Dario Hübner, la classe operaia in paradiso Dario Hübner, la classe operaia in paradiso
Siamo al termine della stagione 2001-2002, sembra passata una vita. Forse è passata una vita. Il nostro occhio morboso, malato di curiosità, viene attratto... Dario Hübner, la classe operaia in paradiso

Siamo al termine della stagione 2001-2002, sembra passata una vita. Forse è passata una vita. Il nostro occhio morboso, malato di curiosità, viene attratto da una tabella che indica la classifica marcatori. David Trezeguet, ventiquattro reti. Dario Hübner, ventiquattro reti. Più in basso gente del calibro di Shevchenko, lo zar dell’est. Più in basso Bobo Vieri, uno dei migliori centroavanti del nostro calcio. Tutti dietro. Tutti in fila. A comandare è lui, il Bisonte di Muggia. Strabuzziamo gli occhi per un istante, ricontrolliamo ma ci accorgiamo che sì, è tutto vero. E’ la classe operaia in paradiso. Per comprendere appieno la grandezza di questa impresa bisogna ripercorrere la sua vita, facendo un salto indietro di 35 anni.

Dario nasce nel 1967 a Muggia, paesino ad un passo da Trieste. Il padre lavora in cantiere, il fratello in una carrozzeria. E’ interista sfegatato fin da bambino. Appena appoggia lo zaino della scuola va a dare calci ad un pallone, cercando di imitare i suoi idoli Altobelli e Rumenigge. Cresce e viene instradato subito al mondo del lavoro, anche perché stare sui libri gli piace il giusto.

Ricordo che il giorno dell’esame di terza media dissi ai professori: mi diate o no il diploma, sappiate che domani andrò a lavorare. Me lo diedero e il mattino dopo alle 7 ero al forno, assunto come garzone di panetteria. Poi ho fatto anche il fabbro, per quattro anni

Garzone di panetteria, fabbro ed infine imbianchino. Di giorno non c’è tempo per altro, ma la sera sì. La sera è diverso, si può giocare a pallone. Tutte le ore spese in fonderia a pensare ad un’unica cosa, quel pallone da spingere in fondo alla rete a qualunque costo.

Uno così non può crescere lezioso, tecnico, funambolo. Uno così deve fare di necessità virtù, deve mettere la concretezza al primo posto nella sua scala dei valori.

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Ed infatti, quando maltratta un pallone, bello da vedere non è. Lo colpisce con forza, con ruvidezza. I controlli di palla sono in realtà colpi che fanno finire la sfera di cuoio sempre un centimetro oltre dove dovrebbe stare idealmente. Aborra la perfezione ma fa del suo opposto un’arte. A chi gli rinfaccia la sua scarsa armonia, la goffaggine sul terreno di gioco così risponde “Certo che sono grezzo, vorrei vedere voi dopo dieci ore di lavoro”.
Una cosa però la sa fare fin da quando è uscito dalla culla. Buttare quel pallone alle spalle del portiere. Non gli importa come, non gli importa se per farlo la deve prendere di stinco o di coscia. A questo ci pensano gli esteti del gioco, non di certo lui. Non di certo Dario Hübner, il bisonte di Muggia.

Muggesana e poi l’approdo a Pievigina, in interregionale. Per Dario è già un approdo nel grande calcio, non essendo di certo un predestinato. Tutto ciò che vuole ottenere se lo deve sudare fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo pallone scaraventato in rete.

Ha 20 anni quando passa al Pergocrema in serie c2, il salto è grosso. E’ la prima vera opportunità nel calcio che conta. L’approccio, però, non è dei migliori,almeno sul campo. Sarà questa infatti una delle peggiori stagioni in termini realizzativi dell’intera carriera. La città però gli entra nel cuore, qui conosce quella che sarà la sua futura moglie e qui aprirà il suo bar, chiamato Tatanka, in onore del suo storico soprannome.

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Dopo l’avventura con il Pievigna è il momento di trasferirsi a Fano, città dove trascorre tre annate tra c2 e c1. Nell’ultimo anno in terra marchigiana realizza 14 reti, diventando capocannoniere della serie c1. In giro per l’Italia si fa tanto parlare di questo bomber, dalle movenze un po’ sgraziate ma terribilmente concreto. Giurano di averlo visto segnare in tutti i modi possibili, con qualunque parte del corpo. L’interrogativo di tutti è però sempre il medesimo, reggerà il salto di categoria? Oppure è uno di quei bomber di provincia destinato a sfondare le reti nei campionati minori salvo poi fallire il grande appuntamento? Il Cesena decide che vale la pena correre il rischio per rispondere a questi interrogativi. La squadra romagnola milita in serie B e quando Hübner vi approda ha 26 anni, non più un ragazzino. E’ qui che diventa Tatanka, il grande bisonte che si fa largo nelle praterie avversarie. Lo vedi correre ingobbito, con quella falcata ampia e scattante che sembra un affronto all’estetica del gioco. E per questo te ne innamori. Brutto, sporco, ma efficace. Terribilmente efficace. Va in doppia cifra in ognuna delle cinque stagioni con la maglia bianconera del Cesena, laureandosi capocannoniere nella stagione 95-96, nella quale le sue zampate lasceranno il segno per ben ventidue volte.

Anche la serie cadetta inizia ad andargli stretta, in più il Cesena al termine della stagione retrocederà. Siamo nel 1997 e Tatanka ha già scollinato i 30 anni. Ora o mai più. Il presidente Corioni è un suo grande estimatore e, non appena intravede la possibilità di portarlo nelle Rondinelle, non se la lascia sfuggire. E’ affascinato da una tale grandezza nella normalità. Lo vede fumarsi il suo pacchetto di Marlboro rosse, accompagnate dall’immancabile grappino, neanche giocasse ancora nel campionato Interregionale. Ma la sua forza sta proprio qui, che sia lo Zaccaria di Muggia o il Rigamonti di Brescia a lui non importa. Il suo compito è sempre lo stesso, fulminare il portiere avversario.

“Se Hübner avesse fatto una vita da atleta, senza grappa e sigarette, sarebbe stato il calciatore italiano più forte di tutti i tempi”.

Gino Corioni

L’esordio in serie A con le Rondinelle avviene in una partita speciale. Contro la sua Inter. E’ anche l’esordio a S. Siro di un altro attaccante. Di un fenomeno vero, di nome Luis Nazario da Lima Ronaldo. I riflettori sono tutti su di lui, mentre il bisonte riccioluto se ne sta in disparte. Quasi lo infastidiscono le luci della ribalta. Se ne sta in disparte quel 31 agosto del 1997. Almeno fino al minuto 27 della ripresa, quando addomestica di coscia prima di lasciar partire un sinistro sotto la traversa che fulmina l’incolpevole Pagliuca. Il resto è storia, con il Chino Recoba che ribalterà il risultato con due gioielli, di quelli che solo il suo mancino sapeva regalare.

Alla sua prima stagione nella massima serie realizzerà 16 reti, non sufficienti ad evitare alla squadra lombarda la retrocessione. Se ne torna di nuovo in serie B, non ne fa un dramma. A Brescia si trova bene e nelle due stagioni successive realizzerà un totale di quarantadue reti, ventuno per stagione. La squadra di Corioni torna in serie A, ed in panchina c’è un certo Carletto Mazzone. La squadra è composta tra gli altri da un giovanissimo Andrea Pirlo, dai leggendari gemelli Filippini ed impreziosita dalla classe cristallina di Roberto Baggio. A duellare per il posto accanto al fantasista , oltre a Dario Hübner, c’è l’albanese Igli Tare, che sor Carletto apprezza molto. La stagione si concluderà con il Brescia in Intertoto grazie anche ai 17 centri del Bisonte.

Viene ceduto al Piacenza, per 6 miliardi delle vecchie lire. Quella che sta per cominciare sarà la stagione che lo porterà tra i grandi, nell’Olimpo dei bomber. La stagione che si concluderà nella casella affianco a Re David Trezeguet. Così recita l’almanacco: Dario Hübner, ventiquattro reti. Capocannoniere della serie A. Unico giocatore, insieme allo zar Igor Protti, ad aver ottenuto il titolo di miglior marcatore in serie A, B e C1. Il Piacenza è salvo. La classe operaia va in Paradiso.

Viene aggregato alla tournee estiva dal Milan, che però gli lascia intendere che c’è poco spazio per lui in squadra e si dovrà accontentare di piccoli ritagli di tempo. Darione non ne vuol sapere, per lui il calcio è divertimento. E che divertimento c’è per un Bisonte a stare chiuso in gabbia? Nessuno. Meglio quindi continuare a Piacenza, dove può correre indisturbato nelle praterie avversarie. Dove può ancora fare male per davvero. Per lui, anarchico del pallone, non ci può essere di meglio.

«Gli schemi contano fino a venti metri dalla porta. Poi, in realtà, un attaccante deve improvvisare. Che cosa differenzia un attaccante da un altro giocatore se non il cosiddetto fiuto del gol?».

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Altre quattordici reti, da sommare alle centoquaranta già realizzate. Miglior marcatore nella storia del Piacenza. Se lo chiedete a lui non ha fatto nulla di straordinario, se non divertirsi giocando a pallone.
Nel 2003 si accasa all’Ancona neopromosso. Si, a quell’Ancona disastroso di Marione Jardel. A quel dannato Ancona del presidente Ermanno Pieroni che vide la prima vittoria alla ventinovesima giornata di campionato. Facile intuire che anche la stagione di Tatanka non sia stata delle migliori. Anzi, fu un vero inferno con zero reti in sei mesi. Dall’Ancona passa a Gennaio al Perugia, per concludere l’annata. Nel 2004 lo si vede camminare sulle rive del Mincio, a Mantova. Non ha più lo smalto di un tempo, dove bastava che transitasse un pallone dalle sue parti e questo finiva inesorabilmente in rete. Il Bisonte ha ora il pelo brizzolato, ma la falcata è sempre quella. Capace di far scendere la lacrimuccia anche alla soglia dei 40 anni. Il Mantova ritrova la serie B ma Dario Hübner no, decide che è ora di dire basta con il mondo del calcio professionistico. Non è un ritiro dal mondo del pallone, a quello ancora non ci ha mai pensato. Vuole tornare alle origini, in quei campi terrosi e fangosi più congeniali al suo modo di essere. Vuole tornare al calcio di paese, da dove è nato, cresciuto e diventato grande. Chiari, Rodendo Saiano, Orsa Corte Franca, Castel Mella e Cavenago son tutte le squadre che gli permettono di continuare a scalciare. Perché il Bisonte di Muggia non lo tieni legato per nessuna ragione al mondo.

Tra una bestemmiuccia, una Marlboro ed un grappino segna caterve di goal, perché non si risparmia contro nessun avversario. Gioca nell’unico modo in cui è capace, anche e soprattutto in questo sta la sua grandezza. Di giorno al bar con gli amici, ad ammazzare il tempo tra una briscola e l’altra. Di sera al campo di allenamento, finché il fisico regge. E fino a 44 anni suonati è lì a dannarsi l’anima. con ragazzini che potrebbero essere figli suoi e che mai conosceranno altri campi all’infuori di quello di paese. Gente che lo guarda con ammirazione, lo rispetta per il suo essere umile e fiero al tempo stesso. Come solo un Bisonte sa essere.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo