Tutto Djalminha è semplicemente in quella giocata contro il Real Madrid. Una di quelle giocate talmente insensate, talmente famose che basta nominarle, nemmeno spiegarle....

Tutto Djalminha è semplicemente in quella giocata contro il Real Madrid.

Una di quelle giocate talmente insensate, talmente famose che basta nominarle, nemmeno spiegarle.

Per chi quel giorno l’ha vissuto sulla sua pelle, basta dire solo poche parole: la lambreta di Djalminha contro il Real Madrid. E una sola giocata, un solo nome, bastano a rievocare ricordi magici.

La palla che si lascia accarezzare dal tacco di un prestigiatore brasiliano, che si alza, che scavalca tutti e ricompare qualche metro più avanti.

Una palla che non finisce in porta, ma che rimane nella memoria di tutti quelli che l’abbiano mai vista, quel giorno o in una delle innumerevoli riproduzioni postume.

La pennellata di un artista che con il pallone ha sempre fatto quello che voleva.

L’urlo del genio che non vuole consegnarsi alla freddezza della razionalità.

Il colpo del folle che non sarà mai come noi, mai come lo vorranno gli altri.

La lambreta di Djalminha è un po’ il simbolo dell’unico successo del Deportivo La Coruña che ha incantato e sorpreso il mondo per un paio di anni tra il finire degli anni Novanta del Novecento e l’inizio del primo decennio degli anni.

Ma tra i tanti nomi che colpiscono e hanno colpito la fantasia e i ricordi degli appassionati di pallone, tra i vari Makaay, Pandiani, Tristan, Luque, Valeron, e i tanti altri che si sono avvicendanti con quella maglia in quelle diverse stagioni, ce n’è uno che non può lasciare indifferenti.

Djalma Feitosa Dias, o più semplicemente Djalminha.

Il genio irascibile che, con i suoi colpi di testa ha mandato all’aria una carriera che poteva essere tra le più luminose di sempre, almeno per quanto riguarda, per esempio, i brasiliani sbarcati in Europa.

Tocco di palla vellutato, fantasia da vendere, padronanza tecnica al limite della perfezione. E soprattutto imprevedibilità. Tanta imprevedibilità. Talmente tanta, che non sapevi mai se la prossima che avrebbe combinato Djalminha sarebbe stata una giocata da tramandare ai posteri oppure uno scatto d’ira che avrebbe rovinato tutto.

Come d’altronde succede solo ai poeti maledetti.

Djalminha si fa notare già in Brasile, dove gioca tra il 1989 e il 1993 con il Flamengo, salvo farsi cacciare per un litigio, piuttosto acceso, con Renato Portaluppi. Un litigio che gli costa anche la convocazione per la Copa America 1993: poteva essere la sua prima competizione internazionale con la maglia della Selecao, sarà il primo di una lunga serie di rimpianti a tinte verdeoro.

Prima il Guarani, poi addirittura una parentesi in Giappone (Shimizu S-Pulse) e poi il trasferimento in un Palmeiras pieno zeppo di campioni, tra i quali Djalminha non sfigurava. Anzi, tutt’altro.

Le buone prestazioni con la maglia del Palmeiras gli valgono la convocazione per la Copa America del 1997. Una Copa America, giocata in Bolivia, che Djalminha disputerà da protagonista, in un Brasile infarcito di fenomeni, da Ronaldo a Romario, da Denilson a Edmundo, e potremmo andare avanti per parecchio.

Il Brasile alza la Copa America al cielo, e Djalminha si vede arrivare la proposta della vita dall’Europa: all’epoca, per un calciatore brasiliano l’Europa era la sublimazione della carriera. Il Deportivo La Coruña lo accoglie e gli consegna in mano le chiavi della squadra.

Il piccolo e minuto genio brasiliano, in Spagna, mette in mostra tutto il meglio del suo repertorio. Come un incantatore di serpenti, danza con il pallone tra i piedi, si muove sinuoso e affascina pubblico e avversari. Avversari che, ipnotizzati dai movimenti di Djalminha, cadono intontiti ai suoi piedi, mentre il Riazor esplode in un applauso di gioia.

Ma come succede spesso in questi casi, c’è il rovescio della medaglia.

E il rovescio della medaglia, nel caso dell’erede incompiuto di Garrincha (come lo vedevano in Brasile) è il carattere focoso, irascibile, drammaticamente folle. Non sono poche le volte in cui Djalminha perde la testa, si arrabbia e manda tutti al diavolo.

Arbitri, allenatori, compagni, avversari: nessuno è al sicuro.

Il Deportivo La Coruña vince la sua prima e unica Liga nella stagione 1999-00, grazie ovviamente al contributo indispensabile di Djalminha. Ma lui, continuando spesso a farsi notare, oltre che per le sue giocate, per i suoi colpi di testa e i suoi scatti d’ira, perde occasioni su occasioni per diventare grande, e non solo un campione che va a fiammate.

Nel 2002, poco prima delle convocazioni per i Mondiali in Corea e Giappone, durante un violento alterco, tira una testata al suo allenatore Javier Irureta, il demiurgo del Super Depor. La frattura con i galiziani, dopo una stagione in prestito altrove, sarà ricucita. Ma quel gesto gli costa la convocazione della nazionale brasiliana, che preferisce fare a meno di lui.

Djalminha poteva diventare campione del mondo e alzare la coppa insieme a Cafu e compagni, in quell’estate del 2002, invece deve accontentarsi dei rimpianti.

L’ultima grande cavalcata di Djalminha e del Deportivo è quella della Champions League del 2004: quella in cui i galiziani prima fanno fuori la Juventus, poi, ai quarti di finale, rimontano il Milan con il leggendario 4-0 al Riazor. Ma, in quella stagione, Djalminha è già finito ai margini della squadra.

Il suo carattere lo ha ormai tirato fuori da ogni discorso, e sono più le volte che si accomoda in panchina o in tribuna, rispetto a quelle in cui accende la luce in campo. Il genio irascibile ha bruciato la sua parabola nello spazio di una notte magica.

Djalminha, alla fine di quella stagione, lascia il Depor, lascia la Spagna, va a fare una stagione in Messico, poi decide di cambiare sport. Si dedica al Futshow, una sorta di calcio a 5, con delle varianti ancor più spettacolari.

Poco gli importa di non essere diventato quello che sognava, poco gli importa di non aver fatto la storia del calcio pur avendo (parole di molti) le potenzialità di diventare forte come un Rivaldo o un Ronaldinho.

Il genio, a volte, è così: matto, irascibile e destinato a volare via in un istante di follia.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro