Una notte di Aprile del 1993, ero seduto nel mio pick-up con un fucile in grembo, a decidere se uccidermi. Palace of Auburn Hills,...

Una notte di Aprile del 1993, ero seduto nel mio pick-up con un fucile in grembo, a decidere se uccidermi.

Palace of Auburn Hills, Detroit, un parcheggio insolitamente deserto. Non c’è nessuna gara in programma, solo una macchina parcheggiata, un uomo al suo interno, un fucile e i demoni che affollano la sua mente. Chi è quell’uomo all’interno della vettura? E’  nero, alto due metri e pesa poco meno di cento chili. E’ il miglior atleta, dal punto di vista fisico, che coach Phil Jackson abbia mai allenato, per sua stessa ammissione. Il suo nome è Dennis Keith Rodman.

Cosa può spingere una persona che ha già vinto due titoli Nba, che per due volte è stato eletto miglior rimbalzista della lega e miglior difensore, a voler farla finita? Bè, in realtà tante cose, così tante che ci vorrebbe quasi una storia per raccontarle. Mettetevi comodi.

Dennis nasce a Trenton, nel New Jersey, ma cresce a Oak Cliff, uno dei quartieri più poveri di Dallas. E’ il più piccolo dei 3 figli che mamma Shirley crescerà da sola in quanto il padre, Philander , smetterà di ritornare a casa quando Dennis ha poco meno di tre anni. Dennis, Debra e Kim devono crescere in fretta se non vogliono ritrovarsi risucchiati nel vortice di povertà e depressione che abbraccia numerose famiglie della zona. Mentre le sorelle Rodman sembrano poter trovare nella pallacanestro non solo una valvola di sfogo, ma anche una professione con la quale mantenersi, per Dennis tutto appare complicato. Frequenta la South Oak Cliff High School, per un breve periodo, il resto del tempo lo passa a bighellonare per casa, senza sapere cosa fare della propria vita.

Prova anche lui con il basket, ma ancora non si è sviluppato in altezza e di tecnica, quello che sta lassù, gliene ha concessa proprio poca. Finisce in panchina ed è un vero peccato, perché quello sport gli piacerebbe anche ma proprio pensa che non faccia al caso suo. Trova lavoro come commesso in un negozio dell’aeroporto di Dallas, lavoro che dura meno del tempo che intercorreva tra un salto e l’altro quando doveva lottare per un possesso. Licenziato in tronco e una notte passata al fresco, per aver rubato alcune decine di orologi da regalare a mamma ed amici. Poi qualcosa cambia, Dennis cresce in altezza e sembra non volersi fermare più. Ventidue centimetri in due anni che lo portano a superare appena appena i due metri, in un corpo tutto nervi,  tendini e legamenti.

Non un filo di grasso, anche perché di pane da mettere sotto i denti non ce n’è in abbondanza, tutt’altro. Sta giocando in palestra con amici, per passare il tempo, qualcuno lo nota. Si chiama Lorita Westbrook, è a lei che dobbiamo dire grazie per averci fatto scoprire un uomo che, a suo modo, ha rivoluzionato la  storia di questo gioco in maniera del tutto non convenzionale. Lorita lo invita a provare al Cookie County Junior College, a Gainsville, Texas.

17 punti e 13 rimbalzi di media, di puro istinto, senza sapere cosa sia realmente la pallacanestro. Non bastano tuttavia per continuare l’avventura, durata solo sei mesi, a causa dello scarso rendimento scolastico. Rodman decide che è il momento di cambiare, di dare una svolta alla sua vita, e lo può fare solamente andandosene da quel posto che lo sta lentamente logorando. Ha ventitré anni quando saluta la madre, “Non so quando ci rivedremo, io me ne vado da qui”. “E dove stai andando?”, risponde lei. “Non lo so”.

Probabilmente non lo sa davvero, non è una frase di circostanza. Finisce in Oklahoma dove conosce un ragazzino di 9 anni più piccolo di lui, Bryan Rich, con un’infanzia altrettanto travagliata e con il quale nasce un’amicizia molto forte. Bryan lo invita a stare a casa sua, è la prima persona che incontra in Oklahoma che si rivolge a lui senza epiteti razzisti. La sua famiglia lo accoglie, non senza qualche timore, e alla fine Dennis diventerà come un secondo figlio. Grazie agli insegnamenti del padre di Bryan, Rodman cresce come uomo, in lui vede una figura in grado di entrare nella sua testa come mai nessuno era riuscito prima d’ora. “Qualsiasi cosa tu voglia fare sii positivo. Falla come ti pare, non come vorrebbe qualcun altro”.

Queste parole risuonano come musica nelle orecchie del giovane Dennis, ancora timido e con la preoccupazione costante del giudizio della gente. Non deve avere più paura di essere inadueguato, ora può semplicemente essere Dennis Rodman. Si iscrive alla  Southeastern Oklahoma State University e riprende a giocare a basket, cercando di mettere in pratica gli insegnamenti del padre acquisito. In tre anni viaggia a 25 punti e quasi 16 rimbalzi di media, portando a casa svariati riconoscimenti personali. Queste prestazioni gli valgono l’invito al Portsmouth Invitational Tournament, uno dei camp più importanti prima del draft. Viene eletto MVP del torneo, dopo aver preso letteralmente a calci in culo tutti gli altri partecipanti, ben più blasonati. Non tutti però credono in lui in ottica Nba, anzi quasi nessuno a dire il vero. Viene scelto al secondo giro, con la ventisettesima scelta assoluta dai Detroit Pistons.

Quei Pistons di Isiah Thomas, Mahorn, Dantley, Vinnie Johnson e Bill Laimbeer. Quei Pistons conosciuti al mondo anche per il gioco duro e fisico, con i quali avere questioni significava farsi male per davvero. Quei Pistons che di lì a poco sarebbero diventati i Bad Boys, in grado di intimidire qualsiasi squadra sul parquet. In questo senso Dennis Rodman era l’ingranaggio perfetto e mancante per quella squadra, uno che in attacco si accontentava delle briciole e che in difesa avrebbe dato anima e corpo per arrivare prima su una palla senza padrone.

Io non voglio segnare, non me ne fotte un cazzo di fare canestro.

Ma quelli erano anche i Pistons di Chuck Daily, l’unico, insieme a Phil Jackson, a riuscire ad entrare nella psiche contorta del verme. The Worm, a proposito,che soprannome fantastico. E’ in questo periodo che inizia ad essere chiamato da tutti così, in realtà questo nomignolo non ha nulla a che vedere con il basket. Quando da piccolo si divertiva a giocare a flipper, le sue movenze scattanti e al tempo stesso flessuose ricordavano i movimenti di un verme, così per tutti Dennis diventò semplicemente The worm.

Rodman è nella Nba. Dal nulla alla lega di pallacanestro professionistica più importante del mondo, senza che il mondo se ne sia accorto, proprio allo stesso modo in cui di lì a poco lo vedranno volare su ogni palla vagante all’interno di un’arena. Dal nulla.

Dal 1986 in poi nella NBA c’è un tornado, di emozioni, forza, sincerità e trasgressione impossibile da fermare. Il suo compito è quello di spazzare via tutto ciò che fa rima con la parola normalità, intesa come quella condizione riconducibile alla consuetudine e  interpretata attraverso il rispetto di regole comuni. Normalità è ordine, normalità è l’esatto opposto di Dennis Rodman.

La prima stagione i Detroit Pistons arrivano in finale ma si schiantano di fronte al muro biancoverde dei Celtics di Larry Bird. Una finale durissima dal punto di vista fisico, una delle più feroci che si ricordino. Passerà alla storia anche per le dichiarazioni nei confronti del leader biancoverde: “Bird è sopravvalutato sotto tanti aspetti, si parla così tanto pubblicamente di lui solo perché è bianco”. Ma Dennis Rodman, a dispetto del poco talento che madre natura gli ha elargito, il basket lo capisce eccome, forse più di quasi tutti i suoi compagni. Sa di aver detto un’enorme scemenza e per questa affermazione si pentirà pubblicamente e chiederà scusa. Obbligato, penserete voi? Fosse stato qualsiasi altro giocatore probabilmente si, con Rodman è diverso, non esistono obblighi o buonismi di facciata.

In tutti i casi la sua prima stagione si conclude con una media di 15 minuti di impiego, poco più di 6 punti e quasi 5 rimbalzi di media. In quella successiva il suo fatturato raddoppia, parte nel quintetto titolare in 32 delle 82 gare stagionali a causa dell’infortunio di Dantley. I Pistons arrivano in finale nuovamente e nuovamente si abbattono contro un muro. Questa volta non è biancoverde bensì gialloviola, sono i Lakers di Magic Johnson a far piangere i Bad Boys. Nel frattempo la vita privata di Rodman corre su un binario parallelo a quella cestistica, dalla relazione con Annie nasce la figlia Alexis.

Nella stagione ’88-’89 il suo impiego cresce nuovamente, soprattutto da metà stagione in poi quando Dantley viene scambiato per Aguirre. Il mondo intero inizia ad accorgersi di questo scherzo della natura, come lo definiscono gli americani, inizia anche a dover fare i conti con lui. Con la sua difesa asfissiante e la sua agilità, con una fame di rivalsa che fino ad allora non si era mai vista. Rodman può difendere efficacemente tutti i ruoli, guardie comprese. Può marcare centri 20 centimetri più alti di lui e grossi il doppio, chiedere a Shaquille O’Neal per conferma. Può farlo prima ancora che per le sue doti fisiche per una questione mentale, per un’ossessione morbosa e compulsiva verso gli aspetti fondamentali del gioco. Rodman sa benissimo che in NBA  qualsiasi squadra ha almeno un giocatore offensivo in grado di metterne 25 di media ad allacciata di scarpe. Sa altrettanto bene cosa gli allenatori e la squadra vogliono da lui: intensità,rimbalzi, difesa.

Alleno la mia mente a credere di dover conquistare ogni rimbalzo solo per poter rimanere nella lega. Se non prendo la palla torno a Dallas, di nuovo in strada, di nuovo in quell’inferno.

Così, quando la gente domandava a Daily del perché Dennis Rodman fosse esonerato dal fare riscaldamento di tiro con i compagni lui rispondeva alzando le spalle: “perchè lui vuole vedere gli altri tirare in modo da poter studiare le loro parabole di tiro e poter essere il primo a volare sui loro errori”. Come si fa a non amarlo alla follia? Ditecelo voi.

Questa volta la stagione dei Pistons va diversamente: spazzati i via i Celtics, sconfitti i Bulls del suo futuro compagno di squadra Michael Jordan, arrivano nuovamente i Lakers. Questa volta però non c’è nessun muro tra i Pistons e l’anello, i lakers volano via spazzati da un 4-0 senza appello.  Nonostante i problemi fisici che lo hanno attanagliato nella serie finale, Rodman risulta decisivo soprattutto in gara 3 dove cattura 19 rimbalzi e difende con uno posseduto dal demonio. All Defensive Team e anello NBA, i Bad Boys hanno conquistato la lega e non hanno alcuna voglia di abdicare.

Infatti nella stagione successiva, nonostante la partenza di Mahorn, Detroit vince ancora. Con 9 punti e 10 rimbalzi di media, partendo spesso dalla panca, il verme vince il titolo di miglior difensore NBA. In finale contro Portland non riesce a dare il suo apporto a causa di un infortunio alla caviglia che lo costringe spesso ai margini del parquet.

E’ solo dalla stagione ’90-91 che Rodman parte stabilmente nel quintetto base, da ala piccola. C’è però, nello stesso periodo, una dinastia pronta a sbocciare guidata da colui che quasi unanimemente verrà considerato il miglior giocatore della storia del basket, Michael Jordan.

I Pistons vengono sconfitti in finale di conference e lasceranno lo scettro proprio nelle mani dei Chicago Bulls.

La leggenda di Rodman, quella di chi ha rivoluzionato ed elevato ad arte il fondamentale del rimbalzo,  nasce nella stagione ’91-’92. Con le sue 18,7 carambole di media a partita diventa il padrone incontrastato dell’intera lega in questa speciale classifica. Fuoco di paglia? Nemmeno per sogno. Per sette stagioni consecutive Dennis Rodman vincerà il premio di miglior rimbalzista, dominando i tabelloni come nessuno era riuscito a fare prima di lui. Se ci si ferma un attimo a pensare è una cosa assurda, semi inspiegabile con i ragionamenti di una mente razionale. Bisognerebbe utilizzare canoni tutti nuovi, riuscire ad entrare nella mente del verme e scrutarne ogni meandro sarebbe l’unico modo possibile. Non sono rimbalzi normali quelli che cattura Rodman, non possono esserlo con soli due metri di altezza su cui fare affidamento. Per questo, fateci caso, nei suoi highlights vedrete pochi tagliafuori, di quelli classici che insegnano a tutti i ragazzi che si approcciano al gioco.

Vedrete invece gli occhi fissi di un uomo verso una palla a spicchi di colore arancio, una battaglia continua e disperata alla ricerca del possesso come se da questo dipendesse un’intera esistenza. E forse è proprio così. Due, tre, cinque salti consecutivi ogni azione fino a possedere quella palla con entrambe le mani, e uguale dalla parte opposta del campo, per quarantotto minuti se glieli facessero giocare tutti. Qualcosa però sta cambiando, nella storia della franchigia e nella sua vita privata. Quello che per Rodman è Dio, Chuck Daily, rassegna le sue dimissioni e i Pistons iniziano un declino repentino. Di pari passo sembra andare la vita privata del verme, che divorzia da Annie e sprofonda in un abisso di dubbi ed incertezze. Siamo in quella notte del ’93 con cui si apre questa storia, parcheggio deserto e fucile in grembo. E’ il momento di scegliere, basta un colpo di grilletto.

Ho deciso che invece di ammazzarmi avrei ucciso l’impostore che ha portato Dennis Rodman in un posto dove non avrebbe mai voluto andare. Così ho detto: vivrò la mia vita come voglio e sarò contento così. Ho ucciso la persona che non avrei mai voluto essere.

