Danke, Jürgen. Danke, Jürgen.
L’amore, nel calcio, è un concetto molto particolare. Ci si può amare anche quando si decide di prendere strade diverse, direzioni opposte. E’ proprio... Danke, Jürgen.

L’amore, nel calcio, è un concetto molto particolare. Ci si può amare anche quando si decide di prendere strade diverse, direzioni opposte. E’ proprio per questo il motivo per cui il calcio è speciale. Perchè ci si può continuare ad amare, incondizionatamente, anche quando uno dei due dice basta. E’ quello che sta succedendo a Dortmund, tra Jürgen Klopp e il muro giallonero della Westfalia.

Jürgen Klopp, qualche mese fa, ha deciso che la sua avventura al Borussia, dopo 7 anni intensi e pieni di emozioni, doveva finire. Non c’erano più gli stimoli, non c’era più la possibilità di continuare a crescere insieme. Era tempo di dirsi addio. Sarebbe bastata una stretta di mano, un arrivederci e un ringraziamento formale. D’altronde, sono tedeschi, gente fredda, le emozioni non sanno neanche dove stanno di casa.

Ma Jürgen Klopp è un tedesco atipico, e a Dortmund, su quelle gradinate a strapiombo verso il terreno di gioco, hanno ben chiaro cosa vogliano dire parole come cuore, emozioni, sentimenti. Jürgen Klopp, oggi, è stato omaggiato dalla sua gente, che si è stretta attorno al suo tecnico, a quello che resterà sempre il loro condottiero, il loro Profeta. Una sola parola, niente esagerazioni, niente inutili orpelli. Grazie, semplicemente. Danke, Jürgen. Questo e solo questo voleva dire la sua gente. Questo, e nient’altro.

Anche se Jürgen Klopp è un tedesco atipico. Un tedesco molto italiano, ci verrebbe da dire. Sanguigno, istintivo, genuino. Un modo unico e irripetibile di vivere le partite. Uno che le linee dell’area tecnica le vede quasi come una gabbia, una gabbia che tiene al suo interno un vero leone. Già, un leone. Perchè quando Jürgen Klopp si arrabbia, spalanca le sue fauci, ruggisce, sbraita. Con la criniera (qualcuno ipotizza abbia subito il trattamento Conte, suggerisce qualche maligno) che svolazza al vento.

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Non sembra per nulla un tedesco, questo allenatore. Sembrerebbe sangue latino quello che scorre nelle sue vene. Lo vedresti bene in Argentina, uno come Klopp, non certo nella placida, rigida e disciplinata Germania. Forse è proprio questo che lo ha reso così speciale. 

Ma del tedesco, qualcosa rimane. Il carattere duro, ruvido. L’ossessione per gli schemi e per gli allenamenti duri, la disciplina inflessibile, il pugno di ferro da utilizzare nello spogliatoio quando necessario. E’ tutto questo, tutto insieme, a rendere Jürgen Klopp un allenatore speciale. E’ stato tutto ciò che ha permesso a quest’uomo di prendere in mano il Borussia e portarlo a vincere due volte il campionato, a trascinarlo alla finale di Champions del 2013, sfuggita solo per l’invenzione di Robben a un minuto dal termine. Chissà come sarebbe andata, senza quella giocata dell’olandese.

Come in tutte le storie d’amore che si chiudono, ci sono i rimpianti. Ma c’è anche la consapevolezza di essersi dati tutto, di essersi detti tutto. Ed è per questo che a Jürgen Klopp oggi bastava sentire una parola, quella parola. Danke, Jürgen. Tutto qui.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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