¡Daniel titular! ¡Daniel titular! Il coro si alza dalle curve dell’Estàdio da Fonte Nova di Salvador. Il destinatario è un ragazzino segaligno di Juazeiro,...

¡Daniel titular! ¡Daniel titular!

Il coro si alza dalle curve dell’Estàdio da Fonte Nova di Salvador. Il destinatario è un ragazzino segaligno di Juazeiro, un paese dello stato di Bahia lontano da tutto (il capoluogo, per intendersi, dista circa 500 chilometri).

Il piccolo Dani ha trascorso la sua infanzia giocando con i fratelli, imbrattando i muri di casa e, soprattutto, aiutando il padre. Domingos Alves da Silva è un agricoltore delle aride terre di Salitre, dove la temperatura tocca i 40 gradi centigradi e una stagione secca può trasformarsi in un calvario. Il figlio lo segue ovunque lui vada, svegliandosi alle quattro del mattino per ustionarsi sotto il sole. Meloni e cipolle, quando va bene. Un letto di cemento, ordinario. E il piccolo Dani sorride. Ma come diavolo fai a sorridere in una situazione del genere? Come fai a sorridere, quando sogni di diventare un calciatore e il primo campo di allenamento decente si trova a sette ore di auto?

La molla (divina, se vogliamo) scatta nel 2000, quando l’allenatore della squadra locale, il piccolo Palmeiras de Salitre, viene chiamato ad allenare il Bahia. Questo grande uomo di calcio si chiama José Carlos Quiroz, e individua subito l’elemento più importante da portare con sé a Salvador: è Lucas, la stella della squadra. Il club acconsente, ma indica a Quiroz un altro giovane da prelevare: “Tu non vai da nessuna parte senza Dani”.

Così, a 17 anni, il ragazzino lascia casa per realizzare il proprio destino. El mejor lateral derecho de la historia. Dagli inizi come esterno offensivo (segnava pochissimo) è ormai diventato un terzino, grazie alla magica intuizione di tal Caboclinho, una di quelle figure quasi sciamaniche della cultura brasiliana. Esordisce nella prima squadra del Bahia nel 2001, in un match contro il Paranà. Fatalmente, l’allenatore che lo convoca è nientemeno che Evaristo de Macedo, splendido attaccante del Barcellona a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta. Un segnale. Il Tricolor domina gli avversari per 3-0, Dani sforna un assist e si procura un rigore. Da qui il coro dei tifosi.

Impossibile che un talento come lui non attiri gli sguardi dei club europei. In Spagna c’è il Barça, l’Espanyol, ma soprattutto il Siviglia del genio Monchi, che riesce a strappare un prestito con diritto di riscatto a poco più di un milione di euro. In quattro stagioni e mezzo Dani diventa un idolo del sevillismo più sfrenato: conquista cinque trofei, tra cui due Coppa Uefa consecutive (risultato incredibile, prima del record devastante dei biancorossi di Emery). Nel frattempo è una bandiera del Brasile Under-20, con cui alza una Coppa del Mondo in finale contro la Spagna di Iniesta.

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Altri segnali, altre fatalità. Il blaugrana si avvicina, è questione di tempo. Il presidente Laporta per portarlo al Camp Nou sborsa una cifra che, bonus compresi, si aggira intorno ai 40 milioni di euro: una plusvalenza fantascientifica per il Siviglia. Dobbiamo dire di più? Dobbiamo citare i 23 titoli in otto anni a Barcellona, gli oltre 100 assist serviti ai compagni, i due triplete conquistati nel 2009 e nel 2016? No, questa è pura matematica. Persino il suo status di calciatore brasiliano più vincente della storia (ha recentemente superato Pelè) non descrive fino in fondo chi sia in realtà Dani Alves.

In una parola: spontaneità. La “joie de vivre” trasferita nel modello brasiliano: una alegria de viver. Non importa che l’indomani si giochi il match del secolo o l’amichevole di quartiere. Dani è sempre uguale a se stesso. Sorridente, esplosivo, un beats nell’idea più positiva e feconda di Jack Kerouac. Ma come diavolo fai a sorridere in certe situazioni? Come fai a scherzare, dopo che l’Atletico Madrid ti ha sbattuto fuori dall’Europa e i tuoi tifosi sono infuriati? Niente di più semplice. Dani appare sui social con una parrucca in testa, scimmiottando la fidanzata e modella Joana Sanz: “E’solo una partita di calcio, la vita va avanti”. Piovono le critiche, inutili. Non lo cambierete mai.

E’ la spontaneità di un gesto, quello di raccogliere una banana lanciata dagli spalti del Madrigal e mangiarla, come se niente fosse. Come se non ti avessero appena additato come una scimmia. “Sì, le banane piacciono anche a me, e allora?”.

E’ la spontaneità di dire sempre ciò che ti passa per la testa: “La difesa? Cos’è la difesa? Vuoi dire che nessuno dribbla, nessuno attacca?”. Oppure: “Quando la gente vuole competere contro di me, di solito perde”.

La spontaneità di aggrapparsi con le caviglie ai corrimano delle scale mobili, appena prima della finale di Champions League. Ma come diavolo fai a divertirti in questo modo?

Questo è Dani Alves, immediato. Se lo ricordano bene a Barcellona, ancora meglio a Madrid. Innumerevoli, i clasicos affrontati sulla stessa fascia di Cristiano Ronaldo. E a CR7 fa ancora male la testa. Tunnel subiti, sombrero, scontri. E poi l’anno scorso, in conferenza stampa, la beffa definitiva. Barcellona campione de La Liga, Dani Alves imita il gesto iconico del portoghese e ridacchia: “La stagione non è ancora finita. Calma, calma”.

Da avversario, è sinceramente impossibile non odiarlo. Da compagno di squadra, è altrettanto impossibile non amarlo alla follia. Riesce a fuggire sulla corsia come un felino, con quel fisico smilzo che lo contraddistingue fin da piccolo. E poi, puntuale, arriva il passaggio vincente. E’ il Rasoio di Alves, quella palla tagliata che affetta le difese. Non importa che sia alta o a filo d’erba: il risultato è lo stesso. Per ulteriori informazioni, chiedere a Leo Messi.

Dalla prossima stagione, Daniel sarà ancora titular. Stavolta alla Juventus. Spontaneamente, come solo lui sa fare.

Mattia Carapelli
twitter: @mcarapex