C’è un nome, un volto, uno sguardo che è rimasto impresso, forse più di qualunque altro, a chi ha visto ieri la partita inaugurale...

C’è un nome, un volto, uno sguardo che è rimasto impresso, forse più di qualunque altro, a chi ha visto ieri la partita inaugurale della serie A. Quel nome, quel volto, quello sguardo appartengono ad Emil Hallfredsson, il vichingo islandese che ha donato il proprio cuore ad una squadra forse addirittura ad una città intera. Da cinque anni a questa parte Emil ha sposato la causa del Verona, allora, nel 2010 quando tutto è cominciato, era Lega Pro, ora è serie A.

Di cose ne sono successe, di acqua ne è passata sotto i ponti. In realtà per Hallfreddson è come se non fosse cambiato proprio nulla, lui è lì in mezzo al campo a giocare il suo calcio, al suo ritmo che spesso non coincide con quello indemoniato di compagni ed avversari. Di una cosa però potete stare certi, la sua gamba non la tirerà mai indietro, per nessuna ragione al mondo.

Emil è lì, primo faro della manovra offensiva e mastino insuperabile in fase difensiva. L’assist scontato quasi quanto il cartellino giallo, sventolatogli davanti a quell’espressione impassibile, da duro dal cuore forte. Perché per l’islandese non esiste uscire dal campo senza aver versato tutto il sudore possibile immaginabile, fino all’ultima goccia. Glielo ha insegnato il padre, venuto a mancare lo scorso anno, punto di riferimento imprescindibile della sua vita.

Sono un figlio, in fondo. Che soffre, che piange, che ama, che avrebbe voluto che suo papà avesse vissuto ancora per condividere tante altre gioie insieme… Lo volevo, sì, ma a poco a poco ho capito che non sarebbe successo (…)
(tratto dalla lettera scritta da Hallfredsson in occasione della morte del padre)

Dietro alla prestazioni incredibili di Luca Toni della passata stagione c’era spesso la sua mente, ad orchestrare il tutto. Quando l’islandese è a posto fisicamente il Verona cambia volto, lo si è visto anche ieri quando da una sua intuizione è nato l’assist per Jankovic, quando sulle sue caviglie si sono infrante moltissime azioni romaniste.

I più attenti lo avevano già capito dai tempi di Reggio Calabria: era il 2009 quando con la maglia amaranto numero 2 trafisse un certo Gianluigi Buffon, con un siluro dalla distanza senza appello.
Fu quello l’unico gol con la maglia della Reggina ma bastò per far capire a tutti che la botta dalla distanza sarebbe stata uno dei suoi marchi di fabbrica, con la quale avrebbe fatto male a più di qualcuno.

Ora Emil è il cuore e l’anima del Verona, dall’alto dei suoi 31 anni e con quell’esperienza necessaria per prenderla per mano e guidarla fuori dai guai. I tifosi che hanno condiviso con lui gioie e dolori, dalla Lega Pro alla massima serie, in mezzo al campo si sentono al sicuro. Non ha più il 2 sulle spalle, ora può permettersi anche il 10, come chi ha in pugno le sorti della propria squadra. Il destino calcistico di una città.

Non ha un fisico da urlo, a dirla tutta è più propenso ad una pancetta vintage, non fa sfoggio di doppi passi, ma vi sfidiamo a trovare un centrocampista così concreto e completo. Oggi più che mai, in un calcio in cui il fisico conta tanto, forse troppo, onore al vichingo di Verona, Emil Hallfredsson.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo