El Salvador 1982, un Mundial disastroso El Salvador 1982, un Mundial disastroso
Nel 1982 El Salvador partecipa per la seconda volta ai Mondiali. Il portiere Luis Ricardo Guevara Mora racconta la disavventura dei centroamericani in Spagna,... El Salvador 1982, un Mundial disastroso

Nel 1982 El Salvador partecipa per la seconda volta ai Mondiali. Il portiere Luis Ricardo Guevara Mora racconta la disavventura dei centroamericani in Spagna, nel libro “I Mondiali dei vinti” di Matteo Bruschetta.

“L’ultima amichevole disputata a El Salvador fu contro i brasiliani del Gremio, il 6 giugno 1982, appena nove giorni prima del nostro esordio al Mondiale contro l’Ungheria. Tutte le altre squadre erano già da qualche tempo in Spagna, quando noi partimmo dall’aeroporto di San Salvador. Più che un viaggio, fu un’odissea durata due giorni. La prima tappa fu Città del Guatemala, dove abbiamo dormito una notte. Da lì abbiamo preso un aereo Iberia con scalo a San José, in Costa Rica, dove abbiamo aspettato dodici ore per poi raggiungere Santo Domingo. Dopo altre quattro ore di attesa, ci siamo finalmente imbarcati per Madrid. Dall’aeroporto di Barajas, abbiamo infine preso l’ultimo aereo per Alicante, dove siamo arrivati distrutti fisicamente e con il fuso orario completamente sfasato.

Ad attenderci c’era un autobus bianco e verde, i colori del Messico. Non c’era neanche il nostro nome scritto, evidentemente il comitato organizzatore non era sicuro della nostra presenza. Sapevano che la nostra federazione aveva problemi economici e ci anticiparono 100.000 dollari per assicurarsi che potessimo partecipare. Dove siano finiti quei soldi, ho i miei sospetti. Di sicuro non furono usati per pagarci i premi qualificazione o preparare adeguatamente il Mondiale. Su quell’autobus bianco e verde, siamo saliti in venti, invece che in ventidue, come tutte le altre nazioni partecipanti. Restarono, infatti, a El Salvador il centrocampista Gilberto Quinteros e l’attaccante Miguel González, la federazione disse che non c’era denaro per farli viaggiare in Spagna. Noi giocatori e lo staff tecnico abbiamo fatto una colletta di 600 colones a testa per farli venire in Spagna. Purtroppo però Quinteros e González non erano schierabili, poiché nella lista consegnata alla Fifa c’erano solo venti nomi.

Il presidente Félix Mayorga Castillo disse che venti giocatori erano sufficienti e che anche la Germania Ovest aveva convocato due uomini in meno. Una bugia, ovviamente. In compenso, i dirigenti portarono in Spagna le loro famiglie e i loro amici, che non vennero neanche a vedere le nostre partite ma preferirono farsi un giro turistico in Europa. A nostre spese, claro. La loro avidità era tale che rubarono pure le maglie che il nostro sponsor tecnico, l’Adidas, aveva fabbricato per noi. Delle sette divise ufficiali, ne sparirono due di blu, la nostra prima maglia, e una di bianca. Restavano solo tre uniformi bianche, i dirigenti si giustificarono con altre menzogne, dicendo che le divise blu le avrebbero tenute per le selezioni giovanili e che in televisione il bianco si vedeva meglio.

Decidemmo così di conservare per ricordo l’unica maglia blu rimasta, prima che si fregassero anche quella.

Il nostro ritiro era a Campoamor, una cittadina a sessanta chilometri da Alicante. L’hotel era carino, c’erano una piscina, un campo da tennis e uno da golf. L’unico problema era che, di fianco all’hotel, c’era un club di tiro al pichon, il tiro al piattello, quindi il mattino gli spari fungevano da sveglia. Qualcuno, sarcasticamente, disse che sembrava di essere a El Salvador. Anche nei quotidiani fecero ironia, scrissero che tiro al pichon era una metafora di quello che ci sarebbe capitato contro Ungheria, Belgio e Argentina, le nostre tre rivali del gruppo C. Il campo di allenamento era a Torrevieja e la prima seduta la dice tutta sulla disorganizzazione che regnava: ci siamo allenati “in borghese”, chi vestito di rosso, chi in verde, chi in blu. Sembravamo una squadra di scapoli e ammogliati, non una nazionale che tre giorni dopo avrebbe giocato la sua prima partita al Mondiale.

Un paio di sere prima dell’esordio, andai con un dirigente a una cena ufficiale della Fifa. Eravamo gli unici due salvadoregni, in mezzo a tanti argentini, belgi e ungheresi. Tutte le altre federazioni avevano portato un regalo per gli avversari: chi una camicia, chi una bandiera, chi un libro con la storia del calcio locale. Gli unici a presentarsi a mani vuote eravamo noi. Avevo imparato a memoria dei discorsi sulla nostra storia e sulla nostra letteratura, che avevo studiato al Museo Nazionale di Antropologia David J. Guzman. Li ripetevo nella mia mente come una poesia, ma non servì. A nessuno interessava della ricchezza culturale del nostro paese, né della nostra squadra di calcio. Le uniche domande che mi ponevano, riguardavano la guerra civile. Quella sera capii che ci consideravano degli eroi per esserci qualificati in mezzo a tante difficoltà. Lo stesso capitava con i giornalisti spagnoli. Un quotidiano di Alicante ci aveva addirittura soprannominato “los guerrilleros”. Parlavano della guerra, delle bombe, dei morti, delle nostre difficoltà economiche, ma poco del nostro calcio.

La preparazione alla partita contro l’Ungheria fu improvvisata, anche nello studio dei nostri avversari. Sapevamo poco o nulla del loro modo di giocare. Qualche mese prima, il Ct “Pipo” Rodríguez aveva proposto alla federazione di fare una tournée in Europa, in modo da sapere qualcosa in più su chi avremmo affrontato. Gli fu risposto picche, era più lucrativo disputare un tour in Sudamerica. Le uniche informazioni sull’Ungheria gliele fornì uno spagnolo che lavorava al Deportivo Fas, una squadra di El Salvador. Il giorno prima della partita si presentò nel nostro hotel con una videocassetta e un furgone pieno di vestiti. La federazione lo pagò profumatamente per questo. E dicevano che mancavano i soldi… Guardammo tutti assieme la registrazione della partita Spagna-Ungheria 0-3 e, una volta finita terminata, ognuno tornò nella propria stanza. Né l’allenatore, né i suoi assistenti ci dissero nulla su quali tattiche e strategie avremmo dovuto adottare contro i magiari.

Tra i tanti contrattempi, ci fu inoltre quello dei palloni. Il comitato organizzatore aveva donato venticinque palloni Tango a ciascuna squadra partecipante. I nostri sparirono misteriosamente, o meglio ci furono rubati, il giorno della partita. Per il riscaldamento siamo stati costretti a farcene prestare un paio dagli ungheresi. Nonostante tutti questi imprevisti e disorganizzazione, noi eravamo convinti di disputare un grande Mondiale e di poterci qualificare alla seconda fase. Avevamo una difesa solida, una delle meno battute nelle qualificazioni, e ottimi palleggiatori, come Mágico González e Norberto Huezo. Perché non crederci?

La fiducia era alta quando il 15 giugno 1982 scendemmo in campo a Elche, convinti che l’Ungheria fosse l’avversario più debole del girone. Ci sbagliavamo di grosso. Dopo ventitré minuti eravamo già sotto di tre gol: Nyilasi di testa (4′), Pölöskei con un diagonale sinistro (13′) e Fazekas con un gran mancino da fuori (23′). Proprio László Fazekas ci sorprese: aveva trentacinque anni, camminava per il campo ma tutte le azioni più pericolose partivano dai suoi piedi.

Dopo pochi minuti, s’infortunò il mediano José Rugamas, il nostro uomo d’ordine in mezzo al campo, e al suo posto l’allenatore inserì un terzo attaccante, Luis Zapata, detto “El Pelé” Una mossa estrema per recuperare la partita, che ci consentì di creare diverse occasioni da gol, tutte fallite di poco. Tenevamo bene palla, giocavamo un calcio offensivo e all’intervallo “Pipo” Rodríguez ci disse che dovevamo crederci, tre gol erano recuperabili. Nella nostra ingenuità, pensavamo di giocare alla pari con l’Ungheria, ma era solo un’apparenza. Era una tattica la loro: ci lasciavano attaccare, per poi colpirci in contropiede. In Europa, infatti, i magiari erano famosi per le loro ripartenze letali ma noi, non avendoli studiati, mica lo sapevamo.

Nel giro di pochi minuti abbiamo subito altre due reti, da Tóth (50′) e ancora da Fazekas (54′). Dalla panchina qualcuno venne dietro la mia porta per comunicarmi che mi avrebbero sostituito. Il cambio però non avvenne mai e, ancora oggi, il motivo non l’ho scoperto. Qualcuno sostiene che il mio vice, Eduardo Hernández, si rifiutò di entrare per timore di una figuraccia. Qualcun altro sostiene che la sostituzione fu un’idea dell’assistente allenatore Salvador Mariona, ma “Pipo” Rodríguez si oppose per non bruciare due portieri in una sola partita.

L’unico momento felice arrivo dopo un’ora di gioco, quando “El Pelè” Zapata segnò il nostro primo e unico gol nella storia dei Mondiali, dopo una grande azione sulla sinistra di Mágico González. Nonostante fossimo sotto 5-1, fu una grande gioia, celebrammo come dei bambini. Huezo disse a Zapata di non esultare troppo, altrimenti gli ungheresi si sarebbero risvegliati. E così fu. Nel giro di sette minuti, dal 69′ al 76′, ne segnarono altri quattro: tre László Kiss e uno Lázár Szentes, entrambi neo-entrati. Fu un blackout, ci sentivamo stanchi fisicamente e mentalmente. Se fino al 5-1 eravamo in partita e pensavamo ad attaccare, dopo quei sette minuti il nostro unico pensiero era andare sotto la doccia, il prima possibile. Prima del fischio finale, arrivò anche il decimo gol di Nyilasi. Oltre ad essere il più giovane portiere titolare ai Mondiali, detenevo ora anche un altro primato: quello di portiere che aveva subito il maggior numero di gol in una sola partita. Mentre io piangevo, in qualche angolo della Corea del Sud, Duk-Yung Hong stava probabilmente celebrando di aver perso quel record negativo (Ungheria-Corea del Sud 9-0, Mondiali 1954).

(…) Dopo avere perso con onore le altre de partite con Belgio (1-0) e Argentina (2-0), al ritorno in patria l’accoglienza fu dura. Un dirigente disse che l’unico modo per riempire di nuovo lo stadio di San Salvador era impiccare uno dei giocatori dentro lo stadio. Alcuni miei compagni si ritrovarono senza squadra dall’oggi al domani. Il Ct “Pipo” Rodríguez si dimise e disse addio al calcio, dedicandosi al suo lavoro di ingegnere. Anche i giornalisti ci andarono giù pesante, cercarono un capro espiatorio e quello fui io, il giovane portiere. Quando sono tornato in patria, il clima era pesante già all’aeroporto, dove mi hanno rotto la valigia, insultato e aggredito. Questo trattamento diventò per me un’amara consuetudine, diverse volte ho dovuto difendermi con calci e pugni. Mi aggredirono più volte per strada, mi saccheggiarono la casa, ma il peggio fu quando mi mitragliarono la macchina. Ventidue proiettili, io ero all’interno ed è un miracolo che sia qui a raccontarvelo. Dopo la qualificazione in Honduras i salvadoregni volevano farmi un monumento, dopo i Mondiali invece volevano costruirmi una tomba”.

Matteo Bruschetta

Per leggere l’intero racconto dell’avventura di Luis Ricardo Guevara Mora e di El Salvador ai Mondiali del 1982, potete acquistare il libro “I Mondiali dei vinti” su Amazon in versione ebook o versione cartacea cliccando questo link.

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