Edgar Davids: semplicemente Pitbull Edgar Davids: semplicemente Pitbull
Era l’avversario che mi piaceva di più. Lui mi dava una botta e io mi alzavo senza dire nulla. Io gli davo una botta... Edgar Davids: semplicemente Pitbull

Era l’avversario che mi piaceva di più. Lui mi dava una botta e io mi alzavo senza dire nulla. Io gli davo una botta e lui si alzava senza dire nulla. Lui a sinistra, io a destra: ci scontravamo sempre. Una guerra. Una volta in un’intervista esposi il mio modo di pensare. Prima della gara successiva Davids mi è venuto incontro. Ho pensato che era arrivato il momento di fare a pugni, invece lui mi ha stretto la mano e mi ha detto: «Bravo, la penso esattamente come te». Avremmo potuto diventare amici.

A parlare è Matias Almeyda, un altro che su un campo da calcio non si è mai risparmiato, uno che ha gettato cuore, polmoni e sudore, tanto sudore, per la propria casacca.
Non importa quale fosse quella casacca, l’approccio è uno e soltanto uno: dare tutto fino all’ultima goccia di ciò che si ha dentro.

La storia che vi raccontiamo oggi è dedicata proprio a chi, come Edgar Steven Davids, esce da una partita, forse sarebbe meglio chiamarla contesa, senza potersi mai rimproverare nulla. Come vi abbiamo detto più volte si può vincere, si può perdere, ma allo specchio ci si deve sempre poter guardare. Questa è l’unica ricetta per rimanere nel cuore della gente, dei tifosi , e non può essere un caso che un giocatore come il Pitbull sia stato amato trasversalmente anche da appassionati che, teoricamente e sportivamente parlando, dovrebbero essere acerrimi rivali.

Per chi ormai segue il calcio da un po’ di tempo il Pitbull originale è uno e soltanto uno: Edgar Davids. Poi sono venute le imitazioni, più o meno azzeccate, riuscite come nel caso di Gary Medel, tremendamente patetiche come quel tizio scarsicrinito che si spaccia per cantante, ma bisogna farsene una ragione e accettare le cose per come sono: c’è solo un Edgar Davids, e non ce ne sarà mai un altro.

Partiamo con ordine: tutti conosciamo Davids col soprannome Pitbull tatuato addosso, ma da dove viene questo soprannome? Viene da Louis Van Gaal. Si proprio da colui che ieri avete visto sostituire il portiere titolare al 120 minuto di gioco di Olanda Costa-Rica per inserire la sua riserva, più competente nei calci di rigore. Van Gaal, che può scrivere una pagina clamorosa della storia d’Olanda, non aveva mai visto un giocatore con una tale grinta, aggressività ed ardore agonistico.

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Questo avveniva già ai tempi dell’Ajax, suo trampolino di lancio, perché lo spirito guerriero che ti porti addosso quello no, non si insegna. Oltre a queste doti che spiccano, Davids in Olanda vince, 3 campionati ed una Champions, attirando su di sé le attenzioni dei più grandi Club. Si, perchè la cattiveria agonistica c’è, e trabocca da ogni poro, ma c’è anche il piede buono e la capacità di far girare una squadra ai ritmi che vuole lui.

Arriva in Italia nella stagione 96-97, sponda rossonera, a parametro zero, sfruttando un cavillo burocratico della sentenza Bosman. A Milano non riesce però ad ambientarsi, complici anche infortuni vari, come dimostrano questa sua prima breve apparizione italiana e quella, sponda nerazzurra, qualche anno più tardi.

Passa alla Juventus per 9 milioni di lire, divenendo il primo Olandese nella storia del Club.
Qui le cose vanno diversamente: il Pitbull ci mette mezzo secondo ad entrare nel cuore dei tifosi e le critiche nei confronti della società rossonera, rea di essersene liberata troppo a cuor leggero, si sprecano.

Diventa un pilastro del centrocampo, una vera ossessione per gli avversari di turno che non si capacitavano di come potessero trovarselo addosso in ogni centimetro del campo. Interventi in tackle con tacchetti in bella mostra, corsa inesauribile, combinati ad una tecnica individuale eccellente, risultano in un mix spesso letale per gli avversari.

Avversari che non sempre sono inclini, come Almeyda, a riconoscere la genuinità del suo modo di giocare. Cosmin Contra, meteora delinquenziale transitata per breve tempo nella galassia Milan, parlerà così del giocatore olandese :«È un uomo violento con una grande carica di rancore. È arrogante, crede di essere molto più importante di quanto non sia». Questo dopo una scazzottata avvenuta nel tunnel degli spogliatoi di un fondamentale trofeo Tim.

Non è inusuale, durante la sua esperienza bianconera, vederlo in strada a giocare con gli immigrati. In qualche occasione riesce pure a trascinare Zinedine Zidane, costretto a camuffarsi per passare sottotraccia.

Per Davids giocare una partita contro la prima in classifica, una amichevole o una partita di beneficenza (si, ha trovato il modo di delinquere anche qui come vi abbiamo prontamente documentato il mese scorso) cambia davvero poco. L’avversario è quasi secondario per chi è abituato a giocare sempre e solo ad acceleratore perennemente schiacciato a tavoletta.

A tal proposito merita di esser raccontato un simpatico siparietto avvenuto con Montero (e chi se no?) prima di una sfida contro il Piacenza. Il Pitbull con gli occhiali (retaggio di una operazione per glaucoma) si avvicina al 4 uruguaiano chiedendo con tono dimesso, quasi imbarazzato “Paolo, sai mica contro chi giochiamo oggi?”.

Uno con questi attributi è vero, nel cuore dei tifosi ci entra in un batter di ciglia. Ma uno così, altrettanto velocemente, non guarda in faccia a nessuno e peli sulla lingua ne ha tendenzialmente pochi. Da qui nascono gli screzi con la dirigenza ( “Con Moggi non vado a prendere un caffè al bar e mai ci andrei” )  e con alcuni allenatori (su tutti Gus Hiddink che lo rispedirà a casa durante gli europei del 1996 dopo una critica onesta, quasi legittima, sul fatto che l’allenatore fosse succube dei senatori. Traducendo più o meno liberamente il succo era questo: Hiddink dovrebbe smetterla di appiccicare la lingua al culo degli altri calciatori ).

Nonostante ciò verra richiamato , dallo stesso selezionatore, per i mondiali del 98 in Francia che disputerà in maniera impeccabile.Farà anche qualche apparizione con la nazionale del Suriname, sua vera terra natìa.

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Il rapporto con gli arbitri, non ve lo dobbiamo certo insegnare noi, per uno dalle caratteristiche del buon Edgar, non può che esser turbolento. Ed infatti il tassametro corre parecchio velocemente e recita impietoso 16 cartellini rossi– per somma di ammonizioni- e 4 diretti , senza appello. I gialli sono abbondantemente in tripla cifra, centoquattordici. Carriere messe a repentaglio più di qualcuna, perché se è vero come è vero che l’intento primo di Davids era prendere il pallone, se di mezzo c’era anche qualche gamba avversaria non era certo un problema, anzi.

Fuori dal campo, come ogni Delinquente che si rispetti, ne ha combinate abbastanza da farne un articolo a parte. Rissa con due automobilisti che gli chiedevano di spostare la macchina e botte ad un fotografo in via Montenapoleone. Non manca la violenza domestica ai danni della moglie, che lo denuncerà per aggressioni fisiche e verbali ripetute.

Dopo la carriera in maglia bianconera inizia il lento ma inesorabile declino, sportivamente parlando si intende, perché di altri spunti ne darà ancora parecchi. Va al Barcellona per poi tornare in Italia, questa volta in sponda nerazzurra. Il rapporto con Mancini lascia alquanto a desiderare e spesso il nativo del Suriname si accomoderà in tribuna. Anche questa esperienza finisce presto ed incomincia quella inglese, forse più avvezza alla sua maniera di interendere il calcio, almeno nei suoi pensieri.

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Perché a ben vedere il trattamento ricevuto da fischietti britannici non è assai benevolo, soprattutto nella sua ultima apparizione su un campo da gioco con la maglia del Barnet Football Club, squadra delle minors inglesi. Sono 3 espulsioni in 8 gare, di cui una merita assolutamente di esser raccontata, quella ai danni del malcapitato Wright.

Partita: Barnet-Wrexham, fallo fischiato sulla trequarti d’attacco per gli ospiti. Si accende un parapiglia che vede ovviamente il nostro uomo in prima linea afferrare il pallone e sferrare una gomitata in pieno volto a Wright, il quale abbandonerà il campo da gioco con il labbro rotto e la maglia da gioco insanguinata.

A queste condizioni non è più possibile proseguire con il calcio giocato, ed infatti Edgar Davids decide di annunciare il suo ritiro con queste parole: “per gli arbitri sono diventato un bersaglio, mi tolgono il divertimento”.

Nel frattempo aveva cambiato il numero di maglia, indossando da allenatore -giocatore del Barnet FC la numero 1. Si, quella casacca riservata solitamente ai portieri, ma in questo caso cucita addosso a chi arriva sempre primo: sulla palla, sulle caviglie o , come piace pensare a noi, nel cuore della gente che ama questo sport.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo

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