Oramai dovreste averci fatto l’abitudine: il lieto fine non è condizione necessaria nè sufficiente per smuovere le corde del nostro animo. Anzi, le favole...

Oramai dovreste averci fatto l’abitudine: il lieto fine non è condizione necessaria nè sufficiente per smuovere le corde del nostro animo.

Anzi, le favole senza lieto fine sono forse quelle più romantiche, più emozionanti e più dannate, quelle che più fanno lavorare il nostro muscolo cardiaco. E questa poi, è una favola che il lieto fine, in fondo, ce l’ha sempre avuto.

Perchè, tutto sommato, non sono gli almanacchi e gli albi d’oro a decidere se ci sia stato il lieto fine. E’ il ricordo che lasci di te e della tua impresa a decidere che si, questa storia ha proprio un lieto fine.

Siamo nel 2000, anno del Giubileo. In campo calcistico invece, in maggio il gol di Calori nell’acquitrinio del Renato Curi regala lo scudetto alla Lazio, in estate lo straziante golden gol di un giovane David Trezeguet trafigge il nostro animo fino alle budella.

Ma il 2000, per i cuori romantici del calcio, è l’anno dell’incredibile cavalcata del Calais Racing Union FC fino alla finale della Coppa di Francia.

Si, perchè il Calais del 2000 non è una Cenerentola qualsiasi, non è una sorpresa come tante. Non è semplicemente una squadra più piccola delle altre, meno potente economicamente o caduta in disgrazia. No, il Calais del 2000 è una squadra composta da operai, magazzinieri, scaffalisti, impiegati e chi più ne ha più ne metta. Dei precari del pallone come tanti ce ne sono nella provincia italiana insomma. Ma che, nel maggio del 2000 arrivarono a pochi minuti dalla Storia. A pochi minuti da mettere le mani su un sogno, sulla Coppa di Francia, prima che il destino si divertisse a toglierglidi mano la penna con cui stavano scrivendo la Storia e buttare tutto all’aria.

I primi passi nel mondo dei grandi

La favola del Calais inizia per divertimento: la Coppa di Francia, infatti, consente a tutte le squadre, dilettanti o professionisti che siano, di iscriversi alla competizione: superando una sequela praticamente infinita di turni preliminari, si può arrivare a giocare una partita contro una squadra di Prima o Seconda divisione. E forse questo era l’obiettivo del Calais in quell’anno, fare qualche partita in più e magari fare una gita in qualche grande stadio, chissà. I protagonisti di questa favola sono persone come noi. C’è il portiere, Cédric Schille, che ha buttato via i sogni di professionismo dopo le giovanili nel Metz e ora para per il Calais. C’è il bomber, Mickaël Gérard, che quando non è impegnato a sistemare palloni nella porta avversaria, sistema pacchi dentro gli scaffali di un magazzino. C’è il suo compagno di reparto Jérôme Dutitre, che ogni giorno si sveglia e va a scuola ad insegnare ai suoi ragazzi: di professione fa il maestro.

Questo era il Calais del 2000, nulla di più: una squadra di onesti lavoratori che gli scarpini li indossavano solo per passione. E forse è stato proprio questo che li ha fatti arrivare ad un passo dal sogno. Ma, prima di arrivare al sogno, bisogna sconfiggere una lunga serie di avversari, un mare di pesci piccoli che si scannano fra loro per avere un piccolo posticino al grande ballo insomma. In quegli anni il Calais naviga, è il caso di dirlo vista la natura portuale della città, nei bassifondi della quarta serie francese. Nei primi turni elimina avversari di serie inferiori, dai nomi improbabili: Campagne-lès-Hesdin, Saint-Nicolas-les-Arras, Marly-lès-Valenciennes, Béthun.

Le ultime due sono vittorie sofferte, sudate, di misura, negli ultimi minuti di partita. Insomma, rendono in pieno l’essenza del calcio dilettantistico, quel sudore e quegli improperi che devi buttare in campo per avere la meglio dell’avversario. Tutta questa fatica, e siamo solo ancora all’ottavo turno preliminare, le grandi squadre di Francia sono ancora tutte a casa al calduccio mentre noi siamo qui a prendere calcioni per ottenere il privilegio di sfidare l’aristocrazia del pallone. Un po’ come se un condannato decidesse autonomamente di complicarsi la strada per il patibolo.

Ottavo turno, tocca al Dunkerque, che milita nella stessa serie del Calais e sembra anche più forte e destinato ad eliminare i giallorossi. Fine primo tempo, Calais tre Dunkerque zero. Novantesimo, finale 4-0. Insomma, il Calais fa sul serio, pare di capire. Si vola ai trentaduesimi di finale, adesso entrano in gioco i professionisti e, se il sorteggio sarà benevolo, magari potremo ammirare qualche campione venire a pestare l’erba del piccolo Stade Julien Denis. Magari ci scappa anche qualche autografo, o riusciamo a scambiare la maglia con qualche grande campione.

La cavalcata fino ai quarti di finale

Dall’urna viene fuori il Lille: attualmente in Ligue 2, ma saldamente in testa al campionato, pronto a tornare nella massima serie e pronto anche a frantumare le ambizioni del Calais nel prossimo turno di Coppa di Francia. Almeno, questo direbbe la logica, se il calcio ne seguisse una. Il Lille conclude il primo tempo in vantaggio per 1-0, e il secondo dovrebbe essere una semplice formalità contro degli avversari che il mattino seguente dovranno puntare la sveglia presto e andare a sudarsi lo stipendio in fabbrica, in magazzino o Dio solo sa dove. E invece, il Calais resiste e a pochi minuti dalla fine trova un incredibile pareggio. Si va ai rigori, e già questo sarebbe incredibile da spiegare. Ancora più incredibile è il fatto che, dagli 11 metri, la spunta il Calais. Senza sbagliare neanche un calcio di rigore, segno di solidità mentale, o di leggerezza della testa, pazzesca. Il viaggio del Calais può continuare, destinazione sedicesimi di finale.

Stavolta, il sorteggio è benevolo e fortunato: non ci sono squadroni di professionisti da affrontare, ma un’altra squadra di quarta divisione: il Langon-Castets. L’ambiente è in visibilio, i giocatori animati da una carica che è difficile spiegare con le sole meccaniche della tattica o della tecnica. In quella che oramai sembra una cavalcata inarrestabile, il Calais passa anche questo turno in scioltezza, con un agile 3-0 firmato dalla doppietta di Gerard e dal gol di Dutitre.

Ottavi di finale. Il Calais più altre 15 squadre dell’elite del calcio francese. Il piccolo Stade Julien Denis non basta più per contenere l’entusiasmo che oramai, dalla città de canarini si sta piano piano diffondendo a macchia d’olio in tutto il paese. Per gli ottavi di finale, anche se si gioca in casa, bisogna traslocare allo Stade de la Liberatìon di Boulogne. Avversari? Ancora una volta dei professionisti, il Cannes che milita in Ligue 2 ma che, ancora una volta, può vantare un abisso di differenza tecnica e preparazione tattica nei confronti dei rivali. Ma i canarini, oramai, non capiscono più cosa sia realtà e cosa fantasia. I canarini sono oramai convinti di potersela giocare contro chiunque, e hanno pure ragione.

Passano i 90 minuti senza reti, si va ai supplementari, dove il Cannes passa in vantaggio quando mancano 5 minuti alla fine. Sembra tutto finito, sembra che i dilettanti debbano lasciare il passo ai professionisti. E invece no, ancora una volta all’ultimo respiro, come se questa favola avesse degli obblighi morali da assolvere, a un solo piccolo istante dal triplice fischio finale, Cristophe Hogard pareggia i conti, e manda la gara ai rigori. Dove, ancora una volta, come in un sogno, il Calais si dimostra più freddo e più lucido. I canarini sono tra le migliori 8 squadre di Francia.

Il sorteggio dei quarti di finale sembra divertirsi a complicare la faccenda: toccherà allo Strasburgo, guidato in panchina da Claude Le Roy e in porta, ma non sempre, da un funambolico e stravagante portiere che a noi delinquenti dovrebbe dire qualcosa: Josè Chilavert. Hogard, Merlen: questi i marcatori dell’incontro, per il Calais. E no, lo Strasburgo non ne ha segnati più di due di gol, e si, la partita finisce 2-1 per il Calais, che vola, inspiegabilmente, irrazionalmente, inesplicabilmente alle semifinali. La Francia è letteralmente impazzita. I canarini sono sulla bocca di tutti, e tutti oramai fanno il tifo per loro. Come potrebbe essere diversamente, in una favola in cui Davide manda ripetutamente al tappeto il gigante Golia, senza mai stancarsi? L’animo umano sembra essere disegnato apposta per storie come questa.

La semifinale: il Bordeaux cade, il Paese è in visibilio

Semifinali: oramai non ci si può quasi più scegliere l’avversario, e tocca prendere tutto quello che arriva di fronte, come un tir lanciato a tutta velocità. E stavolta tocca ai Campioni di Francia, al Bordeaux. Micoud, Legwinsky, Laslandes, e in attacco quel Cristophe Dugarry che all’epoca era un signor centravanti. Per i “Girondins” dovrebbe essere niente più che una sgambata. Una di quelle partite che si giocano ad inizio anno per farsi un po’ di fiato, finiscono con uno scarto di gol in doppia cifra e gli avversari che ti chiedono l’autografo. Ma il Calais, oramai, è diventato qualcosa di più di una semplice squadra di dilettanti. E’ diventato qualcosa di metafisico, una squadra che incarna un sogno che sembrava impossibile. E infatti, arroccandosi, sudando, soffrendo, il Calais resiste, ordinatamente, senza mai crollare. Si va ancora una volta ai supplementari. Con i giocatori del Calais che dovrebbero essere, fisicamente e mentalmente distrutti. Dovrebbero, si, perchè invece, dopo 10 minuti di supplementari, il destino è ancora una volta pronto a farsi beffe della razionalità calcistica. Jandau, che per il Calais lavora pure, si, ma come impiegato, butta in rete il gol dell’1-0.

A questo punto il Bordeaux capisce che l’umiliazione sarebbe troppo grande, si riversa, furiosamente, in attacco. Laslandes pareggia, 1-1. Per l’ennesima volta in questa storia, sembra che la parola fine sia a pochi istanti dall’essere scritta. E invece no, il Calais risorge ancora. Il maestro elementare Millien sigla il 2-1, il Bomber Gèrard addirittura il 3-1. Estasi collettiva, a Calais come nel resto della Francia. Paese in visibilio, appassionati calcistici che oramai sono tutti, indiscutibilmente, dalla parte dei canarini. Che, tra l’altro, sono a 90 minuti dal trofeo, 90 giri di lancette per decidere a chi andrà la Coppa di Francia 2000, e dopo un’infinità di turni preliminari, chilometri percorsi, sofferenze e sacrifici, il Calais ha l’opportunità di mettere le mani sul trofeo. Ed è tutto vero, tutto reale.

L’emozione si tocca con mano, il mister Lozano ha un malore, e anche il Presidente Jacques Chirac si premura di mandare un telegramma per sincerarsi delle sue condizioni di salute e, massì, augurare buona fortuna al Calais per la finale in programma allo Stade de France di Parigi. Si, quello dove due anni prima Didier Deschamps ha alzato al cielo la Coppa del Mondo. Fino a qualche mese prima, gli ignari giocatori del Calais avrebbero pensato di mettere piede in quel favoloso impianto solo con un biglietto in mano, e invece il 7 maggio del 2000 ci sono 80.000 persone che pagano per andare a vedere giocare loro, contro il Nantes. E, anche, per tifarli, perchè il pubblico neutrale è tutto dalla loro parte. E non potrebbe essere altrimenti.

La finale: il giorno dell’appuntamento con la Storia

Rispetto a Strasburgo e Bordeaux, il Nantes è meno forte. Ma è pur sempre una squadra di Ligue 1 e, se si giocasse sulla carta, questa finale non inizierebbe nemmeno. Ma grazie a Dio, questo sport si gioca sul prato verde, e la carta anche in questo caso può andarsene al diavolo. Minuto 34, punteggio ancora sullo zero a zero. C’è un corner per il Calais, una di quelle occasioni buone per buttare su un casino micidiale e provare, in qualche modo, a buttare dentro un pallone. E, miracolosamente, ancora una volta, per l’ennesima volta in questa storia, l’imponderabile accade. Jérôme Dutitre in mischia, 1-0 Calais, punteggio con il quale si va all’intervallo.

Difficile raccontare l’aria che si doveva respirare nello spogliatoio dei canarini durante quell’intervallo. La sensazione, quasi ovattata, di essere in un sogno, le gambe che tremano, l’incredulità della situazione, eppure la fredda e dura realtà di 45 minuti che ci separano dal traguardo. Saranno stati questi pensieri, sarà stato l’intevallo che permette al Nantes di riorganizzarsi, ma dopo solo quattro minuti della ripresa Sibierski segna il gol dell’1-1.

Il Calais, ancora una volta però, strenuamente resiste. Sembra non voler crollare mai, e la partita pare, ancora una volta destinata a farci vivere altri 30 minuti supplementari di agonia. O di speranza, se preferite. Già, pare, perchè, per l’ennesima volta in questa storia, il destino si diverte a fare lo sgambetto. Sgambetto che Baron, giovane difensore del Calais, non ha mai fatto al più esperto Caveglia, che pure si accascia al suolo nell’area di rigore del Calais, divenuta oramai il fortino al quale i sogni di tutti si aggrappavano. Claude Colombo, direttore di gara, fischia ed indica il dischetto, per un rigore che a un minuto dalla fine potrebbe mettere la parola fine a questa storia.

Nel modo più triste possibile.

E’ strano il calcio, alla fine. Una cavalcata trionfale, seguita con il fiato sospeso da tutta una nazione, decisa da un fischio dubbio di un signore come noi. Chiamatelo destino, chiamatelo fato, chiamatela coincidenza, ma, dopo tutto, a un minuto dalla fine della partita, siamo tutti fermi ad aspettare. Tutti, con il fiato sospeso, a sperare che il portiere Schille ipnotizzi Sibierski. Per poi scrivere l’ultimo trionfale capitolo dell’avventura. Perchè oramai non può andare diversamente, i segnali sono lampanti. Questo rigore deve andare verso le stelle, deve colpire il palo, deve finire tra i guantoni del portiere. Non può finire in porta, no. Per nessuna ragione al mondo.

E invece, siccome il calcio è bello ma anche maledetto per noi che stiamo dalla parte dei più deboli, l’ultimo rigo della storia è il più amaro. Sibierski batte Schille, 2-1 Nantes. Triplice fischio finale. I giocatori del Calais cadono a terra, in lacrime, amareggiati e con la sensazione che quel sogno gli sia stato strappato brutalmente di mano. Rubato, quasi. E, in fondo, la stessa amarezza, percorre le bocche di tutti gli 80.000 di Saint Denis, e ci piace immaginare che sotto sotto tocchi un po’ anche i tifosi del Nantes, che sarebbero stati tutto sommato felici di lasciare la coppa a quei piccoli eroi quotidiani.

Già, perchè l’immagine che tutti ricorderemo della finale dello Stade de France è una. No, non il rigore contestato di Sibierski, che quello appartiene alle cose che possiamo dimenticarci. No, nel nostro cuore resterà, imperitura, l’immagine di Mickaël Landreau, portiere e capitano del Nantes, che alza la coppa, ma non da solo. No, la alza insieme a Becque, capitano del Calais che all’indomani dovrà tornare a riporre cartoni dentro gli scaffali. La alzano insieme quella coppa, ma noi, con i nostri occhi romantici, Landreau non lo vediamo nemmeno. Noi, abbiamo occhi solo per Becque, per il Calais e per la storia della più bella sconfitta nella storia dello sport.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro