Daniel Agger: la storia di un cuore diviso a metà Daniel Agger: la storia di un cuore diviso a metà
Ci sono calciatori la cui storia, se non si va a scavare in profondità alla ricerca di qualcosa di più profondo, non avrebbe alcuna... Daniel Agger: la storia di un cuore diviso a metà

Ci sono calciatori la cui storia, se non si va a scavare in profondità alla ricerca di qualcosa di più profondo, non avrebbe alcuna ragione di essere raccontata.

Non sono stati fenomeni, hanno vinto magari qualche trofeo ma non abbastanza da distinguersi dal mucchio, non hanno fatto nulla di artificioso per cercare una gloria che non fosse meritata per quanto fatto sul terreno di gioco, in poche parole sono quelli che definiremmo giocatori normali.

Chi però non si accontenta e vuole andare oltre la copertina, spesso nelle storie dei suddetti calciatori trova il significato più profondo dell’amore verso questo gioco, quello inspiegabile, talvolta irrazionale, capace addirittura di portare una persona a compiere gesti all’apparenza folli.

Questa è la storia di Daniel Agger, difensore centrale danese la cui carriera di calciatore professionista è ufficialmente terminata nel 2016, a 31 anni di età. È una storia di un calciatore normale che ha dedicato la carriera a due sole squadre, il Brøndby ed il Liverpool, oltre che alla propria Nazionale, la Danimarca.

Racconta di lealtà, fedeltà incondizionata, sofferenza e scelte sbagliate. Racconta di un cuore diviso a metà, una parte gialla e una parte rossa.

Per capirla a fondo dobbiamo iniziare dalla fine: è l’8 Marzo del 2015 e Daniel Agger, dopo 8 anni passati al Liverpool, è un giocatore del Brøndby, il suo club storico, quello che lo ha lanciato nel calcio professionistico.
Quel giorno è in programma la partita contro il Copenhagen, una partita a cui Agger, per i problemi fisici cronici che lo tormentano da diversi anni, non avrebbe dovuto prendere parte.

Dal 2007 la schiena non gli da tregua e nel 2008, in occasione di una tournée asiatica del Liverpool, le cose se possibile peggiorano ulteriormente dopo una brutta caduta sul terreno di gioco.

Per giocare Agger è costretto ad assumere dosi massicce di antidolorifici ed antinfiammatori, una cosa che i medici gli sconsigliano caldamente di fare, almeno a lungo termine.

Il centrale danese quella partita però la vuole giocare a tutti i costi e, come già accaduto diverse altre volte nel corso degli anni precedenti, inizia ad imbottirsi di antidolorifici già da qualche giorno prima del match.

Due compresse tre volte al giorno, l’unica posologia che gli consente una tregua dal dolore, seppur di breve durata.

Peccato che una dose del genere, nel migliore dei casi, ti esponga ad una serie di effetti collaterali devastanti: Daniel Agger cade addormentato nel tragitto in pullman che porta la squadra allo stadio ed il suo sonno è talmente profondo che deve essere svegliato energicamente da un compagno, Martin Ornskov, il quale dirà di non aver mai visto nulla di simile in precedenza.

Prende un caffè, una bevanda energetica e va sul terreno di gioco per il riscaldamento. Una scelta folle e scriteriata, di cui peraltro è assolutamente consapevole, come dichiarerà in una serie di interviste condotte con un quotidiano danese dopo il ritiro dall’attività agonistica.

Dopo il riscaldamento avevo un solo pensiero, ed era quello di rimanere nello spogliatoio. Invece mi sono messo la maglietta addosso e sono sceso in campo.

La partita di Agger, o faremmo meglio a dire la presenza di Agger sul terreno di gioco, dura appena 29 minuti, nei quali il calciatore appare frastornato, incapace di valutare le traiettorie del pallone a causa della vista completamente annebbiata e dei riflessi estremamente rallentati.

Dopo essere finito a terra rovinosamente prova a proseguire ma poco prima della mezzora è costretto a sollevare bandiera bianca. Agger si siede in panchina ma dopo qualche tempo collassa ed i medici del club sono costretti a portarlo nello spogliatoio.

È l’episodio di non ritorno, nel quale Agger capisce che la sua carriera non può proseguire ed infatti di lì poco annuncerà il suo ritiro dal calcio, a soli 31 anni di età.

Sono arrivato ad un punto in cui devo dire basta, sia a livello fisico che mentale. Ho ricevuto offerte anche da club di ottimo livello ma non voglio tornare di nuovo in una spirale negativa.

Scelte sbagliate, dicevamo. Scelte all’apparenza folli che però nascondono qualcosa di più profondo, ovvero il legame di Daniel Agger nei confronti della propria gente, il rispetto e la lealtà incondizionata verso due club che gli hanno dato tutto.

 

Chiedete a Liverpool se si ricordano di Daniel Agger e non vedrete altro che occhi lucidi di gioia e parole di rispetto e ammirazione. Eppure, a vedere i risultati, non dovrebbe essere così: una Coppa di Lega e un Community Shield vinti in 8 anni, in quello che era ed è a tutti gli effetti uno dei club più titolati al Mondo.

Arriva nel 2006 da difensore più pagato del club (5,8 milioni di sterline, certo una cifra quasi irrisoria se paragonata alla somma sborsata recentemente per Van Dijk) e deve lottare ogni giorno per guadagnarsi il posto con due mostri sacri del calibro di Carragher e Hyypiä ma alla fine le sue partite le gioca sempre, anche se in una delle sue interviste realizzate dopo aver smesso dichiarerà di non essere mai stato a più dell’80% delle proprie potenzialità fisiche.

Nonostante la squadra viva uno dei momenti più negativi della propria storia in termini di risultati, Daniel Agger diventa un idolo della Kop, che in lui vede la perfetta incarnazione di quello spirito battagliero e mai domo presente sugli spalti di Anfield, a prescindere dai risultati.

Quando gioca, pur con tutti i difetti, non si risparmia mai, sia in difesa che nell’area avversaria, dove sui calci piazzati è spesso e volentieri il nemico pubblico numero uno. Nella stagione 2009/2010 realizza 8 reti in Premier League, non male per un difensore centrale.

Nel 2013 indossa per la prima volta la fascia da capitano e non è un onore che hanno provato in tanti da quelle parti.

Ciò che si prova a giocare ad Anfield è difficile da spiegare ma auguro a tutti di poterlo provare. Avere gente che spende così tanti soldi e si fa viaggi anche molto lunghi per poterti sostenere. Questa è devozione e mi ha sempre fatto riflettere molto.

Se guardate la sua mano destra sulle sue nocche campeggiano alcune lettere che dalle parti di Liverpool sono come una sorta di giuramento di amore eterno. YNWA: You’ll Never Walk Alone, non è solo l’inno che accompagna la squadra ad ogni ingresso in campo ad Anfield o il coro cantato quando mancano pochi minuti al termine di ogni partita, in casa o in trasferta.

È molto di più: è l’identificarsi in tutto e per tutto con ciò che riguarda Liverpool, intesa come città, e il Liverpool, in quanto squadra e tifosi.

Daniel Agger probabilmente non verrà ricordato per le prestazioni eccellenti o i risultati ottenuti ma nel cuore di chi tifa una delle due squadre per cui ha giocato e per le quali ha dato tutto se stesso, arrivando a sacrificare in maniera definitiva la propria salute, ci sarà sempre un angolino a lui dedicato. Potete giurarci.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo