Ce ne sarebbero tante di istantanee con cui potrebbe incominciare questa storia, tante quante le cose che il protagonista della stessa sa fare su...

Ce ne sarebbero tante di istantanee con cui potrebbe incominciare questa storia, tante quante le cose che il protagonista della stessa sa fare su un terreno di gioco. Infinite,potremmo addirittura osare.  Eppure non vogliamo scegliere nulla di tutto ciò, non un dribbling, un’accelerazione o una punizione, suo marchio di fabbrica. Non un sinistro all’incrocio dei pali né un un destro all’angolino.

Vogliamo scegliere le lacrime, sincere e spontanee, di un uomo normale, che si trova in quel momento sul palcoscenico calcistico più importante al mondo. Le lacrime che nascondono e poi rivelano, in tutta la loro umanità, qualcosa che ai più non è dato sapere. E’ il minuto 46 della ripresa, sono passati solo due minuti dal siluro che Dimitri Payet ha lasciato partire dal suo piede sinistro, che non ha lasciato scampo a Tatarusanu. Deschamps lo richiama in panchina e la mano di Dimitri corre sul volto. Sa che ha appena messo al riparo Didier e compagni da feroci critiche, che per la verità non sono mai cessate dagli scandali pre convocazioni in poi, ma non piange per questo motivo. Sa anche che tutti si aspettavano che la partita la risolvesse una giocata di Pogba, o un guizzo di Griezmann, ma loro erano già stati sostituiti prima, autori di una partita senza grossi lampi. E allora cosa nascondono quelle gocce amare che rigano il volto di Dimitri Payet al termine della partita contro la Romania? Emozioni, sentimenti contrastanti, in una parola: vita.

Ad esser sinceri  non avrei mai pensato, ad inizio stagione, di essere qui e realizzare il gol decisivo per la mia Nazione. Per esser qui stasera e segnare questo gol ci son voluti duro lavoro e sacrifici, cose che la gente non vede ma solo chi sperimenta su se stesso può sapere.

Dimitri Payet nasce sull’Isola di Reunion,  che fa parte di un arcipelago nell’Oceano Indiano controllata da un punto amministrativo dal governo francese. Il padre e lo zio sono grandissimi appassionati di pallone e cercando subito di instradarlo, non che ci voglia chissà quale stratagemma per la verità, dal momento che il piccolo Dimitri non si staccherebbe mai da quel pallone che rotola. L’isola di Reunion, durante la stagione secca, è stupenda: sole, mare azzurro turchese, paesaggi naturali mozzafiato se però il tuo sogno è sfondare nel calcio che conta l’unica cosa da fare, prima o poi, è lasciarsela alle spalle e tornarci solo per salutare la famiglia e godersi eventualmente le vacanze.

Dimitri se ne va molto presto, all’età di dodici anni entra a far parte delle giovanili del Le Havre, la cui prima squadra milita all’epoca in seconda divisione francese. Fa tre anni di trafila giovanile e arriva il momento di giocare tra i grandi, così almeno sogna Dimitri, guardando le cartoline della sua isola ai bordi del letto. Qualcosa però va storto perchè l’accademy del Le Havre, dal quale è uscita gente del calibro di Pogba e Mahrez, non lo ritiene pronto per la prima squadra. Sconsolato prende le valigie e parte, fa ritorno a Reunion.

Ho pensato che il mio sogno fosse finito, non volevo neppure sentir parlare di ritornare in Francia, mi sentivo come se non mi avessero visto sotto la giusta luce. Quando ti dicono che non sei abbastanza bravo per giocare in seconda divisione ti fa male, è per questo che non volevo più sentir parlare di Francia, per nessuna ragione.

Ha poco meno di 18 anni quando delizia con le sue giocate gli abitanti dell’isola, oltre ai compagni dell’As Excelsior, squadretta locale di cui non si conosce neppure il colore della maglia. In cuor loro, abitanti, compagni e avversari, sperano che nessuno lo noti. Chi aveva mai avuto l’occasione di ammirare (con o contro importa il giusto a quel livello) un giocatore del genere? E’ quasi un miracolo che passino due anni, senza che nessuno sparga la voce, quasi fosse un tesoro da custodire. La prima squadra a farsi nuovamente avanti è anch’essa francese, il Nantes. Serve la mediazione del padre perché Dimitri vada a provare, tanto è ancora cocente la delusione del primo rifiuto.

