«Sa giocare?» -chiede il padre ai dirigenti del Cerro- «non abbiamo tempo da buttare, se non sa giocare, lo iscrivo al liceo e smette...

«Sa giocare?» -chiede il padre ai dirigenti del Cerro- «non abbiamo tempo da buttare, se non sa giocare, lo iscrivo al liceo e smette col pallone».

A farla ora, questa domanda, si verrebbe presi per scemi, al cospetto di quello che è diventato probabilmente il più forte difensore centrale in attività. Tredici anni fa, nel 2003, le cose non stavano esattamente così. Diego Godin si arrabattava nelle giovanili del Defensor Sporting Club alla ricerca di un’identità perduta. Giocava da attaccante, con quel fisico ruvido e asciutto temprato dagli allenamenti di nuoto, pallavolo e basket con un unico sogno nel cervello: diventare un giocatore professionista di fùtbol.

Diego però non parla, ha sempre preferito lasciare che i fatti parlassero per lui. I fatti che allora dicevano “no Diego, è meglio se ti trovi qualcosa di onesto da fare, come ogni cristiano”. Questo gli venne prospettato, parola più parola meno, al momento di spiccare il volo, ovvero passare dalle giovanili alla prima squadra.

Poco dopo gli venne concessa una seconda possibilità, da parte del Cerro. Un altro rifiuto sarebbe stato troppo anche per le sconfinate ambizioni del piccolo Diego. Questa volta andò il padre, in prima persona, convinto che ad ogni modo avrebbe preso una decisione. Non sarà né il primo né l’ultimo bambino per cui quel cassetto rimarrà perennemente chiuso, pronto ad aprirsi solo per mano di altri o con la forza dell’immaginazione.

Sedici anni ed il destino che pone già un primo bivio, che qualcuno sceglierà per te. Non proprio il massimo della felicità, no, ed infatti mentre il padre sta andando a parlare con i dirigenti del Cerro, Diego è fuori con i suoi amici a cui chiede consigli sul corso di studi da intraprendere.

Suo figlio sa giocare, va solo aiutato a trovare la giusta collocazione. L’attacco non fa per lui ma il liceo può ancora aspettare”. Con questa melodia nelle orecchie il piccolo Diego va a dormire, sa che dal momento in cui metterà i piedi giù dal letto tutto dipenderà da lui. Niente lo fa stare meglio.

Ottocentoquaranta pesos è il prezzo del suo cartellino, la miseria di ventisette euro mal contati, ma a lui questo importa meno del valore del cartellino stesso. Finalmente è un giocatore di fùtbol. Viene arretrato di posizione, ora Godin è un volante di centrocampo. Un ruolo romantico, di regia e visioni, che praticamente esiste solo in Sudamerica. Il volante non è un semplice regista né tantomeno un mediano: se lo dovessi definire è l’analogo di un cuore pulsante che ad ogni sistole sprizza la sua linfa vitale alla periferia, ossia agli altri giocatori, che così possono rendere al meglio.

Tutto ciò per dire che nemmeno questo è il ruolo più adatto per Godin, una mente lucida ma priva di quella necessaria follia che caratterizza quel tipo di ruolo. Diego è un lavoratore instancabile, un duro. Diego è un competitivo nato, dall’animo schivo e riservato. Diego non deve ostentantare, semplicemente è. Quando, in una delle prime partite con il Cerro, si fa male un difensore centrale e non ci sono i suoi naturali sostituti, al tecnico viene naturale pensare a lui come cambio.

Eccolo il suo ruolo, come ho fatto a non pensarci prima! Possiede tutte le caratteristiche che vuoi avere dal tuo difensore centrale”. Godin entra e da quella zona di campo nessuno avrà più il coraggio di spostarlo, se non per mandarlo nell’area avversaria durante i calci piazzati e sfruttare la sua abilità fuori dal normale nel gioco aereo.

Nella sua ultima stagione al Cerro, prima di approdare al Nacional di Montevideo, realizza la bellezza di 5 reti, che iniziano a portarlo all’attenzione dei club più blasonati. Il primo a farsi avanti, come detto, è il club della capitale, il Nacional. Qui approda nel 2006 e vi rimane per un’unica stagione, collezionando ventisei presenze e mettendosi in mostra per solidità e continuità di rendimento, pur senza realizzare alcun gol.

Il Sudamerica inizia a stargli stretto, Diego vuole mettersi alla prova contro i migliori attaccanti del mondo.

Lo chiamano ancora “El Faraon”, retaggio di un telecronista ai tempi del Cerro, di quelli passionali, che sentono l’esigenza di dare un soprannome a qualsiasi cosa che cammini su un prato verde. Si giocava un’amichevole contro l’Egitto e la sua prestazione “regale” gli valse questo soprannome.

Il primo a farsi avanti, in Europa, fu il sottomarino giallo. Quel Villarreal di Diego Lopez, Gonzalo Rodriguez, Marcos Senna e Giuseppe Rossi in grado di spaventare i club più ricchi della Liga e andare ad un passo dal titolo. Quel Villarreal che era stato anche terra di conquista dell’amico Diego Forlan nelle tre stagioni precedenti, ma che ora ha deciso di volare a Madrid sponda Atletico, anticipando ancora una volta la scelta del nostro Diego.

Nel frattempo, nel 2005, era arrivata anche la prima chiamata della Nazionale uruguaiana guidata da Oscar Washington Tabarez. I primi tre anni in Spagna sono un crescendo per quanto riguarda l’ambientamento, l’utilizzo e le prestazioni in campo. Nell’ultima stagione con il Villarreal gioca 36 partite realizzando 3 reti, siamo all’anticamera del Mondiale in Sudafrica al quale Godin, da buon sudamericano, non vuole arrivare impreparato. Sarà proprio questa la vetrina che lo consacrerà alla grande ribalta calcistica, che si accorge delle prestazioni impeccabili di questo difensore dai modi di fare assolutamente vintage.

Niente tatuaggi, per lo meno non in parti del corpo visibili, e nessuno spazio per ciò che non sia essenziale. Diego Godin è un leader naturale, di quelli che non hanno bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare e rispettare. Il suo modo di dirigere in campo la squadra è soltanto quello di mostrare il suo esempio, essendo così sicuro che tutti quelli che lo seguiranno staranno dando il 100%. La sua natura iper competitiva lo porta ad odiare la sconfitta e, di conseguenza, ad esaltarsi quando la posta in gioco è la più alta possibile. Grazie anche alle sue prestazioni l’Uruguay arriva fino alle semifinali di quel mondiale, estromesso solo per mano dell’Olanda.

Il suo nome è sui taccuini di molti scout di grandi club, ma non si urla il suo nome, non fa quasi notizia. Non c’è ancora la percezione, per lo meno quella diffusa, di quello che potrà diventare. Ormai El Faraon non lo chiamano più nemmeno gli amici di infanzia, per tutti è El Flaco e presto diventerà El Capitan, raccogliendo in Nazionale la fascia pesantissima che fu di Obdulio Varela.

L’anno successivo al Mondiale sudafricano Godin passa all’Atletico di Madrid. Una squadra, i Colchoneros, che sembra modellata su misura per il Flaco: gagliarda, combattente e operaia, uno così non poteva certo finire al Real, non ce ne vogliano i fan dei Galacticos. Con Quique Sanchez Flores arriva il primo successo in Supercoppa Europea, ai danni dell’Inter, ma sarà solo con l’approdo del condottiero Simeone che si realizzerà il connubio perfetto.

In mezzo c’è anche una Copa America: siamo nel 2011, a casa del nemico di sempre, l’Argentina.
Pensate che uno che ha rischiato di morire annegato in un fiume all’età di 5 anni, salvato solo dall’intervento provvidenziale della sorella, possa aver paura di qualcosa? Noi pensiamo di no. Godin infatti paura non ne ha, va in Argentina e torna a casa con la Coppa, vinta nella tana del nemico, come piace a lui.

Arriva il Cholo e il destino di Godin, così come quello di tutti i tifosi dei Colchoneros, sta per cambiare per sempre. Simeone vuole trasferire il suo animo guerriero ai giocatori in campo, chi meglio di Godin per fare da braccio armato? Nessuno. E’ vero in campo ci sono signori giocatori, oltre a Diego, Miranda, Arda Turan, Koke e Falcao. In porta c’è un fenomeno di nome Courtois, certo.

Ma prima ancora che tecnicamente questa è una squadra nuova dal punto di vista mentale, che fa della propria solidità difensiva il vero punto di forza. Godin e Miranda dietro formano una muraglia insuperabile che respinge quasi ogni attacco avversario, e in attacco un gol, spesso di quelli brutti e sporchi come piacciono a noi, salta fuori. Arriva l’Europa League e arrivano gli scalpi importanti ma è nella stagione 2013-2014 che accade qualcosa di miracoloso, che solo gli dei del calcio non han voluto portare a termine nel modo più bello che si potesse immaginare.

Diciotto anni sono trascorsi dall’ultima volta che i Colchoneros trionfarono nella Liga, ora si può ripetere l’impresa, a patto però di non perdere la prossima partita. Già, ma dove si gioca la prossima partita? Al Camp Nou signori, con il Barca distante soli 3 punti e pronto ad agganciare l’Atleti in vetta. E così sembra dover essere il copione, quando Alexis Sanchez timbra l’1-0 mandando in visibilio i 90.000 spettatori. Al secondo minuto di recupero del primo tempo l’Atletico è in attacco, guadagna un corner. Sale Diego, che è il sorvegliato numero uno, due e tre. Eppure, come sempre, la prende lui là in cima. Svetta e trafigge il portiere. “Gooooooooooooooool, Faraonica aparicion de Godinnnnnn”. 1-1, è tornato il Faraone, quello che durante i corner nell’area avversaria è più letale di un attaccante. E’ tornata la Liga a Madrid, questa volta non dai nobili, non dai blancos. E’ tornata la Liga sporca, sudicia, cattiva griffata Colchoneros. Che meraviglia.

Il cammino dei biancorossi non si ferma al Camp Nou, ci sarebbe qualcosa di magico da realizzare, qualcosa che probabilmente non avrebbe eguali nella storia del gioco. Ci sarebbe una coppa dalle grandi orecchie da alzare al cielo di Lisbona, in faccia ai rivali storici cittadini. Una coppa che vorrebbe dire triplete, partendo da una posizione che definire svantaggiata sarebbe un eufemismo.

Eppure il calcio è anche questo, non siamo ipocriti sostenendo che i soldi spesi non contano nulla, tutt’altro, ma è pur vero che i conti si fanno sempre sul rettangolo verde. E allora può accadere anche questo, quello che nessuno aveva neppure osato immaginare. Per completare questa missione impossibile servirebbe un uomo speciale, colui che più di ogni altro rappresenti l’orgoglio che solo i charruas possedevano. Godin, ancora una volta, risponde presente e, complice un infortunio di Casillas, manda i suoi in Paradiso. Fino al 93’ minuto, proprio un sospiro prima che l’arbitro consegnasse alla Storia una delle più incredibili Champions League di sempre.

Invece ci pensa un altro difensore, Sergio Ramos, a ripristinare l’ordine delle cose, mandando Diego e compagni all’Inferno. Non ci saranno nemmeno i rigori perché in realtà, quella coppa, l’Atletico l’aveva già persa al momento della zuccata di Ramos. 4-1 dirà il punteggio negli almanacchi, mai risultato fu più bugiardo.

Sembra finito tutto, una di quelle annate irripetibili che poi lasciano soltanto macerie. Diego Costa, il fuoriclasse di quella squadra, ceduto al Chelsea. In realtà è solo un periodo di assestamento, le fondamenta rimangono solide e le prestazioni ottime come dimostra la vittoria della supercoppa spagnola e il terzo posto nella Liga, dietro le due corazzate. Godin è sempre lì, baluardo difensivo insuperabile, certezza dietro cui il Cholo può sempre trincerarsi. Lo abbiamo conosciuto da vicino anche noi, inteso come italiani, e per un istante lo abbiamo odiato quando ha preso l’ascensore ed è salito in cielo per buttarci fuori dal Mondiale, senza appello. Era una partita fondamentale, una delle sue partite, bisognava aspettarselo.

Nonostante la concorrenza per strapparlo al Cholo sia infinita, El Flaco ha rinnovato il suo contratto che lo lega ai colchoneros fino al 2019 perché la gente come lui, quando sposa una causa, lo fa fino alla morte.

Diego è uno che non si arrende mai, più gli dici che una cosa è impossibile e più lotta per ottenerla.

Lucia Godin, sorella di Diego

Oggi, giorno in cui stiamo scrivendo, l’Atletico di Godin è in piena lotta per la Liga e può ancora coltivare il sogno di quella coppa sfuggita per un sospiro. Non sappiamo come andrà a finire, l’unica cosa di cui siamo certi è la risposta alla domanda con cui si è aperta questa storia.

Si, suo figlio Diego non solo sa giocare, ma è anche il miglior difensore al mondo”.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo