Cuauhtémoc Blanco, l’Imperatore con la pancia Cuauhtémoc Blanco, l’Imperatore con la pancia
Se il Dio del Pallone ci avesse voluto tutti ordinati, rigidamente rinchiusi in stereotipi, tutti con il fisico perfetto, gli addominali ricamati con lo... Cuauhtémoc Blanco, l’Imperatore con la pancia

Se il Dio del Pallone ci avesse voluto tutti ordinati, rigidamente rinchiusi in stereotipi, tutti con il fisico perfetto, gli addominali ricamati con lo scalpello e i muscoli pronti a scattare a ogni minimo ordine del cervello, probabilmente non avrebbe mandato tra di noi Cuauhtémoc Blanco. Perchè Cuauhtémoc Blanco è una sfida a chi vede il calcio moderno come un ammasso di forza fisica, organizzazione tattica e rigide regole da rispettare a ogni costo. Una sfida vinta, naturalmente.

Perchè quelli che restano nel cuore della gente, poi, in fondo, non sono i soldatini che rigano dritti, cercando di non sforare mai il confine della legge e rimanendo in equilibrio sul confine dell’ordinario. No. Quelli che restano nel cuore della gente sono i calciatori che hanno il coraggio di essere se stessi. Quelli che hanno il coraggio di scendere in campo con qualche decina di chili di troppo, quelli che hanno il coraggio di correre solo e soltanto quando gli va, quelli che si arrogano il sacrosanto diritto di mandare tutto e tutti al diavolo, di tanto in tanto. Quelli che restano nel cuore della gente sono quelli come Cuauhtémoc Blanco, che di ordinario non hanno nulla.

A partire dal nome, naturalmente. Cuauhtémoc era l’ultimo imperatore azteco, quello che difese la sua gente dall’avanzata inarrestabile delle truppe di Hernan Cortès, nel 1521. Cuauhtémoc Blanco si è portato dietro questo nome pesante, e ha saputo diventare anche lui imperatore. L’imperatore del calcio messicano, indubbiamente l’uomo più amato della storia della Trìcolor. Sicuramente non dagli allenatori. Forse non da tutti i compagni, anche se quelli che ricevevano i suoi palloni che sembravano telecomandati ringraziavano e andavano a prendersi la gloria del gol. Ma dalla gente, è dalla gente che Cuauhtémoc Blanco è stato amato. Venerato, anzi. L’imperatore del popolo, quello che con la sua corsa goffa e la sua andatura lenta, quell’andatura a scatti brutti, tozzi, pesanti, trascinava con sé i sogni del popolo.

Perchè chi guardava Cuauhtémoc Blanco sudare da fermo, per la fatica di quei chili di troppo  trascinati per il campo, e quella pancia già vista in tanti, troppi bar, sognava. Perchè chi ha il talento di Cuauhtémoc Blanco può permettersi tutto, in campo, fuori, durante la partita, prima della partita, dopo la partita. Può permettersi anche di inventarsi giocate fuori dal comune. Può permettersi di andarsene sulla fascia, fermarsi, aspettare il raddoppio. Mettere il pallone tra i piedi, saltare tenendolo saldamente tra gli scarpini, e andarsene, girandosi un attimo a vedere lo sgomento dipinto sulla faccia di quei pochi fessi che ancora non hanno imparato a conoscere la Cuauthémiña. 

Non è mai stato uno di quei giocatori che faceva felici gli allenatori. Preferiva più che altro litigarci, come ha fatto con Ricardo La Volpe. Che non lo convocò per i mondiali del 2006, scatenando l’ira e la sollevazione popolare. Si riunirono in corteo dinanzi allo stadio Azteca, che per Blanco è un po’ come un tempio, e arrivarono davanti alla sede della federazione messicana, urlando che bisognava trovare un posto per il loro imperatore. Non lo trovarono, quel posto. Ma Cuauhtémoc trovò la sua vendetta, un anno dopo. Quando in un America-Atlas segnò, e andò a distendersi sull’erba, con le mani sui fianchi, in segno di sfida, davanti alla panchina degli avversari. Sulla quale, ovviamente, sedeva Ricardo La Volpe.

Ma ai Mondiali, Cuauhtémoc Blanco qualche soddisfazione se l’è tolta. Ha segnato nel 1998, nel 2002, e poi nel 2010. A 37 anni, un rigore contro la Francia, tirato come sapeva fare solo lui, con una rincorsa lunga una decina di metri. L’ultimo acuto della carriera con la maglia della Tricolor. Anche se poi ha smesso di giocare solo poco fa, a 42 anni, solo quando proprio la pancia è diventata troppo per continuare a fare magie con il pallone tra i piedi. Ma noi da Cuauhtémoc ci aspettiamo anche che da un giorno all’altro decida di riprendere gli scarpini, tornare a correre affannosamente per il campo, cercando di mettere la palla tra i piedi e saltare in aria come un canguro per regalarci ancora un’altra Cuauthémiña.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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