Copa Barry, il portiere eroe di una nazione Copa Barry, il portiere eroe di una nazione
5 partite, 120 minuti, 21 rigori prima del suo. Lui, che in mezzo a quei tre pali nemmeno doveva esserci. Il titolare della maglia... Copa Barry, il portiere eroe di una nazione

5 partite, 120 minuti, 21 rigori prima del suo. Lui, che in mezzo a quei tre pali nemmeno doveva esserci. Il titolare della maglia era un altro. Quella maglia da titolare, quel posto tra i pali della porta della Costa d’Avorio era appartenuto a Sylvain Gbohouo, fino al termine della semifinale con la Repubblica Democratica del Congo. Ma Gbohouo, al termine di quella partita, non ce la fa. E allora, tocca al vecchio veterano. Al 35enne Boubacar Barry, detto Copa. Che aveva già difeso, senza troppo successo, la porta degli elefanti ivoriani, ai mondiali brasiliani, dove si era distinto più per una curiosa esultanza con l’erba tra i denti che per le sue parate.

Nel suo Paese Barry è un’istituzione. Ma nonostante sette Coppe d’Africa disputate, comprese due finali, non è mai riuscito a mettere le sue mani sul trofeo. Nè tantomeno poteva immaginare di riuscircele a mettere da portiere titolare ieri sera. Ma il destino e gli dei del Pallone, certe volte, sembrano avere in serbo delle sorprese che nessuno riesce a immaginarsi. Nemmeno il buon Copa.

Boubacar Barry difende la sua porta per tutti i 120′ di gioco, durante i quali non succede praticamente nulla. Come nella tragedia classica, è verso l’epilogo che tutto converge. E’ nel finale che convergono tutte le storie, tutti i destini, tutte le esistenze di questa Coppa. E’ ai rigori che si decide tutto. Dopo i primi quattro rigori, sembra tutto già scritto. Tutto segnato. Ghana, rigori segnati due. Costa d’Avorio, rigori segnati zero. Gli dei del Pallone sembrano aver deciso, la Coppa va verso Accra. Non c’è spazio per gli elefanti in maglia arancione. Aspettano dal 1992, continueranno a farlo.

Poi, come spesso accade in questo gioco che tanto ci piace, in un istante si ribalta tutto. Senza una spiegazione logica. Senza un briciolo di razionalità. Senza che qualcuno si sia preso la briga di spiegarcene il senso. I quattro rigori successivi seguono il copione dei primi quattro, ma al contrario. Il Ghana butta alle ortiche il suo appuntamento con la storia, gli ivoriani riacciuffano l’orlo del precipizio con le ultime dita rimaste e si tirano su. Boubacar Barry, dopo uno degli ultimi rigori della serie finale, o meglio dei cinque previsti, si accascia al suolo.

Un crampo, un muscolo che tira. Non sembra in grado di continuare, eppure si piazza tra i pali e li difende come meglio può. Dal quinto rigore in poi, segnano tutti. Sembra che non si possa andare più a casa. La tensione resta nell’aria e sembra non volersene andare mai più. Chiunque segni, rivolge una preghiera al cielo, agli dei del Pallone o a chiunque sia il responsabile di questa palla che rotola, impazzita, a velocità siderale nello spazio. E poi, come nella tragedia classica, si arriva al finale, al punto in cui tutto converge.

Come se la penna di chi ha scritto questa storia fosse imbevuta di crudeltà, si arriva al ventunesimo e ventiduesimo rigore. Tocca ai due portieri. Boubacar Barry, dopo l’ultimo rigore, che non ha parato, si è nuovamente accasciato a terra. Si tiene una mano, sembra fargli molto male. Ma ora tocca a loro. Ora tocca ai portieri. Ultimi baluardi della squadra, responsabili della difesa, ora devono prendersi la responsabilità di decidere chi solleverà la Coppa. 5 partite, 120 minuti e venti rigori non sono stati sufficienti. Non si è trovato un vincitore. Bisogna decidere tutto con una sfida all’OK Corral. Due uomini, uno di fronte all’altro. Gli occhi dell’uno negli occhi dell’altro. La paura dell’uno contro la paura dell’altro. Il destino di due nazioni, di due popoli, affidato ai loro piedi. Loro che in porta ci stanno proprio perchè nei loro piedi nessuno ha creduto.

Il primo a presentarsi sul dischetto è il ghanese Razak. Il portiere che si è fatto togliere la Z dalla maglia, e ci ha messo la sua di Z. Quella di Zorro, il suo eroe. Ma il suo piede non è degno di Don Diego de La Vega. Boubacar Barry si dimentica della gamba che tira. Boubacar Barry si dimentica della gamba che fa male. E vola, a toccare il pallone, a metterlo fuori. Vola, e subito deve dimenticarsi di tutto. Perchè adesso tocca a lui presentarsi al patibolo.

Tocca a lui sistemare il pallone sul dischetto e guardare il suo collega, adesso compagno di sventura, dritto negli occhi. Tocca a lui, che nemmeno doveva essere lì in campo, prendersi la responsabilità più grande. Tocca a lui fare quello che non è riuscito a veri e propri giganti come Didier Drogba: riportare la Coppa d’Africa in Costa d’Avorio, 23 anni dopo. Sarebbe una responsabilità troppo grande per uno che sembra non riesca a stare in piedi. Ma agli dei del Pallone tutto questo non importa. Loro hanno deciso che questa storia la deve firmare il vecchio Copa. E non si sa come, il vecchio Copa tira un rigore degno dei migliori specialisti. Piazza il pallone all’angolino. E può correre, con il suo popolo. A prendersi la coppa.

Gervinho si alza dalla sua sedia, adesso può tornare a correre. Andrè Ayew può scoppiare in lacrime come un bambino inconsolabile. E’ il grande gioco del calcio, è la giostra delle emozioni che ribaltano una partita come uno stomaco in subbuglio. E’ la notte di Copa. E’ la notte del nuovo eroe della nazione. Che ora, forse, può lasciare il calcio con il ricordo di questa notte sempre negli occhi. La notte in cui divenne l’eroe della Costa d’Avorio.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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