Il 1 ottobre del 1993 Rodman viene ceduto ai San Antonio Spurs. E’ una persona nuova quella si presenta al training camp, in un ambiente in cui il rispetto delle regole viene prima di tutto. Difficile pensare a due entità più distanti rispetto a Rodman e la franchigia texana. Qui inizia anche la fase esibizionistica della carriera del Verme, tra look trasgressivi, capelli colorati e frequentazioni bizzarre. Inizia la celebre relazione con Madonna, di breve durata ma estremamente intensa, che i due non fanno nulla per tenere nascosta. In campo invece è il solito diavolo, si scaglia su ogni pallone e tira giù una quantità di rimbalzi spaventosa. Ma al front office degli Spurs e al commissioner della lega questo suo atteggiamento ribelle non va proprio giù, viene multato ripetutamente e pedinato nella sua vita privata.

Il problema con Rodman è che più cerchi di limitarlo e più lo invogli a trasgredire, e di metodi per farlo ne conosce parecchi. In squadra non parla con nessuno, durante i timeout sembra un’entità aliena trasportata in campo in quel preciso istante. Gioca solo per se stesso o, peggio ancora, per far vedere al mondo quanto alcuni suoi compagni siano, secondo la sua personalissima visione, estremamente sopravvalutati, David Robinson in primis. Gli Spurs,nella sua seconda stagione in neroargento, arrivano in finale contro i Rockets di Olajuwon che, con i suoi 35 punti di media nella serie finale, vincono il titolo Nba.

Metà dei giocatori di San Antonio lasciava le proprie palle chiuse del freezer ogni volta che usciva di casa.

Nel frattempo i Bulls di coach Phil Jackson sono alla ricerca di un’ala per completare il loro roster. Per stessa ammissione di coach Zen Dennis Rodman è l’ultimo nome presente nella lista, troppi dubbi sul suo carattere, più che dubbi certezze. Se c’è però un uomo in grado di interagire con una personalità del genere questo è proprio Phil Jackson che infatti si scomoda in prima persona per andare a trattare con Rodman. Lo trova sul divano, occhiali da sole e cappellino in testa. Nessuna parola se non “quanto mi pagate”? . Coach Zen non si scompone e ribatte “Dipende da quanto produrrai, pensi di poter imparare l’attacco triangolo?” “Certo, non c’è problema, il Triangolo è capire dov’è Michael e passargli la palla”.

Jackson rivede in Dennis alcuni tratti della sua personalità, sa che per parlare a lui bisogna toccare tasti assolutamente non convenzionali e sa anche che nessuno meglio di lui può farlo. Nessuna costrizione, bensì ampio spazio per gli sfoghi di cui Rodman aveva bisogno quanto dell’aria per respirare. La squadra, preparata prima psicologicamente da coach Jackson, lo accetta e ne apprezza le qualità umane e tecniche. Scottie e Michael capiscono che averlo dalla propria parte significa, prima ancora di qualsiasi altra cosa, vincere. Tre anni con i Bulls e altrettanti anelli, il primo contro i Seattle Supersonics e i due successivi contro i Jazz di Stockton e Malone. Tre anelli che si accompagnano ad altrettanti riconoscimenti come miglior rimbalzista. Con Phil Jackson  Rodman può essere se stesso in tutto e per tutto, i suoi allenamenti, che iniziano spesso come veri e propri riti tribali, e contemplano l’uso della psiche tanto quanto quello del corpo, sono l’unico compromesso che il Verme è disposto ad accettare.

In sostanza la sua vita cestistica si conclude con l’esperienza di Chicago, sebbene giochi ancora due stagioni NBA, una con i Lakers e l’altra con Dallas. Il verme ha già dato tutto quello che poteva a questo gioco e si limita a qualche comparsata in campionati minori, americani ed europei.

Troppo spesso viene esaltata o idolatrata la sua immagine ancor prima dell’atleta, in realtà Dennis Rodman è stato un giocatore di basket sensazionale, un profondo conoscitore del gioco in grado di imporsi con il proprio carattere, in un mondo sempre più tendente all’omologazione.

Per il suo voler vivere costantemente dalla parte sbagliata, per le mille sfaccettature della sua personalità, per aver fatto del lavoro sporco una vera e propria arte, per aver mostrato al mondo che venendo dal nulla e senza compromessi si può dominare un’intera lega. Per questo e per mille altre cose diremo eternamente grazie a Dennis Rodman, il verme ribelle.

Come si concia o cosa dice non mi interessa. Abbiamo imparato a convivere con lui e ad accettarlo perché, anche se ogni tanto la sua mente si perde, non c’è nessuno che si butta come lui nei lavori più duri in campo. Con le sue stranezze, siamo qui a festeggiare il 3° titolo consecutivo

Michael Jordan

Paolo Vigo
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