Diego Milito: El Principe Diego Milito: El Principe
Siamo a Bernal, sud di Buenos Aires. Centotrentamila anime divise tra le città di Don Bosco, Barrio Parque, Villa la Florida e Bernal Centro.... Diego Milito: El Principe

Siamo a Bernal, sud di Buenos Aires. Centotrentamila anime divise tra le città di Don Bosco, Barrio Parque, Villa la Florida e Bernal Centro. E’ qui che inizia la nostra storia. E’ qui che nasce un mito, dalle sembianze principesche. E’ il 12 giugno 1979 e la storia di molti tifosi sparsi per il mondo sta per cambiare, anche se ancora non lo sanno.

C’è chi vincerà un campionato a distanza di 35 anni dall’ultima volta, chi sognerà ad occhi aperti vedendolo segnare per ben tre volte nel derby del centenario, chi, semplicemente, gli deve tutto. Tutto inteso come campionato, coppa nazionale e Champions League. Lui è Diego Milito. Loro sono i tifosi delle squadre a cui il Principe ha permesso di toccare il cielo con un dito.

L’apprendistato principesco comincia in un posto speciale, al Cilindro, casa del Racing di Avellaneda. L’Academia sta attraversando un momento di crisi, che dura per la verità da tanti, troppi anni. Ha tutte le sembianze di una vera e propria maledizione, che va avanti ininterrottamente dal 1967. La maldicion de los siete gatos negros, come è stata ribattezzata da quelle parti. La maledizione dei sette gatti neri, a metà tra leggenda e realtà. A seguito dell’ultimo successo dei biancazzurri nella Coppa Intercontinentale contro il Celtic, datata appunto 1967, la storia narra che alcuni tifosi degli odiati rivali dell’Independiente siano riusciti ad intrufolarsi nel “Cilindro”, stadio che ospita le competizioni casalinghe del Racing, e vi abbiano seppellito sette gatti neri.

Passano gli anni, il Racing perde, perde e ancora perde. Si ritrova addirittura in serie B, sull’orlo di un fallimento. Le provano tutte quelli dell’Academia, fino a rivoltare con le ruspe il terreno di gioco, in cerca di quei maledetti felini. Siamo nel 2000, ma di successi ancora nemmeno l’ombra. Intanto dall’anno precedente c’è un ragazzino che scalpita per mettersi in mostra, lo sguardo un po’ malinconico e l’andatura dinoccolata. Non parla molto, se ne sta in disparte. Ha un fratello che gioca per i rivali biancorossi dell’Independiente, scherzo del destino. Il volto di Diego assomiglia in maniera straordinaria a quello di Enzo Francescoli, fantasista uruguaiano ammirato anche in Italia, per tutti El Principe. Il soprannome viene da sé.

Il Principe serve. Serve eccome per spazzare via la maledizione dei sette gatti neri che sembrava non avere fine. E’ il 2001 quando il Racing, battendo il Lanus, si laurea nuovamente campione di Apertura. Milito entra nella ripresa e propizia la rete del definitivo 2-0. Lo fa con un suo marchio di fabbrica, con il gesto che i tifosi interisti e genoani giurano di poter ancora vedere chiudendo gli occhi e facendo correre la mente. Palla sul destro, finta di tiro e sterzata improvvisa sull’altro piede. Collo ad incrociare che, questa volta, finisce per puro caso a stamparsi sulla traversa. La raccoglie Chatruc e la deposita in rete facile facile. Il Cilindro di Avellaneda esplode in un tripudio, la festa può avere inizio.

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Trascorre ancora un anno in patria, fino a quando un presidente del nostro calcio si accorge di lui. Diego, all’epoca, è considerato un buon prospetto, nulla più. Un attaccante dai piedi buoni, di quelli che non si fanno fatica a trovare in Argentina. Un po’ più considerato è il fratello Gabi, che però gioca difensore centrale. Questo per tutti quelli che lo hanno visto all’opera. Tutti tranne uno. Preziosi, presidente del Genoa, si innamora di lui. Vede in questo giocatore, così schivo e riservato, le fattezze del campione.

«Io il giocatore devo guardarlo negli occhi e a lungo, devo capire di che pasta è fatto, devo capire le sue convinzioni, la sua voglia. Non mi basta vedergli toccare la palla.»

Enrico Preziosi

Il Genoa lo acquista nel mercato di Gennaio della stagione 2003-04, quando si trova impantanato nelle sabbie mobili della serie cadetta. Non tutti pensano che questo sia l’acquisto giusto, anzi, più di qualcuno non è convinto dell’operazione e non fa nulla per nasconderlo “E’ troppo lento e farraginoso. Quasi scoordinato. Questo non è buono neanche per la serie B, è un po’ troppo argentino”, dicono a Genova, memori di calciatori sudamericani transitati da Marassi come meteore.

E’ guardato con diffidenza, ogni sua giocata passata sotto la lente d’ingrandimento. Ma ad ingigantirsi sono solo i suoi colpi, i numeri d’alta scuola con cui incanta il Ferraris nel corso della stagione. Dodici reti per entrare nel cuore della Nord, senza passare dal via. La stagione successiva è di quelle dolci e amare al tempo stesso. Dal punto di vista personale per Diego è una benedizione. Ventuno reti che lo mettono dietro solo a Gionatha Spinesi dell’Arezzo nella classifica marcatori. Ma la squadra, convinta di essersi guadagnata la massima serie sul campo, si ritrova catapultata nell’inferno della serie C. Una valigetta piena di soldi consegnata da Preziosi ad un emissario del Venezia, l’accusa è di quelle pesanti.

I tifosi già sognavano. Coppia d’attacco Milito-Lavezzi per rilanciarsi anche in serie A. Tutto inutile. Tutto vano. Milito deve prendere armi e bagagli ed imbarcarsi per la Spagna, destinazione Saragoza. Con una promessa da parte del presidente Preziosi: “Ricordati Diego che io non mi scorderò mai di te, tu tornerai ad esser protagonista qui a Genova”. Al Real Saragoza Diego ritrova il fratello, questa volta come compagno di squadra. Diego è ormai un attaccante completo, segna di destro, di sinistro ed anche di testa. A dispetto del soprannome nobile che si porta appresso, gioca con un’umiltà difficile da ritrovare abbinata a quelle capacità tecniche. E’ destinato a sfondare porte anche nella Liga.

Al primo anno i goal saranno quindici, ma il meglio di sè lo darà in Copa del Rey, dove il Saragoza si arrenderà solo in finale contro L’Espanyol. Dopo aver battuto Atletico Madrid negli ottavi, Barcellona nei quarti e Real Madrid in semifinale, sfida in cui Milito realizza un poker nella gara di andata. Era l’8 febbraio del 2006. Nell’anno successivo in Spagna va a segno per ben 23 volte, superato solo da un immenso Ruud Van Nistelrooy a quota 25. L’ultimo anno in Spagna, la stagione 2007-08, si conclude con la retrocessione del Real Saragozza. I quindici goal realizzati dal Principe non bastano. Ma questa è una storia che corre su binari paralleli. Nel frattempo, in Italia, il Genoa ha completato la risalita. In due anni dalla serie C alla serie A. Il presidente Preziosi si ricorda di lui. Si ricorda del Principe, in cui è stato il primo a credere e che ora vuole rilanciare ai massimi livelli. Per far vedere al mondo intero che lui non si sbagliava, che Diego Milito è un fenomeno per davvero.

Sono ore frenetiche le ultime del calciomercato. Il campionato è già iniziato ed il Genoa ha perso all’esordio. I minuti che mancano alla chiusura del mercato sono davvero pochi, il contratto di Milito non arriva. La gente di Genova piange, la gente del Genoa si dispera. Un colpo già dato per fatto. Ma ecco il colpo di scena, quando tutto sembra andato, quando il sogno Milito sembra svanito. Ecco arrivare Fabrizio Preziosi, figlio del Presidente, a rotta di collo e lanciare quel maledetto foglio nella stanza trasferimenti, sotto a quella porta che sta per chiudersi. Forse ce l’abbiamo fatta. Diego Milito è di nuovo un giocatore rossoblu. Scende in campo contro il Milan il 14 settembre del 2008, in una partita sentitissima da ambo le parti. Prima fa segnare Sculli e poi mette il sigillo su rigore per il definitivo 2-0. Il Principe è tornato e sono tutti ai suoi piedi. Segna a raffica e gioca per la squadra, non si risparmia mai contro nessun avversario e fino all’ultimo minuto. In area è un bomber implacabile ma la sua partecipazione alla manovra lo rende uno degli attaccanti più completi del nostro calcio.

Regala goie indimenticabili ai tifosi del Grifone, soprattutto in occasione del derby della Lanterna. All’andata è un suo colpo di testa spedito sotto la traversa, su imbeccata di Milanetto, e successiva corsa sotto la curva, a mandare in paradiso i propri tifosi. Il ritorno, 3 maggio del 2009, è una di quelle date che rimarrano marchiate indelebilmente nella mente di qualsiasi genoano. Centesimo derby di Genova, occasione di quelle da non mancare. Il Principe stavolta si supera. Non una, non due, bensì tre reti. Tre goal per affondare i blucerchiati ed entrare nella storia di Genova e del Genoa. Saranno ventiquattro le reti a fine stagione, con il Genoa che raggiungerà il quarto posto a pari merito con la Fiorentina, miglior piazzamento dall’epoca di Bagnoli.

Il calcio a volte è strano, proprio come la vita. L’Inter che lo aveva rifiutato ai tempi del trasferimento in Spagna ora sembra intenzionato a far carte false pur di averlo.

«Il destino non fa errori. Io sono stato sempre felice in tutti i club in cui ho giocato»

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Passa all’inter nel 2009, ed in quella stagione, in effetti, il destino non farà errori. Al contrario sembra tutto incastrato alla perfezione per regalargli un ruolo chiave all’interno di ogni trionfo nerazzuro in quella squadra che è capace di vincere tutto. In Italia come in Europa. Sotto la guida del condottiero di Setubal, in coppia con Eto’o, forma un binomio letteralmente devastante. Le posizioni sono intercambiabili, Diego può ricamare o realizzare, indifferentemente. Lascia la sua firma in ogni successo neroazzurro a partire dalla Coppa Italia, in finale contro la Roma. La data è di quelle importanti per i cuori nerazzurri, siamo infatti al 5 maggio del 2010. Poi dite che non c’entra il destino. Siamo al minuto 39 del primo tempo. La squadra nerazzurra recupera palla in mezzo al campo e riparte velocemente. Milito si invola sulla fascia destra, con la difesa della Roma che cerca di recuperare affannosamente. Si accentra leggermente ed esplode il destro che termina in rete, all’incrocio dei pali. Uno dei più bei goal del Principe, che corre ad esultare sotto lo spicchio riservato ai suoi tifosi.

L’Inter vince la Coppa Italia, ma non è finita. Il 16 dello stesso mese è prevista la partita contro il Siena, in terra toscana. Una vittoria vuol dire scudetto. Siamo al decimo del secondo tempo con il risultato ancora inchiodato sullo 0-0. Cambiasso recupera un pallone e lo gira sulla destra per il Tractor, Javier Zanetti. L’azione è di quelle classiche a cui ci ha abituato il capitano neroazzurro, percussione palla al piede e avversari driblati come birilli. Passaggio filtrante per Milito che, di esterno destro, fredda il portiere e corre sotto la sua gente a braccia aperte.

«È il giorno più importante della mia vita, è un momento meraviglioso. A trent’ anni ho conquistato lo scudetto e questo mi emoziona; ringrazio tutti, Moratti, Mourinho, i compagni».

Ma non è ancora finita. C’è un altro trofeo da conquistare. A Madrid. Un trofeo che manca nella bacheca nerazzurra da 45 anni. Un trofeo dalle grandi orecchie. E’ la sera del 22 maggio quando al Santiago Bernabeu va in scena Inter-Bayern Monaco, finale di Champion’s League. Milito quella partita non la sbaglia, va in campo come chi deve portare a termine una missione. Colpisce per ben due volte. I due goal che regalano all’Inter il tetto d’Europa e completano il triplete. E’ il punto più alto della sua carriera, il Principe viene incoronato Re. Il Principe che ha marchiato a fuoco ognuna delle tre competizioni con il suo sigillo.

Da qui in poi la sua carriera all’Inter vivrà di alti e bassi, tra traguardi personali raggiunti e delusioni di una squadra che si sta mano a mano smembrando. Tra i traguardi personali sicuramente è da segnalare la doppietta allo Juventus Stadium, che consente all’Inter di ribaltare il risultato e di essere la prima squadra ad imporsi nell’impianto di recente costruzione. Anche il suo fisico comincia a dar segni di debolezza e il peggio arriva in una notte di Europa League, contro il Cluj, in cui il Principe cade a terra infortunato. Il crociato è rotto, si tema per la carriera. Ma Diego non si lascia andare, lavora duramente per rientrare ,anche se non sa se e quando potrà farlo. A settembre 2013 ritorna, sembra finito il calvario . Ma non è così. Ad ottobre si fa male nuovamente, questa volta uno stiramento, ed è costretto a fermarsi. Ritornerà in campo, in occasione della sua ultima partita disputata con i colori nerazzurri, il 18 maggio 2014 contro il Chievo.

E’ tempo di dire addio all’Italia, o arrivederci, chissà. Ma ancora non è tempo di dire addio al calcio giocato. In Argentina sono pronti ad accoglierlo a braccia aperte. Sì, proprio così. Al Racing non vedono l’ora di riabbracciare il Principe che ha contribuito a spezzare la maledizione dei sette gatti neri. Non importa quanto logoro, per lui ci sarà sempre un posto in squadra. Chiamatelo destino, o come vi pare. Fatto sta che lui torna e vince nuovamente. Fa quello che gli riesce meglio, bucare la porta avversaria: con 6 reti contribuisce alla conquista del titolo, che mancava da quel lontano 2001. Ad Avellaneda impazziscono di gioia, come solo in Argentina sanno fare.

Lontano dalle luci dei riflettori, sempre umile come chi deve ancora dimostrare qualcosa, nonostante il mondo intero si sia accorto di che giocatore infinito sia Il Principe. “Parla poco, lavora molto e fa sempre goal”, niente meglio delle parole dell’ex compagno al genoa Juric potrebbero dipingere meglio il ritratto del Principe di Bernal, Diego Milito.

«Se come calciatore vale dieci, come uomo vale addirittura quindici»

Samuel Eto’o

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo

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