L’abc della delinquenza L’abc della delinquenza
Delinquere non è solamente un modo di vivere il calcio. Delinquere, su un campo di pallone, significa abbracciare una filosofia e uno stile di... L’abc della delinquenza

Delinquere non è solamente un modo di vivere il calcio. Delinquere, su un campo di pallone, significa abbracciare una filosofia e uno stile di vita che vanno oltre. Delinquere significa vivere sempre un passo sopra le righe, sempre con il cuore in mano, senza pensare alle conseguenze delle nostre azioni. Significa giocare, guardare e vivere il football nell’unica maniera che conosciamo: dando tutto.

Delinquere non significa giustificare la violenza più bieca. Delinquere significa accettare il gioco duro come conseguenza del nostro modo di stare in campo. Se stavolta abbiamo preso la gamba invece della palla, pazienza, toccherà a noi la prossima volta cadere nel fango. Se siamo venuti alle mani, se in campo c’è stato qualche screzio, se ci siamo presi qualche ceffone, fa niente, lo accettiamo e magari, a mente fredda, chiediamo scusa. Oppure, se non ce la sentiamo, siamo consapevoli che sono cose che sul campo di calcio possono succedere. L’importante è saperlo e avere sempre la coscienza pulita.

Ecco allora un piccolo vademecum per vivere al meglio la delinquenza, per esportarla e per farla comprendere a chi forse ancora non la conosce. Un piccolo alfabeto per spiegare in poche parole cosa voglia dire vivere il calcio alla nostra maniera.

A come arbitro

Il direttore di gara, il giudice unico delle nostre sorti per i 90 minuti in cui siamo in campo, il personaggio che, con quei due pezzi di cartoncino colorati di giallo o di rosso decide della nostra permanenza sul terreno di gioco. A nessun livello è semplice dirigere 22 scalmanati, su alcuni campi arrivare al triplice fischio finale con la testa attaccata al collo può diventare impresa ardua. Ecco dunque che fare l’arbitro non è mai facile e, in tutta onestà, il delinquente dell’arbitro ha sempre poca stima. Unica eccezione, unico meritevole della nostra stima: il sempiterno Russo di Nola.

B come bestemmia

Nietzsche potrà anche avere ragione, Dio è morto. Ma, su certi campi di provincia, Dio muore ogni volta che un medianaccio prende una caviglia con i tacchetti, ogni volta che un portiere sbaglia un’uscita, ogni volta che un direttore di gara mette mano al cartellino. Si, perchè sui campi di provincia la bestemmia è quasi un dovere morale, un imperativo categorico, un passaporto per l’ingresso nel gotha della categoria. Un campo di provincia senza bestemmie è come una pasta senza sale: semplicemente non sa di niente.

C come catenaccio

Il Medioevo è stato un gran periodo storico: oltre ad anni di recessione economica e ad impiccagioni casuali di presunte streghe, ci ha regalato un modo di vivere che si è ben traslato nel gioco del calcio: la predisposizione di una fortezza inespugnabile. Ed ecco che, non appena abbiamo l’ardire di passare in vantaggio, o, se proprio siamo dei professionisti del genere, non appena l’arbitro fischia l’inizio dell’incontro, il catenaccio ci viene incontro. Porto sicuro, rifugio di tante bande di delinquenti che piedi buoni non ne hanno mai avuti, il catenaccio viene buono per tutte le stagioni. Che si tratti di avere il santino di Trapattoni nella giacca, e quindi avere il catenaccio come unica arma, o che si tratti di utilizzarlo come strategia alternativa nelle serate di Coppa, alla Mourinho, il catenaccio non può mancare nel bagaglio tecnico di un allenatore che si rispetti. Figuriamoci in quello di un delinquente.

D come derby

Non importa che sia Celtic contro Rangers, Boca contro River o Chievo contro Verona. Ogni derby è una storia a sè, ogni derby un piccolo capitolo di un romanzo più grande. In un derby, alle volte, ci si dimentica del passato e della storia, ogni volta si ricomincia da zero e si rimette in palio la supremazia cittadina. Ogni derby è l’occasione buona per mettere in mostra i muscoli, per alzare la voce, perchè no, per picchiare più forte. Perchè in un derby tutto è concesso, tutto è lecito. Ok, avete ragione, forse Chievo contro Verona non era il caso.

E come espulsione

Va detto, ci sono espulsioni ed espulsioni. Un giallo per somma di ammonizioni non è di per sè meritevole di lode, ma lo diventa se le due ammonizioni sono a distanza ravvicinata per falli inutili. Bisogna distinguere tra il rosso per fallo di reazione e il rosso per gioco violento a palla lontana, tra il rosso per fallo da ultimo uomo e il rosso per proteste, ingiurie, bestemmie al direttore di gara. Insomma, c’è rosso e rosso, ma l’emozione che sale e l’adrenalina che scorre nelle nostre vene ogni volta che vediamo sventolare quel cartoncino purpureo è sempre qualcosa di magico. Red passion.

F come fair play

Se la vostra idea di fair play è buttare il pallone in fallo laterale ogni volta che un vostro avversario o compagno e a terra e poi scatenare una rissa quando ve lo restituiscono cento metri più in là, allora il fair play potete anche tenervelo. Meglio un giorno da delinquente che cento giorni da finto perbenista.

G come gamba tesa

Più che un gesto, una poesia. Più che un movimento fisico, un moto dell’anima. Più che un tackle, un modo di vivere. Entrare a gamba tesa non vuol dire voler fare del male. Entrare a gamba tesa significa avere il coraggio di affrontare il mondo nel modo in cui vuole essere affrontato: senza paura. Entrare a gamba tesa significa mostrare a tutti di che pasta siamo fatti. Entrare a gamba tesa aiuta a dirimere tante questioni che, per un motivo o per l’altro, possono sorgere con l’avversario. Entrare a gamba tesa è dimostrare a noi stessi che siamo vivi. Poi, purtroppo, ci sventolano il cartellino rosso sotto il naso rendendo palese ai nostri occhi l’ingiustizia di questo maledetto universo.

H come Howard Webb

In realtà non era previsto, ma la notizia del suo ritiro dall’attività arbitrale ci ha colto come un fulmine a ciel sereno. L’unico arbitro più delinquente dei calciatori in campo, sempre pronto ad affrontare tutti a muso duro, senza paura. E ci mancherebbe, visto il fisico da culturista che si porta dietro e visto il suo lavoro una volta smessa la divisa da arbitro: l’officiale di polizia. Ciao Mister Webb, senza di te i campi di Premier League saranno un po’ meno sicuri. Noi speriamo comunque di non incontrarti mai in un vicolo buio nelle ore notturne, che non si sa mai.

I come ignobile, indegna, invereconda

Scegliete l’aggettivo che più vi aggrada e aggiungeteci la parola “gazzarra”. Quanto è bello quando, su un campo di calcio di qualsiasi ordine o grado, gli animi si surriscaldano e i contendenti si accalcano tutti intorno all’arbitro o intorno al responsabile di una qualche nefandezza? La gazzarra è l’unico modo da noi riconosciuto per risolvere tutte le controversie che possono, purtroppo, sorgere sul terreno di gioco. La gazzarra è catarsi, è liberazione, è purificazione. Per favore, se vedete che stiamo per fare un capannello, non venite a separarci, grazie.

J come Joey Barton

Uno dei nostri padri putativi, una delle nostre primarie fonti di ispirazione. Le sue geste eroiche sono da sempre il nostro pane quotidiano, la nostra Bibbia, Vangelo e Corano, il nostro libretto di istruzioni per la vita. Venderemmo le nostre madri e le nostre mogli per vederlo tornare ai massimi livelli, non foss’altro per poter ammirare nuovamente Massimo Marianella commentarne le gesta. Siamo fatti così, ci basta poco per essere felici.

