Edin Dzeko, il cigno di Sarajevo Edin Dzeko, il cigno di Sarajevo
Piovono bombe, arrivano le granate e i colpi di arma da fuoco si distinguono nitidamente a breve distanza da quei palazzi. I bambini tra... Edin Dzeko, il cigno di Sarajevo

Piovono bombe, arrivano le granate e i colpi di arma da fuoco si distinguono nitidamente a breve distanza da quei palazzi. I bambini tra un allarme ed un altro giocano al campetto, quasi a voler esorcizzare l’angoscia, ad allontanare per un po’ la paura di morire da un momento all’altro, quasi a volersi riprendere quell’infanzia perduta che una guerra si sta portando via.

Morte e distruzione, odore acre di fumo di nell’aria, ma i bambini appena possono giocano, perché i bimbi in qualsiasi parte del mondo, quello devono fare: devono giocare.

Tra quei ragazzini, in quei campetti polverosi, c’è anche Edin Dzeko. Siamo a Sarajevo nel 1993, nel pieno della Guerra dei Balcani. Il piccolo Edin ha sette anni, è nato un giorno di metà Marzo del 1986. Iniseme alla sua famiglia cerca di sopravvivere alla guerra, passa gran parte della sua giornata nascosto in qualche stanza e poi appena può corre in cortile a giocare a calcio con i suoi amici.

Finchè un giorno sua madre Belma insiste più del solito perché non vada a giocare a calcio con gli amici e resti in casa. “Avevo una strana sensazione, quasi un groppo allo stomaco, racconterà la donna nel 2009. Nella guerra avevamo perso la nostra abitazione, molti dei nostri familiari erano morti”.

Edin a malincuore per una volta obbedisce. Solo qualche minuto più tardi, tre granate di abbattono sul campetto del quartiere popolare di Otoka. “Quel giorno ho perso molti amici”. Ricorderà alcuni anni più tardi lo stesso Dzeko. E ancora: “Erano anni difficilissimi. Dovevamo costantemente stare attenti, schivare le pallottole e le granate. Non c’era niente da mangiare, si viveva in quindici in una stanza sola. Era impossibile”.

La guerra lo segnerà per sempre, ma Edin Dzeko insieme alla sua famiglia non lascerà mai i posti in cui è cresciuto, non scappano, non emigrano, restano in Bosnia e sopravvivono tutti alla guerra. Il piccolo Edin ha una dote naturale, con il pallone tra i piedi ci sa fare davvero. Dopo la fine dei combattimenti viene notato da Jusuf Sehovic, allora allenatore delle giovanili dello Zeljeznicar di Sarajevo. A soli diciassette anni fa l’esordio in prima squadra nel ruolo di centrocampista.

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La pubertà gli regala di colpo quindici centimetri in più sulle spalle, viene così spostato immediatamente a giocare da prima punta, non fosse altro che per il fatto che è nettamente più alto degli altri e di testa può scardinare le difese avversarie, aprendo varchi per gli inserimenti dei compagni oppure segnando con irrisoria facilità. La trasformazione da centrocampista ad attaccante è dovuta all’intuizione di Jiri Plisek.

Il tecnico ceco nel 2005 allena per quattro mesi lo Zeljeznicar. Quando se ne va, facendo ritorno in patria, porta con se il giovane bosniaco. Plisek trova al ragazzo il suo ruolo naturale, quello di punta: 22 gol in due stagioni con le maglie del Teplice e del Usti nad Labem. La carriera da professionista di Dzeko è così iniziata, il giovane sembra essere già pronto per il salto nel calcio europeo che conta davvero.

Arriva così la chiamata dei tedeschi del Wolfsburg. Quattro anni trascorsi in Bundesliga, 85 reti messe a segno in tutte le competizioni con la maglia dei Lupi. Nel gennaio del 2011 per Edin Dzeko si spalancano le porte della Premier League, a volerlo è il Manchester City. A Manchester rimane quattro stagioni e mezza, vince due Campionati e qualche Coppa e realizza la bellezza di 72 gol.

Fino alla sbarco nella Capitale. Il 2015 lo acquista la Roma. Il primo anno le cose non vanno bene, vede pochissimo la porta, sbaglia gol banali e segna solo 8 gol in campionato, finendo al centro della critica della stampa e bersaglio dei tifosi romanisti. Nella seconda stagione però le cose cambiano decisamente. Luciano Spalletti riesce a valorizzarlo a pieno, usando costantemente il famoso “bastone e carota”. Il bosniaco ricambia la fiducia del tecnico toscano con la bellezza di 39 gol tra tutte le competizioni, 29 dei quali segnati in campionato. Vince la classifica cannonieri dell’Europa League e della Serie A e diventa il miglior marcatore della storia della Roma in una singola stagione.

E’ passato poco più di un anno invece da quando la Roma stava per venderlo al Chelsea, nel mercato invernale della scorsa stagione. Edin Dzeko ha risposto da professionista, giocando delle partite importanti anche nei giorni più caldi di quella trattativa. Alla fine è rimasto ed ha trascinato con 8 gol i giallorossi ad una storica semifinale di Champions League, poi persa nel doppio confronto con gli inglesi del Liverpool.

Giocatore moderno, centravanti completo, dotato di una tecnica sopraffina resta in ogni caso uno degli attaccanti più discussi del nostro campionato. Soprattutto dai suoi tifosi che troppo spesso gli contestano un atteggiamento troppo fumoso e disfattista, dimenticandosi però di trovarsi di fronte ad uno dei centravanti più forti del panorama calcistico europeo.

Proprio l’Europa sembra essere il suo habitat naturale. Anche in questa stagione fino a questo momento le cose migliori le sta facendo in Champions League, dove ha già realizzato 5 gol in cinque partite giocate, contro le sole 7 reti messe a segno in campionato. Ma la stagione è ancora lunga e come dimostra la doppietta inflitta a domicilio al Frosinone nell’ultimo turno, anche in Serie A il feeling con la porta avversaria sta ritornando ai soliti alti livelli. Inoltre dal 2014 è anche Capitano della propria Nazionale con la quale ha prima centrato la storica qualificazione e poi giocato i Mondiali del 2014.

Proprio con la sua terra ha un legame indissolubile, tra le strade della Bosnia ed Erzegovina, tra le vie di Sarajevo, Edin Dzeko oltre ad essere un idolo è considerato “uno di casa”. Uno di quelli che non ha mai rinnegato i posti dove è cresciuto e che anzi ha fatto della sua storia, della sua identità e delle sue radici uno dei suoi maggiori punti di forza.

Lo deve a se stesso e alla sua famiglia che lo ha protetto nei giorni difficili, lo deve ai suoi amici che quel giorno su quel campetto se ne sono andati troppo presto, vittime innocenti dell’infamia della guerra e della follia umana. Edin Dzeko è per tutti quello che ce l’ha fatta. Riuscendo grazie al calcio a riscrivere il proprio destino. Per la sua gente è, e resterà per sempre il ragazzo elegante come un cigno. Il Cigno di Sarajevo.

Raffaello Lapadula
twitter: @RafLapo

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