Daniele De Rossi, lo Sceriffo di Ostia Daniele De Rossi, lo Sceriffo di Ostia
“ L’unico mio rimpianto, è quello di poter donare alla Roma una sola carriera.” Seicentotredici volte dalla stessa parte della barricata. Seicentotredici volte con... Daniele De Rossi, lo Sceriffo di Ostia

L’unico mio rimpianto, è quello di poter donare alla Roma una sola carriera.

Seicentotredici volte dalla stessa parte della barricata. Seicentotredici volte con la maglia della Roma sulle spalle, che dopo un po’ – crediamo – smette di essere una divisa, per trasformarsi in una sorta di seconda pelle.

Secondo giocatore con più presenze nella storia per la società giallorossa. Basterebbero, forse, questi freddi numeri per spiegare la grandezza del Daniele De Rossi calciatore. Ed invece fortunatamente, arriva sempre il campo, il rettangolo verde, a darci una mano. Lì dove i giocatori diventano eterni restando nella memoria collettiva, oppure fanno da semplici comparse, nella storia di questa o di quell’altra società. Del campo però ci possiamo fidare, perché è sempre in grado di raccontarci qualcosa, di abbagliarci con delle storie belle o di intristirci con delle altre brutte. Al suo interno – potete starne certi – accade sempre qualcosa.

Daniele De Rossi la sua storia l’ha scritta in campo, con la maglia della Roma sulle spalle. All’ombra di Francesco Totti prima e fiero Capitano e condottiero poi. Nato nel luglio del 1983, cresciuto ad Ostia, figlio di un ex calciatore di Serie C ed allenatore delle giovanili della Roma. La storia di De Rossi è una storia figlia di una “romanità” complessa, per ambienti ed amicizie. In una città dalle mille facce, dalle notti trasversali nelle quali troppo spesso bene e male entrano in contatto, fino ad arrivare a mischiarsi.

Il numero sedici giallorosso ha intrapreso da tempo quello che possiamo definire un vero e proprio cammino spirituale all’interno degli angoli più bui e nascosti del romanismo e della romanità. De Rossi lo si può definire un tutt’uno con la Roma squadra e la Roma città, capace di splendere e poi crollare, tanto quanto la Capitale è capace di abbagliarti di bellezza e disorientarti un attimo dopo, vittima delle sue mille contraddizioni.

Sin dai tempi degli esordi, quando Fabio Capello (ex tecnico giallorosso) lo mise in campo, appena diciottenne, in una partita di Champions League contro i belgi dell’Anderlecht. Era la stagione 2001-2002, da allora è passata praticamente una vita e De Rossi per tutto questo lungo lasso di tempo è rimasto sempre là, in mezzo al campo a difendere i colori giallorossi, ad onorare, come in pochissimi hanno fatto prima di lui, quello stemma apposto sul petto. Questione di amore e senso di appartenenza. Sentimenti viscerali che ne hanno fatto un simbolo, sia per la sua tifoseria, sia per gli appassionati di calcio in generale.

Il sapersi prendere le proprie responsabilità, praticamente sempre, senza giri di parole. Sia davanti ai trionfi che agli errori, è un altro tratto distintivo del De Rossi calciatore ed uomo, dal quale non si può prescindere. Questione di carattere, di personalità. Prendere o lasciare. La Roma ha praticamente sempre preso e Daniele, in cambio, non l’hai mai abbandonata.

Centrocampista difensivo, dotato di una straordinaria visione di gioco e senso della posizione, nonostante l’età non sia più un ragazzino, è ancora uno dei migliori interpreti del ruolo a livello mondiale. Con la maglia della Roma ha vinto due Coppe Italia e una Supercoppa Italiana, senza mai – almeno fino a questo momento – riuscire a mettere le mani su quel Tricolore tanto sognato. Questione di attimi, di momenti. Di stagioni passate a rincorrerlo e di annate vissute in maniera anonima.

La sottile differenza che esiste tra vincere e perdere, tra il successo e la sconfitta. In pochi vincono, in tanti invece gareggiano, lottano, soffrono ma alla fine non riescono ad apporre titoli alla loro personale bacheca. Ed allora possiamo definire Daniele De Rossi un perdente? Assolutamente no. Perché c’è onore anche nella sconfitta, perché semplicemente si vince anche in un’altra maniera, senza scendere a compromessi, in un mondo troppo spesso non semplicissimo. Restando quello che sei, mettendo davanti gli interessi della squadra a quelli personali.

Questo fanno i Capitani e De Rossi è uno dei massimi rappresentanti del genere. Anche durante il Mondiale del 2006, quando fu squalificato per una gomitata data ad un avversario nella seconda partita del Girone contro gli Stati Uniti. Gli piovvero addosso critiche da tutte le parti. Fino al rientro proprio nella partita più importante, quella che tutti i ragazzini appassionati di calcio in giro per il mondo sognano di giocare. La Finale del Campionato del Mondo. Davanti la Francia, undici metri e Fabian Barthez. Quel rigore calciato con rabbia ed orgoglio, sotto l’incrocio. A conquistare un sogno poi diventato realtà: quello di essere Campione del Mondo.

Il resto è storia di questi di giorni. Una Roma quasi alla deriva, un cambio tecnico che non sembrava aver sortito effetto. Proprio nel momento più complicato dell’anno, nella situazione più difficile è arrivato il graffio del Capitano che con la sua zampata ha regalato un successo fondamentale per i suoi sul campo della Sampdoria. Un gol che rimette la Roma in piena corsa per la Champions League. Una rete festeggiata a modo suo, con le braccia allargate verso la sue gente, con quella giugulare che sembra possa esplodere da un momento all’altro.

In quell’esultanza c’è tutta la sua natura che pulsa. C’è tutto quello che Daniele De Rossi è, ed è stato da una vita intera: un combattente, un guerriero, un giocatore innamorato della propria squadra e della propria città. Un vincente.

Raffaello Lapadula
twitter: @RafLapo