K come kitemmuort (o kitammuort, o kitammuorto, o kitemmuorto, a seconda delle varianti regionali)

In campo le parole grosse sono sempre volate e sempre continueranno a volare. Questo magnifico Paese che è l’Italia offre possibilità di sfogo praticamente illimitate, ed ecco che, dal basso Lazio in giù, il kitemmuorto è una vera e propria bandiera della delinquenza. In campo, sugli spalti, davanti alla tv: è sempre il momento di un’ingiuria ai morti, che sia giustificata o meno poco importa. Quando un avversario ti prende in pieno la caviglia con i tacchetti, quando l’arbitro non concede quel rigore al 90′, quando il guardalinee sbandiera con il centravanti in gioco di un metro, quando i tifosi avversari esultano senza ritegno. Quello è il momento in cui dal cuore, dall’anima, dalle viscere, l’unica parola che riesce a salire è un belligerante kitemmuorto. E’ volgare, lo sappiamo. Ma siamo fatti così.

L come Lombroso

Cesare Lombroso, il famoso criminologo italiano, aveva una teoria: criminale, o delinquente, si nasce. E, soprattutto, lo si può leggere in faccia. Ecco, noi siamo dei fieri fautori di questa ipotesi. Guardate la faccia spigolosa di Andrè Dias, lo sguardo torvo di Joey Barton, l’occhio semichiuso di Nigel De Jong, il cranio sconnesso di Paolo Montero, e assicurateci che, trovandoveli di fronte, non avreste paura alcuna. Ve lo garantiamo noi, non ci riuscireste.

M come mischia

Il gol, l’abbiamo detto più e più volte, è purtroppo un male necessario. Ma che bello quando riusciamo a segnarne uno in quei mischioni brutti, zozzi, inguardabili, che da fuori non si capisce neanche se sono ancora tutti vivi là in mezzo. Quanta polvere abbiamo mangiato, quanti calci abbiamo dato e preso, a compagni, avversari, animali, cose, forse qualche volta pure al pallone. Quante maglie strattonate, quanti capelli tirati, quanti pantaloncini tirati giù. Ma quando alla fine del mischione usciamo vincitori, quando la tocchiamo per ultimi e gonfiamo la rete, che soddisfazione, neanche avessimo partorito il Royal Baby. Che, per inciso, è di John Terry.

N come Neymar

La nostra nemesi. Se dovessimo scegliere un solo giocatore, una sola parola, per spiegare tutto quello che non vorremmo essere nella vita e tutto quello che per noi non dovrebbe mai mettere piede su un campo di calcio, non avremmo dubbi: Neymar. C’è un Neymar su tutti i campi, dal Maracanà al Comunale di Molfetta. E’ quello che entra in campo con i capelli bicolore, con mille fascette ed elastici, con la convinzione di possedere nei suoi piedini l’arte e la magia del gioco del calcio. Ed è quello che esce accompagnato a braccia, in lacrime, o con l’aiuto dei sanitari, perchè magari al Maracanà ci sarà pure il delirio, ma al Comunale di Molfetta non si fanno sconti.

O come ostruzionismo

A volte, perdere tempo è l’unico modo che abbiamo per portare a casa una partita. A volte, perdere tempo è l’unica cosa che possiamo fare per colmare il divario tecnico tra noi e gli avversari. E allora, lasciando da parte quegli inutili discorsi sul fair play, consentiteci di emozionarci ogni qual volta vediamo un portiere telefonare a casa, ordinare una pizza, disquisire della crisi dei mutui subprime con gli spettatori della curva, prima di rinviare dal fondo. Consentiteci di sobbalzare sulla sedia quando vediamo i difensori cambiare 5 volte il pallone prima di battere la rimessa laterale, o meglio ancora quando i raccattapalle si rendono complici di simili gesti eroici. Consentiteci di farci paladini di tutti coloro i quali decidono di fingersi infortunati anche solo per far trascorrere 30 secondi in più. Che tanto, non facciamo i moralisti, la prossima volta toccherà a noi perdere un po’ di tempo.

P come palla lunga e pedalare

Bando alle ciance: a pallone le tattiche, gli schemi, le ossessioni, a poco servono. Oltre una certa categoria, diciamo probabilmente la serie C (no, non la chiamiamo Lega Pro, c’è qualche problema?), c’è un unico e solo schema di gioco che garantisce il massimo risultato con il minimo sforzo: ed è proprio il buon palla lunga e pedalare. Il pallone avanti, dietro tutti quanti. Un lancio lungo dalla difesa, a saltare il centrocampo, e via, verso l’orizzonte ed oltre, ad inseguire la sfera, cercando di raccoglierla in qualche modo e buttarla dentro. Perchè a calcio si gioca per essere liberi, e farlo correndo è una delle cose più belle che questa vita possa regalarci.

Q come Quilmes

La birra più bevuta d’Argentina. Davvero credevate che potessimo lasciar fuori questo meraviglioso paese dal nostro abc? In Argentina tutto è più bello: il calcio è gratis sulla tv pubblica e non si lesinano interventacci a palla vicina e lontana. E, perbacco, i commentatori si indignano quando vedono sbucare i cartellini rossi. Il calcio è malattia, è condizione viscerale dell’animo, è un motivo sufficiente per far sparare le pistole. E a noi tutto questo intriga maledettamente.

R come recupero

Il calcio, come la tragedia, è uno sport che tende a risolversi nel finale. I minuti di recupero sono l’apoteosi di questa tragedia. Quante volte abbiamo invocato, non sempre con appellativi simpatici, gli amici con l’aureola del piano di sopra, solo perchè il numero alzato dal quarto uomo non era a noi gradito, in quanto troppo alto (quando stiamo vincendo) o troppo basso (quando stiamo perdendo)? Il recupero diventa uno di quei momenti magici in cui il tempo si ferma. Se qualcuno dovesse chiedervi quali sono stati i 5 minuti più lunghi della vostra vita, siamo sicuri che molti di voi risponderebbero con i 5 minuti di recupero di quel derby, di quello spareggio, di quella semifinale.

S come sfangarla, S come Stoke, S come spazzare

Insomma, un certo modo di vivere il calcio. Uno stile che non contempla il bel gioco, le trame, le verticalizzazioni, la costruzione offensiva. No. Un modo di intendere il pallone che è un po’ come vivere alla giornata. Buttare il pallone avanti sperando che prima o poi, in qualche modo, vada dentro da solo. Spazzare la nostra area di rigore in maniera lurida, a difesa del risultato. Sfangarla in maniera invereconda, un minuto alla volta, senza fronzoli. Un po’ come ogni sabato, o domenica, prova a fare una squadra che ha un posto speciale nei nostri cuori: lo Stoke City.

T come terza categoria

Il calcio vero non è quello che si gioca sui manti erbosi perfetti della Premier, sotto i riflettori del Bernabeu, tra le mura dell’Allianz Arena. No, ragazzi, se volete conoscere il calcio, dovreste fare un giro sui campi di terza categoria. Dovreste respirare l’aria di spogliatoi sporchi di fango e urina, dovreste fare una doccia gelata il 14 di gennaio perchè il custode è andato via, dovreste mettere i piedi nel fango di un acquitrinio di novembre o nella polvere di un pomeriggio di marzo. No, ragazzi, disegnare lanci millimetrici al Bernabeu è troppo facile. Dovete scendere in terza categoria a spazzare il pallone oltre la recinzione, e poi magari andare anche a raccoglierlo perchè è l’unico che abbiamo. Poi ne riparliamo del calcio, quello vero.

U come ultimo uomo

Alle volte il destino sa essere beffardo. Abbiamo fatto una grandissima partita, abbiamo fermato sempre il nostro avversario diretto, non gli abbiamo lasciato mai un singolo centimetro, mai uno spiraglio d’aria, non gli abbiamo mai dato l’opportunità di essere pericoloso. Poi, a un certo punto, un nostro compagno prova un improbabile colpo di tacco carpiato rovesciato no look a centrocampo, e il nostro uomo, inspiegabilmente ed incredibilmente, si trova lanciato a rete. Non ci resta nient’altro da fare che ingiuriare morti e santi del nostro compagno, strattonare l’avversario, stenderlo e andarcene ineluttabilmente a fare la doccia. Alle volte tocca farsi carico di colpe non nostre. Poi, negli spogliatoi, due roncolate al nostro compagno non gliele toglie nessuno.

V come vendetta

No, non come il fumetto o il film con protagonisti Guy Fawkes e la sua maschera. La vera vendetta è quella che, quotidianamente e silenziosamente, ci prendiamo contro chi ci fa un torto in campo. La vendetta che, inesorabilmente, può arrivare anche a stagioni di distanza, come per il famoso fallo di Roy Keane su Haaland. Come ogni gomito alto, ogni sbracciata, ogni calcetto, va vendicato in silenzio e alla prima occasione utile. Perchè, se sappiamo stare al mondo, sappiamo già che su un campo di provincia ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Magari pure più forte.

W come weekend

Ok, la pay tv ha rovinato il calcio. Ma nella vita ci sono già talmente tanti sbattimenti e cause di smadonnamento, che a volte vedere arrivare il venerdì e potersi stravaccare sul divano sui canali sportivi è l’unico sollievo della nostra esistenza. Anticipo della Bundesliga, o della Ligue 1 se siamo coraggiosi, della serie B se siamo infermi mentali. Sabato aperitivo, scommessa, bestemmia per aver già perso tutto alle ore 13.48 con il vantaggio del Sunderland ad Anfield, pomeriggio Premier, occhiatina al 9-0 del Bayern Monaco, anticipo di serie A, serata se siamo giovani, letto se siamo anziani. Domenica, magari ci tocca giocare in prima persona in mattinata, pranzo, raviolone, stadio per i più fortunati, diretta gol per i derelitti che abitano in posti dimenticati dal mondo, coscia di Ilaria d’Amico, congiuntivo sbagliato di Massimo Mauro, opinione traballante di Marione Sconcerti, posticipo, lite Boban-Allegri, tutti a dormire. Domani è lunedi, ***** ***.

X come X

Il pareggio: un risultato che a un delinquente, nel 90% dei casi, sta sempre bene. Il manuale del calcio delinquenziale, in particolare, stabilisce che, nelle gare ad eliminazione diretta, si debba fare ricorso alla cosiddetta formula di Von Sfanghen: più è alta la posta in palio, più abbottonata deve essere la formazione, alla ricerca dei supplementari e poi dei rigori. Per sfangarla in maniera invereconda, con l’ausilio degli dei del pallone. Che però, si sa, non vedono di buon occhio la delinquenza e ci fanno sempre soffrire come dei randagi.

Y come Yepes

Se, cosa in verità improbabile, l’Accademia della Crusca dovesse bussare alla nostra porta e chiederci la definizione della parola “capitano” noi gli risponderemmo con la gigantografia a grandezza naturale di Mario Yepes che addobba la nostra camera da letto. Un leader emotivo, carismatico e tecnico come se ne sono visti pochi, un campione che non tira mai indietro la gamba, anche e soprattutto quando c’è da menare, uno che in vita sua non si è mai sottratto ad alcuna responsabilità. Se ci facessero scegliere, noi vorremmo rinascere Mario Yepes.

Z come zona retrocessione

Purtroppo, per motivi che non staremo qui a spiegarvi, quasi sempre chi decide di abbracciare la filosofia della delinquenza deve fare i conti con uno spettro che agita i suoi sonni: la zona retrocessione. E così, spesso, ci troviamo “invischiati nella lotta per non retrocedere”, una lotta che spesso viene giocata a suon di ganascioni, di lanci lunghi, di partite bloccate e fatte dal sarto per finire 0-0. Con buona pace di tutti, soprattutto del pubblico. Un’annata in zona retrocessione è da sconsigliare ai deboli di cuore. Il sabato inizi a preoccuparti, la domenica prendi tutto il coraggio che hai e vai allo stadio, a soffrire come un cane per 90 minuti sperando che la partita finisca il prima possibile, se il risultato è favorevole o estremamente sfavorevole, o che non finisca mai, se la tua squadra è sotto di un gol. Il lunedì, vai a lavorare con la morte nel cuore, non perchè sia incominciata una nuova settimana, ma perchè domenica prossima si gioca in casa della capolista.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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