Egidio Arevalo Rios: el pequeño gigante Egidio Arevalo Rios: el pequeño gigante
Nel 2014, alla vigilia dei i Mondiali in Brasile, su queste stesse pagine, di lui si parlava in questi termini: “Fa parte delle cose... Egidio Arevalo Rios: el pequeño gigante

Nel 2014, alla vigilia dei i Mondiali in Brasile, su queste stesse pagine, di lui si parlava in questi termini: “Fa parte delle cose inspiegabili del calcio, almeno per chi non lo guarda con gli occhi giusti. Lo vedi palleggiare distrattamente nel pre partita e ti chiedi da dove sia uscito questo. Ecco, poi in campo è un’altra cosa, e gli avversari se lo trovano incollato ai parastinchi..

E, ancora, sempre da queste colonne, durante quel mondiale: “Uno che farebbe fatica a essere docile giocando col pargolo nel giardino di casa, figuratevi con che spirito è entrato in campo nella massima competizione per nazionali.

Eh sì, perché così, come Egidio Arevalo Rios ci nasci, non c’è niente da fare. Un esteta del pallone sicuramente lo snobberebbe, troppo ruvido, troppo brutto a vedersi. Eppure per noi Egidio Arevalo Rios ha qualcosa di speciale. Piccolo, tarchiato, eppure rapidissimo a comprendere le intenzioni avversarie e stroncarle con una decisione senza eguali. Come ogni uruguaiano è animato dalla Garra Charrua, e quella non la impari, e forse è per questo che una nazione piccola come l’Uruguay forgia così tanti grandi calciatori.

Arevalo però non ha grande talento, è uno che ha dovuto combattere tanto per emergere, da sempre. I primi anni in Uruguay sono duri, la sua famiglia è povera, e lui oltre a fare il calciatore fa anche il carpentiere e il pittore per aiutare la famiglia. Le prime squadre in cui milita sono di Paysandú Bella Vista e il Bella Vista ( squadra in cui rimarrà per più tempo nella sua carriera) disputando ottime annate dal 1999 al 2006, fino a quando arriva la prima chiamata con la nazionale. Lui, per andare al ritiro della Nazionale, si ritrova costretto a prendere l’autobus, dal momento che ancora non naviga nell’oro e non può permettersi altro. Di autobus ne perde 2 perché troppo pieni, il terzo, fortunatamente, riesce a prenderlo e può arrivare finalmente al ritiro della nazionale.

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Dopo il 2006 inizia il suo viaggiare per il Sudamerica: approda al Penarol, poi va al Monterrey in Messico la stagione successiva, nella stagione seguente cambia addirittura due squadre, inizia nel Danubio e finisce nel San Luis, prima di tornare nel Penarol dove vincerà il campionato da assoluto protagonista nel 2009/10. Nel 2011 si trasferisce al Botafogo in Brasile e successivamente al Club Tijuana di nuovo in Messico. Nel 2012 la svolta, la chiamata dal Vecchio Continente, onestamente un po’ a sorpresa: il Palermo di Zamparini lo vuole e sborsa 3 milioni di euro per averlo. Non sarà un errore, perchè alla prima da titolare col Palermo segna con un gran destro di prima intenzione dal limite dell’area contro il Cagliari.

Il Palermo quell’anno però sembra non esserci, la squadra non gira e il vulcanico presidente Zamparini cambia allenatori su allenatori, fino all’amara retrocessione sancita alla penultima giornata dalla sconfitta con la Fiorentina al Franchi. Arevalo non gioca nella sua posizione davanti alla difesa ma viene schierato da mezzala: questo gli consente di mettere a segno anche un’altra rete contro la Lazio grazie ad un perentorio inserimento. Nonostante la stagione del centrocampista sia più che dignitosa, gli screzi con il direttore sportivo Lo Monaco e un permesso di lavoro per la moglie che non arrivava dal Messico portano il centrocampista a cambiare nuovamente squadra, per l’ennesima volta nella sua carriera.

Va 6 mesi in America nei Chicago Fire, ma lì non si sente a casa, deve conquistarsi il Mondiale e quindi torna in Messico nei Monarcas Morelia dove gioca delle ottime gare e sembra tornare il centrocampista che tutti ammirano. Nelle ultime stagioni, dal 2014 gioca nel Tigres, e con la maglia dei felini scatta una scintilla. Arevalo diventa un eroe per il pubblico di casa, ma le amarezze sono dietro l’angolo: durante la sua prima stagione perde la finale del campionato a causa di un arbitraggio ai confini della realtà nella gara di ritorno contro il Club America( l’ andata era stata vinta 1-0 dal Tigres) ritorno condizionato da ben 3 espulsioni per i felini e un 3-0 che fa male. Il Cacha non riesce a trattenere le lacrime.

Nigeria v Uruguay: Group B - FIFA Confederations Cup Brazil 2013

Lacrime ancora più amare nella stagione successiva, quella attuale, in cui il Tigres arriva in finale di Libertadores grazie a ben 3 gol di Arevalo nel torneo. il più importante dei quali vale la vittoria e la conseguente qualificazione nella semifinale di ritorno contro l’Internacional. Nella finale di andata contro il River terminataa 0-0 viene premiato come uomo partita. Corre, corre, corre senza fermarsi mai, la vittoria e la gloria sembrano ad un passo. Ma nella gara di ritorno al Monumental il River strapazza i felini  per 3-0, un altro 3-0, un’altra beffa. Ma siamo sicuri che Egidio sarà in grado di rifarsi. D’altronde uno con un carattere del genere non si scoraggia di certo per due sconfitte.

Le più belle soddisfazioni se le è però tolte in Nazionale: nel 2010 è sempre titolare nella Celeste che arriva 4ª in Sudafrica stupendo tutti, nel 2011 vince la Copa America da protagonista annullando Messi nei quarti con l’Argentina, con la Celeste addirittura in 10 più di un tempo e per tutti i supplementari a causa dell’espulsione prematura del suo compare di scorribande Diego Perez. In finale contro il Paraguay è lui a dare il via alla festa Charrua, grazie a un pallone strappato al limite dall’area a Ortigoza e servito a Forlan davanti al portiere, un cioccolatino troppo invitante, una giocata non proprio tipica del suo repertorio.

Dopo la finale un giornalista lo intervista e gli chiede “Ma quanto corri Cacha?” Lui non risponde, si limita a sorridere. In fondo chi conosce almeno un pochino Arevalo Rios sa che per lui correre non è un problema, perché la sua voglia di correre e scappare via lontano lo ha tolto dai guai, lo ha tolto dalla strada. Disputa un altro Mondiale e un’altra Copa America, e anche se l’Uruguay non emerge come nelle passate edizioni lui fa un figurone. In assenza di Diego Perez ovviamente Arevalo Rios è sempre l’ultimo a mollare. Sembra un post-it attaccato agli avversari: chiedete a Rooney, a Marchisio, oppure al solito Messi. Che lui picchi duro come un fabbro, che passi la palla sempre al compagno più vicino e che non sappia fare un lancio lungo a noi non interessa. Noi che viviamo il calcio in un certo modo, sappiamo che Arevalo deve fare altro, deve fare il lavoro sporco che tanto piace a noi. Così è diventato un campione, almeno per noi. Rimanendo emplicemente El Cacha, diventando il Piccolo Gigante.

Maurizio Muglia
twitter: @MauMuglia