Passare da un campionato in cui i match clou vengono visti da poche centinaia di persone, quando va bene, ad uno d’élite europea non è un compito facile. Lo fa per il padre, principalmente, solo in seconda istanza per provare a se stesso che quelli del Le Havre si sbagliavano di grosso. Inizia in punta di piedi e si ritaglia uno spazio sempre più importante, arrivando a collezionare 33 presenze e 5 gol in due stagioni. Il Nantes però retrocede, Payet finisce nel mirino del St Etienne che se lo aggiudica per 4 milioni di euro. Tutti quelli che lo vedono giocare ne riconoscono l’incredibile talento, il problema è la difficile collocazione tattica unita al fatto che il giocatore tende ad accendere e spegnere a piacimento, e sono più le volte che spegne quell’interruttore. Come quasi tutti i giocatori dotati di genio calcistico si porta dietro anche qualche problemino comportamentale, fa parte del pacchetto completo. Prendere o lasciare.

Payet alterna ancora giocate sopraffini ad inutili orpelli che mandano su tutte le furie gli allenatori, quando però decide che è il momento di giocare manda in porta il compagno con una facilità disarmante. Sì, perché Dimitri Payet non è quel tipo di talento individuale, egoista ed egocentrico, spesso più dannoso che utile per gli equilibri di una squadra. Al contrario il suo primo pensiero è quello di mandare in porta il compagno, anche se difficilmente gli vedrete fare  un passaggio scontato, non è nella sua natura.

Dopo quattro anni al St. Etienne passa al Lille di Rudy Garcia, che annovera tra le proprie fila giovani piuttosto interessanti tra i quali Eden Hazard e Joe Cole, che in campo parlano la sua stessa lingua. Si impone come miglior assistman, da qui in poi sarà abbastanza una costante, della Ligue One, chiudendo la stagione a quota dodici. La corte dell’OM si fa pressante e Payet sbarca a Marsiglia, raggiunto un anno dopo dal tecnico che lo svilupperà in maniera totale, Marcelo Bielsa. Con El Loco al comando delle operazioni, Payet capisce l’importanza del movimento senza palla, della ricerca degli spazi giusti in cui muoversi e del momento giusto in cui effettuare la giocata. E’ già anagraficamente maturo ma calcisticamente lo si può ancora definire acerbo, sotto molti aspetti del gioco.

Con Thauvin e Ayew forma un terzetto imprendibile alle spalle di Andre Pierre Gignac, finalizzatore delle loro scorribande che fanno a fette le difese avversarie. Diventa il giocatore chiave dello scacchiere tattico, in grado di partire largo e accentrarsi, la sua giocata preferita, così come di affiancare la prima punta e ricamare intorno ad essa. L’OM gioca un calcio che per tre quarti di stagione si può definire orgasmico, e in questo c’è molto di Payet, autore di 125 passaggi chiave (in cui son compresi anche gli assist che poi non vengono convertiti per errore dell’attaccante) record di tutti i campionati negli ultimi anni.

Bielsa mi ha trasformato in un giocatore più maturo e costante, mi ha fatto capire quando giocare semplice e quando invece osare di più. Terrò sempre a mente i suoi consigli e mi serviranno per tutta la carriera.

Via Bielsa da Marsiglia è tempo anche per Dimitri di cambiare aria. La Francia comincia ad andargli stretta, vuole misurarsi in un altro campionato, più fisico, sicuramente più competitivo. Vola in Premier al West Ham, tra lo scetticismo iniziale di chi si domanda se possa essere un campionato adatto alle sue caratteristiche. Dopo le prime partite i dubbi lasciano spazio alle certezze. Si, è un campionato adatto alle sue caratteristiche. Slaven Bilic, il nuovo allenatore degli Hammers, lo plasma all’interno del suo sistema di gioco complesso, che lascia comunque spazio alla libertà e all’invenzione del singolo.  Se

Marcelo Bielsa è stato fondamentale nel processo di maturazione del giocatore, ma altrettanto si può dire di Bilic, sotto il quale compie l’ultimo step, quello decisivo per incidere a qualsiasi livello. Continua a coltivare il culto per l’assist al compagno ma nella sua stagione londinese affina l’arte della punizione, portandola sino alla perfezione. Il suo calcio da fermo, ora come ora, non ha paragoni né stilisticamente né come efficacia. Calcia da qualsiasi posizione combinando potenza e precisione, la traiettoria che assume il pallone dopo aver impattato con il suo piede dovrebbe essere oggetto di studio.

Guardatelo con particolare attenzione in questi Europei, perché questa sarà si la Francia delle stelle giovani stelle dal futuro raggiante, ma quello che ci ha fatto e ci farà vedere questo ragazzo venuto dall’isola di Reunion sarà una delizia per i vostri occhi.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo