, ma facciamo che questa volta lasciamo a casa gli infiltrati e il colpo va a segno. Anzi no. Portiamocelo un infiltrato (Fabio Grosso, e chi se no?), ma facciamo che è come il poliziotto di Hooligans di Philip Davis, quello che invece di segnalare i tifosi violenti, se ne va a braccetto con loro devastando l’Inghilterra post-thatcheriana (che è un crimine, ma fino a un certo punto, ndr).

Dunque. Se Fabione è il Tim Roth della situazione – mister Orange – il matto lo può fare Materazzi, che una certa somiglianza con Michael Madsen ce l’avrebbe anche, specie quando taglia l’orecchio di Zidane (beninteso: solo a parole), godendo – lui pure – dello shift della popolarità (da mulo scalciatore a idolo buddista). Poi c’è Mister White Cannavaro, che cerca di mettere calma anche nelle situazioni più difficili e Steve Buscemi-Iaquinta, che sembra sempre agitato ma riesce poi splendidamente a cavarsela in ogni situazione. In regia ci sono Marcello “Joe” Lippi e alcune vecchie volpi come Francesco “Eddie il Bello” Totti e Andrea Pirlo, eminenza grigia di quel gruppo, che ha il modo di fare del poliziotto che istruisce Tim Roth sul da farsi. Senza contare gli splendidi aiutanti quali Simone Perrotta (Mister Brown, Quentin Tarantino) e Alberto Gilardino, Mister Blue, colore malinconico (come l’espressione del volto del Gila, anche quando esulta col violino) per definizione ma tremendamente efficace per una giusta melodia di colori e suoni. C’è spazio per un ultimo bandito, quello coi guantoni, se non fosse che i personaggi principali sono finiti. Lui – che durante i mondiali ha trasformato la propria area di rigore in un’area di quarantena off-limits – è mister quellochevoletevoi, senza dubbio protagonista di quel colpaccio avvenuto in una grande citta della Ruhr giusto nove anni fa.

ANCORA TIM ROTH: LA LEGGENDA DEL PIANISTA SULL’OCEANO

Il film ha un solo tema: il talento. Che improvvisamente esplode nelle mani, nella testa, nei piedi di un ragazzino ed esce, come un fiume in piena. Magari Fabio non avrà lo stesso talento del ragazzino che ad inizio film sveglia l’intero “Virginian” toccando divinamente i tasti del piano, ma sarete altrettanto d’accordo che dopo il gol alla Germania tutti noi ci siamo sentiti come il comandante di quel transatlantico, assonnati, in vestaglia, sbalorditi, tutti con una gran voglia di chiedere: “Fabio, ma da dove cazzo ti è uscito quel sinistro magico che ci ha permesso di prendere in giro i tedeschi per i prossimi due secoli?”. Ma siamo uomini di sport – così come il comandante era un uomo in divisa – e tutto quello che abbiamo potuto fare è infilarci le mani tra i capelli e renderci conto di quello che era successo urlando – noi e Civoli – MIO DIO FABIO GROSSO.

Sull’azione in sé (la cronologia youtube dice che è uno dei miei video preferiti, roba da almeno due volte al mese, ma sto cercando di affrontare il tema con meno pancia possibile) non c’è praticamente più nulla da dire. Faccia tuttavia un passo avanti chiunque abbia capito, nei primi tre secondi dopo il gol, chi fosse l’autore dello 0-1. Io personalmente avevo pensato a Iaquinta, qualcuno ha gridato “Materazzi!”, altri erano svenuti. Non esiste un singolo telecronista, italiano, tedesco, messicano, argentino, spagnolo, marziano, che abbia detto nella propria lingua “Tiro di Grosso, gol!”. Nessuno lo ha messo a fuoco. C’è voluto un primo piano del regista tedesco (lo so: sto godendo anche io a distanza di quasi dieci anni) per farci doppiamente impazzire. Eppure niente al mondo succede per caso.

HERO, EROE PER CASO

Bernie Laplante, Dustin Hoffman, è un ladro da quattro soldi che sta passando uno dei peggiori periodi della propria esistenza. Il destino gli viene incontro facendogli cadere un aereo a due passi da dove gli si era ingolfata l’auto, rendendolo così – volontariamente o meno – un eroe che aiuta i superstiti a salvarsi. Il film prosegue poi in una metafora, non eccessivamente profonda, della parabola della vita umana e della riconoscenza. Sarebbe ingeneroso paragonare Fabione a Bernie, ma la parabola della sua vita calcistica è arriva a a piena maturazione in quell’estate tedesca.

E che non sia un caso siamo d’accordo. Fabio è come Bernie nel trovarsi nel posto giusto al momento giusto. E lo fa principalmente sul proprio luogo di lavoro, il settore sinistro della difesa di quello stratosferico Palermo di metà anni ’00, forse il migliore di tutti i tempi, che peraltro portò in azzurro anche un altro indimenticato protagonista, Simone Barone, senza contare che Luca Toni – nel luglio del 2006 – era appena uscito dalla maglia rosanero per infilarsi in quella della Viola. Fabio è tatticamente un “tronco”, come si dice nell’ambiente. Il che non significa che è piantato, ma che è esattamente (e, particolare non da poco, sempre) nel posto giusto. Una delizia per chi gioca a centrocampo e viene pressato (Pirlo), una benedizione per chi deve inventare e non ha luce sulle punte (Totti), una manna per gli allenatori (tutti) che per una volta possono sbraitare anche in direzione di chi gioca lontano dalla panchina.

OUTRO: CHARIOTS OF FIRE

Una risposta per chi si chiede cosa ci facesse Fabio in quel punto dell’area, praticamente smarcato, quel giorno di inizio luglio di nove anni fa, quella no, non ce l’ho nemmeno io. Non so nemmeno se ce l’abbia Pirlo, unico umano sulla terra in grado di nascondere le proprie intenzioni (piccolo flashback: in grado di stoppare quel pallone che usciva dall’area al 119esimo minuto di gioco) e fornire una pagnotta calda al proprio terzino sinistro.

Come la vita del protagonista di “Eroe per caso”, anche la carriera di Fabio, dopo Germania 2006, inizia via via la fase dell’atterraggio. Oddio, a guardare i nomi delle tre squadre in cui ha giocato dopo il Mondiale – Inter, Lione, Juventus – ci sarebbe da pensare il contrario. Infatti non è quello. Sta tutto in quello che la gente si aspettava da lui, che tornasse ai livelli di quel mondiale, senza contare che una semifinale contro i padroni di casa ti mette addosso una magia che un lunedì sera invernale in trasferta col Chievo non ti può nemmeno lontanamente offrire. Poi Fabio è Fabio, non è un dio. Lo è stato, ma quei tempi sono andati. C’è però un ultimo episodio che resta
nella mia mente.

Dicembre 2006, Bayern Monaco-Inter, ultima partita del girone di Champions League. Valore della partita? Nessuno entrambe le squadre sono già qualificate. Mister Mancini fa riposare i titolari (proponendo in attacco un fantastico Mariano Gonzalez, anche lui ex Palermo, ma questa è un’altra storia). Verso metà ripresa però sale Fabio. Dall’Allianz Arena piovono fischi, nemmeno entrasse in campo la nazionale inglese del Mondiale del ’66. Seguono pochi istanti di smarrimento, poi tutti capiscono. Non sono fischi, sono grida di dolore che partono dalla Baviera e raggiungono lo Schleswig-Holstein, con il passaggio obbligato nella Ruhr. Per loro, dolori. Per noi – grazie a Fabio Grosso da Roma – Momenti di Gloria.

Alessandro Moretti