Diego Pablo Simeone: il Cholo Diego Pablo Simeone: il Cholo
Si sapeva che il Cholo, per come stava in campo, sarebbe stato un grande allenatore. Ha tanto da dare a questo calcio. È un... Diego Pablo Simeone: il Cholo

Si sapeva che il Cholo, per come stava in campo, sarebbe stato un grande allenatore. Ha tanto da dare a questo calcio. È un vincente, uno che non molla mai.

Javier Zanetti

Xoloitzucuintli, che lingua meravigliosa l’azteco. D’accordo, Cholo è più facile e suona pure meglio. Il significato è il medesimo, un incrocio di razze, e la storia che vi raccontiamo è quella di Diego Pablo Simeone.

Quelli non più giovanissimi (e lo siamo anche noi, non ce ne vogliate) se lo ricordano in mezzo al campo, a sradicar palloni, e subito dopo in mezzo all’area pronto ad inserirsi come il più scaltro degli attaccanti. Altri, nati qualche anno dopo, hanno ammirato solo le sue doti da condottiero ai margini del campo, in quello spazio che delimita l’area tecnica riservata all’allenatore. In quella gabbia che trattiene a fatica la sua indole ribelle.

Tutti hanno visto un uomo speciale, un vincente nato. Diego ha 5 anni quando inizia a pensare calcio. Non tira pedate ad un pallone, non per il momento. Gioca con i soldatini, e li dispone come i giocatori di una squadra di calcio. La tattica militare non lo affascina, quella applicata al rettangolo verde, al contrario, lo ammalia. Nasce con un carattere dominante. Diciamo nasce perché quando lo vedi muoversi, gesticolare, urlare hai sempre l’impressione che non si possa imparare ad essere leader. O lo sei, o lo lasci fare a qualcun altro. Ed il Cholo lo è, come pochi altri a questo mondo.

Nasce nella capitale argentina, a Buenos Aires, nel 1970. Inizia a calciare un pallone nelle giovanili del Velez Sarsfield. Victorio Spinetto, allora allenatore delle giovanili, lo battezza subito “Cholo”, meticcio, in onore di un ex difensore del Velez degli anni ’50, Carmelo Simeone, detto appunto el cholo. In campo, come il vecchio Carmelo, Diego lascia l’anima, ogni volta che gioca.

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A portarlo in Italia è il presidente Anconetani. Simeone sbarca a Pisa, insieme ad un altro argentino che prima di lui indosserà i colori biancocelesti, Jose Antonio Chamot. Alla guida dei toscani c’è Mircea Lucescu, e sarà anche l’ultima stagione della squadra ner
azzurra nella massima serie. Strane coincidenze, chissà.

Non basteranno infatti 4 goal del Cholo ad impedirne la retrocessione. Decide comunque di scendere nella serie cadetta, perché lasciare la barca che affonda proprio no, non fa per lui. Se ne andrà a fine anno, in Spagna, accettando la corte del Siviglia. In terra Iberica , però, l’esperienza da ricordare è sicuramente quella con i “colchoneros” di Madrid.

All’Atletico diventa un centrocampista totale, in grado di distruggere la manovra avversaria e ricucire quella della propria squadra. Sono 3 stagioni da incorniciare coronate nel 1996 con la vittoria, da protagonista indiscusso , della Liga e della copa nazionale, realizzando 12 reti.
Torna in Italia nel 1997, alla corte dell’Inter di Gigi Simoni e del fenomeno Ronaldo. Vince una coppa Uefa, proprio in finale contro quella che sarà la sua squadra e casa futura, la Lazio.

Per la conquista della finale di coppa un suo goal risulta particolarmente importante. Siamo ai quarti di finale e l’Inter affronta lo Strasburgo. In Francia la squadra di Simoni perde per 2-0. Al ritorno a Milano ribalta il risultato imponendosi per 3-0 con l’ultimo goal decisivo, manco a dirlo, realizzato dal Cholo.

La personalità straboccante è dura da gestire, per l’allenatore e per Diego stesso. Si parla di frizioni con il clan brasiliano dell’inter, in particolare con Ronaldo. Fatto sta che nell’estate del 99 passa alla Lazio di Cragnotti. Qui trova un folto gruppo di argentini, tra cui Sensini, Almeyda e Veron che ne facilitano l’ambientamento. Trova anche Sven Goran Eriksson come allenatore, che in realtà avrebbe voluto Paulo Sousa al suo posto, e fa conoscenza con il suo turnover maniacale.

C’è anche un’altra testa calda in quella Lazio, che risponde al nome di Fernando Couto. I due ci mettono poco a venire alle mani, per la precisione prima di una trasferta a Cagliari .Vengono separati a fatica dall’allenatore che decide di escluderli entrambi per la partita. Ma Eriksson capisce che è meglio non privarsi per molto del carattere dell’argentino, che in campo un modo per esser decisivo lo trova sempre.

Come 4 giorni dopo l’esclusione per motivi disciplinari, quando segna il goal decisivo contro la Juve per approdare in semifinale di coppa Italia. E’ il primo goal in maglia biancoceleste, quello in cui indica con i due pollici il nome dietro la maglia. Esultanza che poi diverrà una costante. Il goal più importante alla Juve lo realizzerà però due mesi più tardi, su imbeccata millimetrica di Veron, incornando alle spalle di Van der Saar. La Lazio, prima di questa sfida, era precipitata fino a 9 punti di distacco dai bianconeri, ma Simeone non voleva saperne di mollare.

Dobbiamo crederci tutti in questa rimonta. E chi non è disposto a crederci alzi la mano e si faccia da parte, perché il discorso-scudetto non è affatto chiuso.

Oltre al goal citato nello scontro diretto arrivano 3 reti nelle ultime quattro giornate, contro Piacenza, Venezia e Bologna che consentiranno alla Lazio di giocarsi lo scudetto all’ultima giornata contro la Reggina. Ma c’è da tener d’occhio anche il Renato Curi, dove va in scena un Perugia-Juve per cuori forti.

Con Collina impegnato a testare la praticabilità del campo tra una pozzanghera e l’altra, la Juventus rimane impantanata, mentre la Lazio passeggia per 3-0 sulla Reggina. E’ scudetto. Arriverà anche la Coppa Italia, grazie alla vittoria per 2-1 all’andata a Roma, sull’Inter. Segna Simeone e si fa male Ronaldo.

Tra i primi a preoccuparsi delle sue condizioni c’è proprio l’argentino, nonostante i presunti screzi passati. L’inizio della stagione successiva si apre con la vittoria della Supercoppa, ai danni ancora una volta della sua ex squadra. Conosce la gloria Simeone, ma ben presto arrivano i dolori. Si rompe il crociato nel 2001, a fine settembre. Stare fermo per uno come lui è un po’ come morire, ed infatti fa di tutto per accelerare i tempi di guarigione.

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La mamma gli dice che gli indios, per guarire più in fretta, mangiavano cartilagine di zampe di maiale. Neanche il tempo di dirlo che il Cholo ha già sperimentato la stregoneria. Passano 6 mesi e può tornare a prendere il comando delle operazioni, da dove aveva terminato. Il destino gli mette contro ancora una volta l’inter e Hector Cuper.

E’ il famoso 5 maggio 2002, e la partita tra Lazio ed Inter si gioca in un’atmosfera surreale. Il 90% degli spettatori spera, più o meno celatamente, in una vittoria ospite che vorrebbe dire scudetto neroazzurro a scapito di Juventus e Roma. Ma la Lazio la partita la gioca per davvero e Simeone, appena rientrato, realizza il 3-2 che mette in ginocchio L’Inter. Lo scudetto, per la mera cronaca, andrà alla Juventus.

Rimane anche la stagione successiva in riva al Tevere, a prender per mano la squadra con le sue prestazioni ed i suoi goal, fino a trascinarla in Champions League. E’ una Lazio in subbuglio per la cessione di Nesta e Crespo, che trova però nel Cholo un condottiero pronto a caricarsi il peso di una responsabilità enorme sulle spalle. Termina la stagione e torna in spagna, nella Madrid biancorossa. Qui terminerà la sua stagione da leader e capitano.

Nella nazionale albiceleste arriva giovanissimo e conquista presto due cope America. Se per una squadra di club Diego si danna anima e corpo, immaginatevi per la propria nazionale. Dal 1996 fino al 1998 ne diventa anche il capitano, indossando la fascia nei mondiali in Francia.

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