“I sogni son desideri chiusi infondo al cuor nel sogno ci sembran veri e tutto ci parla d’amor… se credi chissa che un giorno...

I sogni son desideri chiusi infondo al cuor nel sogno ci sembran veri e tutto ci parla d’amor… se credi chissa che un giorno non giunga la felicità non disperare nel presente ma credi fermamente e il sogno realtà diverrà.

No, non siamo impazziti.

Questa storia inizia con una citazione da Cenerentola, perchè la favola che stiamo per raccontarvi è proprio quella di una squadra che non era stata ammessa al gran ballo, quell’anno, ma che tornò a casa con il premio di Reginetta.

Una squadra che non doveva essere lì, ma che dimostrò a tutti che per portarsi a casa un trofeo, fosse anche un Campionato Europeo, bastava crederci.

Eppure, come in tutte le favole, sullo sfondo si staglia un lato oscuro e doloroso, dietro la gioia della vittoria.

Cenerentola, come avrete capito, è la Danimarca che vinse il Campionato Europeo per nazioni nel 1992. Campionato Europeo al quale non era invitata a partecipare, ma che disputò proprio per uno scherzo del destino, della Storia e dei capricci di quello strano, confuso, inspiegabile e in un certo senso maledetto ginepraio che sono i Balcani.

Siamo, come detto, nei primi vagiti degli anni ’90. La Jugoslavia è nel pieno della guerra che la sta dilaniando. Vukovar, Mostar, Sarajevo, e tante altre città, paesi, villaggi diventano teatri di un orrore senza fine, di una guerra fratricida che sembra non vedere la luce in fondo al tunnel.

E’ il 30 maggio del 1992, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approva la risoluzione numero 757. Che, fra le tante cose, fa divieto alle rappresentative jugoslave di partecipare a qualsiasi manifestazione sportiva. Anche perchè di jugoslavo era rimasto ben poco in piedi.

Il 10 giugno dovevano prendere il via i Campionati Europei di Calcio in Svezia. 8 squadre qualificate alla fase finale (si, erano altri tempi e un altro calcio, forse più bello) da giocare tra Goteborg, Stoccolma, Malmo e Norrkoping. I padroni di casa appunto, più Francia, Germania, Inghilterra, Olanda, Scozia, CSI (a proposito di nazioni in dissoluzione). E poi la Jugoslavia che però, come detto, stava per diventare un ricordo, un nome per i libri di Storia. La Jugoslavia, a quel Campionato Europeo, non può partecipare, bisogna trovare una soluzione.

Soluzione che, regolamento alla mano, è semplice: si prende la squadra arrivata al secondo posto nel girone di qualificazione che, nello specifico, è la Danimarca di Richard Møller-Nielsen. Il commissario tecnico, in quei giorni, considerandosi libero da tutti gli impegni, aveva deciso di cambiare la cucina in casa. Arriva la telefonata della Federazione danese: quella cucina toccherà farla montare a qualcun altro, bisogna radunare 23 giocatori e partire per la Svezia. Bisogna andare a giocare il Campionato Europeo.

I calciatori danesi, ovviamente, sono tutti beatamente in vacanza, con la stagione appena finita e il ritiro precampionato che appare ancora una preoccupazione lontana. Møller-Nielsen deve arrabattare delle convocazioni in gran fretta. Nel disperato tentativo di mettere insieme la formazione più forte possibile, prova anche a chiamare i due fratelli Laudrup, che avevano già lasciato la Nazionale, proprio in seguito ad animate discussioni con il commissario tecnico. Michael non ci ripensa neanche se dovesse venire il Padreterno in persona a chiederlo (“La mia nazionale si chiama Barcelona”), Brian accetta. In gran fretta, senza nessuna preparazione specifica, in condizioni fisiche da dopolavoro ferroviario, la Danimarca è pronta a presentarsi ai nastri di partenza di Euro 92. L’obiettivo è uno e uno soltanto, il giorno della partenza: evitare figuracce e sfangare in maniera dignitosa le 3 partite del gironcino. Avversari: Svezia, Inghilterra e Francia.

Proprio la Nazionale dei Tre Leoni è l’avversario designato dal fato per l’esordio. Gary Lineker, David Platt, Paul Merson, Alan Shearer, Alan Smith, Stuart Pearce. Paul Gascoigne invece non c’è, fuori per infortunio. Non una corazzata l’Inghilterra, certo, ma la Danimarca pare spacciata sin dalla partita inaugurale, quell’11 giugno 1992 al Malmö Idrottsplats. Una di quelle avventure di cui aspetti solo la fine, come una liberazione, sperando di uscirne intatto. Senza le ossa rotte.

E almeno dalla prima partita, i danesi possono uscire a testa alta. Le parate di Peterone Schmeichel tengono in piedi gli scandinavi, che addirittura rischiano di portarsi a casa il bottino pieno, con la traversa a dire di no a John Jensen. Punticino portato a casa, orgoglio salvato, due partite da giocare con il cuore in pace. Nell’altra partita del girone anche Francia e Svezia impattano 1-1, lasciando tutto invariato in classifica.

La seconda giornata si apre con uno scialbo 0-0 tra Francia e Inghilterra, due big senza gioco, senz’anima, senza cuore. Abuliche fino al midollo. La partita fra Svezia e Danimarca è già importantissima per la classifica finale: i padroni di casa, che stanno gettando le fondamenta per il terzo posto al Mondiale di Usa ’94, possono contare su una bella squadretta, guidata dall’attaccante del Parma Thomas Brolin, da Dahlin, e da una generazione di talenti come quel Klas Ingesson che ci ha purtroppo lasciato qualche giorno fa, o il sopraffino Anders Limpar. A Solna, gli svedesi si impongono 1-0 su una Danimarca ordinata, compatta, attenta per prima cosa a non prenderle. Che è poi il motivo per cui hanno attraversato il ponte di Øresund tra Malmo e Copenaghen. Per tornare a casa il prima possibile, che le vacanze erano già pagate

Alla vigilia dell’ultima giornata, i danesi hanno un misero punticino in classifica, e neanche un gol segnato. E devono affrontare, all’ultima giornata, la Francia, che l’Europeo l’aveva vinto 8 anni prima. Una Francia che però è vecchia, stanca e con tanti pezzi lasciati per strada. C’è anche un’altra storia che merita di essere raccontata, quando ripensiamo a quella Danimarca. E’ la storia di Kim Vilfort, baffuto mediano di centrocampo, che ha probabilmente altro a cui pensare in quel periodo. C’è sua figlia a casa, malata di leucemia, che ha bisogno del papà al suo fianco. Dopo la partita con l’Inghilterra, Vilfort torna in patria, e fa la stessa cosa subito dopo il fischio finale di Svezia-Danimarca. Vista la situazione di classifica, chiede di restare a casa in vista dell’ultima partita contro la Francia, che sembra essere solamente l’ultima passerella prima di abbandonare il torneo e ritornare, con il cuore in pace, a casa. Quasi a dire: non vedo l’ora che finisca.

E, secondo i pronostici, dovrebbe finire presto. La Svezia batte l’Inghilterra 2-1 e vola alle semifinali. L’altro posto tra le ultime 4 se lo giocano la Francia allenata dal Michel Platini e appunto la nostra Danimarca. La razionalità dovrebbe far pendere l’ago della bilancia dalla parte dei transalpini che in campo possono schierare talenti come Cantona, Papin, Blanc, Deschamps. Ma il campo, si sa, alle volte sbugiarda tutte le convinzioni e sa farsi beffe della razionalità. Otto minuti bastano alla Danimarca per segnare il primo gol dell’Europeo, che porta la firma di Henrik Larsen. Al 60′, di disperazione, Papin riporta la contesa in parità. Con il pareggio la Francia, seppur senza infamia e senza lode, staccherebbe il biglietto per le semifinali.

Ma, quando giochi a cuore leggero, sapendo di aver fatto il tuo, senza la pressione di dover vincere per forza, magicamente tutto diventa più semplice. Al minuto 78 Lars Elstrup, subentrato a Torben Frank, raccoglie un pallone rasoterra dalla destra. In mezzo a tre maglie blu, ci mette il piedino. La palla, docile, rotola in rete alle spalle di Bruno Martini. Per l’incredibile vantaggio della Danimarca. Per il gol che qualifica una squadra che doveva essere in vacanza alle semifinali del Campionato d’Europa. Per il gol che cancella con un colpo di spugna ogni briciolo di razionalità che era rimasto al calcio. Le due squadre scandinave eliminano le due più blasonate nazionali francese e inglese, che tornano a casa con la coda fra le gambe.

Dall’altro girone, sono venute fuori due superpotenze del calcio di inizio anni ’90: la Germania campione del Mondo in carica, che nella notte dell’Olimpico di Roma due anni prima aveva alzato al cielo la Coppa più prestigiosa di tutte. E l’Olanda della generazione di fenomeni, fenomeni veri. Marco Van Basten, Ruud Gullit, Dennis Bergkamp, Frank Rijkaard. Gente che era o stava per diventare familiare con l’Olimpo del calcio. Gente che aveva scritto o stava per scrivere la storia del Pallone. Talenti cristallini, destinati al successo. Un’armata arancione che sembrava destinata a fare carne da macello dei fortunati danesi, che avevano passato il turno solo perchè la sorte era stata benigna e si, Francia e Inghilterra avevano peccato di presunzione. Ma in semifinale, ne erano tutti convinti, allo stadio Ullevi di Goteborg, non ci sarebbe stata storia. L’Olanda avrebbe fatto un sol boccone dei danesi. L’Olanda spregiudicata, padrona del campo, bella da vedere. Contro 11 danesi disposti a difendersi con ogni mezzo per tutta la partita, se necessario.

Invece, dopo 5 minuti, eccola lì, ancora una volta, l’ennesima volta, l’ennesima dimostrazione che il calcio, delle parole, dei pronostici, delle previsioni, non se ne fa nulla. Ogni volta che il direttore di gara fischia l’inizio della contesa, può accadere di tutto. E può accadere che dopo 5 minuti Brian Laudrup disegni una traiettoria perfetta per la testa di Henrik Larsen. Solo, dimenticato dalla difesa olandese a un metro dalla porta. Inspiegabilmente. Larsen deve solo spingere dentro e correre ad esultare. Al 23′, però, Frankie Rijkard illumina, Dennis Bergkamp finalizza: è 1-1. Al 33′, dopo una carambola, il pallone arriva ancora sui piedi di Larsen. Che non se lo fa ripetere due volte e trafigge van Breukelen con un destro chirurgico che termina la sua corsa nell’angolino basso. Intervallo, due a uno per i danesi. Che sugli spalti, numerosi, esultano quasi increduli.

Per tutto il secondo tempo, un ragazzone biondo con gli occhi di ghiaccio e lo sguardo impenetrabile dice di no agli olandesi, in tutti i modi. Resiste, ci mette le mani, i pugni, il corpo, tutto quello che ha addosso, pur di permettere ai suoi compagni di mantenere il vantaggio. Henrik Andersen ci lascia un ginocchio, che in un contrasto con Gullit finisce diversi centimetri fuori della sua sede. La Danimarca ci prova a resistere fino alla fine. Ma non ce la fa. Perchè l’assalto finale degli Oranje porta i suoi frutti. Rijkard, in mischia, di puro cuore, si fionda su un pallone lasciato incautamente custodito e fa due a due. Ancora pari, a quattro minuti dalla fine. Supplementari. L’Olanda ha preso fiducia, attacca. Costringe la Danimarca a chiudersi in difesa, ad arroccarsi, a soffrire come poche volte nella storia della nazione danese tutta. Schmeichel, però, continua a tenere la saracinesca abbassata. Saranno anche capitati qui per caso, i danesi, ma a mollare non ci pensano nemmeno. E dopo 30 minuti che a Copenaghen sembrano durare anni, il triplice fischio finale. La lotteria dei rigori. Lo stillicidio dei tiri dagli undici metri. La tortura più infernale al quale un calciatore possa essere sottoposto.

E ai rigori, più che il talento, conta la testa. Larsen, Povlsen, Elstrup, Vilfort, Christofte. I danesi segnano tutti. Gli olandesi no. Gli olandesi uno lo sbagliano. Ed è l’errore che gli costa la qualificazione. Succede quando sul dischetto va Marco Van Basten. Il Cigno di Utrecht, uno che sulla faccia ha disegnata l’espressione dell’amore mancato, di quello che già lo sai che ti tradirà, ti farà soffrire, ti abbandonerà dopo averti sedotto a morte, si presenta sul dischetto palleggiando. Posa il pallone sul gesso bianco. Prende la rincorsa, calcia. Il tipico rigore di quelli che hanno paura, il tipico rigore di quelli che sentono tutto il peso del pallone. Schmeichel indovina la parte giusta. E tocca il pallone con le mani in estensioni. Il pallone non passa. A nulla servirà agli arancioni segnare tutti gli altri rigori. Basta un errore, questo errore, per far volare la Danimarca in finale.

Cenerentola, con la sua carrozza e i suoi tacchetti di ferro, si è guadagnata l’invito per il gran ballo. Per l’ultimo ballo, l’ultimo atto del Campionato Europeo per nazioni. La Danimarca è in finale e deve vedersela con la Germania. Che se fosse davvero una favola, avrebbe tutti i crismi per rappresentare il cattivo. Il male, insomma.

Una squadra solida, di testa e di fisico. Una squadra determinata, concentrata, con lo sguardo fisso sul traguardo finale. Brehme, Sammer, Effenberg, Riedle, Klinsmann. La squadra di Berti Vogs fa paura, paura vera. Il gran ballo è allo stadio Ullevi di Goteborg. E al gran ballo, Cenerentola si presenta prima di tutti, ancora una volta. A sopresa, come tutte le altre volte. Dopo pochi minuti di gioco, 18 per la precisione, John Jensen lascia partire un siluro a tutto piede. Uno di quei tiri che provi, ogni tanto. Senza avere niente da perdere. Palla in rete, uno a zero per la Danimarca.

L’Europa inizia a farci l’abitudine a queste partenze lampo dei danesi. La Germania, invece, perde la testa. Si butta all’attacco alla disperata, mettendoci tutto quello che ha, mettendoci l’orgoglio dei Campioni del Mondo. Beccandosi cinque cartellini gialli. Schmeichel salva in tuffo su Klinsmann. Schmeichel salva su Effenberg. Nielsen salva sulla linea. La Danimarca arranca, è in grosso affanno. Ma resiste, diamine se resiste. Klinsmann di testa, ancora il portierone danese salva tutto. La Danimarca pare destinata inevitabilmente a capitolare. E invece, ancora una volta a sopresa, l’ennesima volta che i danesi allontanano il pericolo dalla propria area, al minuto 78 aprono un contropiede. Kim Vilfort si trova il pallone tra i piedi.

Chissà a cosa pensa in quel momento Vilfort. Chissà se pensa alla sua bambina che si sta lentamente spegnendo, per la quale ha fatto su e giù tra Svezia e Danimarca, in continuazione. Chissà se pensa a quanto strana e ingiusta possa essere la vita, mentre controlla il pallone, forse con un braccio. Chissà se pensa a quello che sta per essere scritto negli almanacchi di storia, mentre vince un rimpallo e la palla gli si presenta sul piede sinistro. Chissà se pensa al destino, al fato, ad un Dio che gli sta dando con una mano e togliendo con l’altra, mentre carica quel sinistro di tutta la rabbia che ha in corpo, di tutto quello che ha passato in quei giorni. Chissà se pensa a quante persone stanno per abbracciarsi, per baciarsi, per stringersi forte, mentre quel pallone bacia il palo, attraversa la linea di porta e va ad accarezzare la rete, giù in fondo. Chissà a quante cose avrà pensato Kim Vilfort. Intanto, corre, con il sorriso stampato in faccia e i pugni stretti, un’esultanza tanto composta quanto genuina. Un’esultanza che qualche settimana dopo sarà strozzata dalla scomparsa della sua bambina, portata via da quella maledetta leucemia. Ma in quel momento, Vilfort non ci pensa. In quel momento, dodici minuti più recupero dopo, la Danimarca ce l’ha fatta. La Danimarca è Campione d’Europa.

Una squadra che si presenta a una competizione per la quale non era invitata. Ospite indesiderato, quasi a ricordare che la guerra era nel cuore dell’Europa e avrebbe fatto soffrire tanti cuori di lì a poco. Avrebbe straziato anime e dilaniato vite umane, senza pietà. Ma nel frattempo, la Danimarca era arrivata sul tetto d’Europa dalla porta di servizio, intrufolandosi al ballo dei grandi. Scrivendo la favola più incredibile della storia dei Campionati Europei. Regalando, ancora una volta, un messaggio di speranza al mondo attraverso un pallone bianco e nero. Che se ci credi, nulla è impossibile. Chissà se Michael Laudrup, di tanto in tanto, si è chiesto cosa sarebbe successo se quel giorno, al telefono, avesse detto quel maledetto si.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro