Copa America 2015: Il Cile e l’occasione della vita Copa America 2015: Il Cile e l’occasione della vita
Ho sentito un suono di catene che si rompono. E’ nato un uomo. (Vicente Huidobro) E’ con la citazione più famosa di uno dei... Copa America 2015: Il Cile e l’occasione della vita

Ho sentito un suono di catene che si rompono. E’ nato un uomo. (Vicente Huidobro)

E’ con la citazione più famosa di uno dei più grandi poeti cileni che possiamo approcciarci alla vigilia della 44esima edizione della Copa América.

Poche cose, nella vita di un sudamericano, hanno maggior significato della vittoria nel più antico torneo calcistico per Nazioni. Per la Copa si sono consumate rivalità. Per la Copa diverse battaglie sono state combattute. Tragedie sportive e trionfi storici, sotto quel cielo caldo e umido. Ma sì, alcuni potranno alzare la Champions League. Altri avranno lo Scudetto cucito sul petto, la Liga o il Meisterschale nel proprio palmarès. Ma per un sudamericano questi ninnoli hanno poco significato, se paragonati alla supremazia continentale. Un sudamericano scambierebbe volentieri due o tre coppe dalle grandi orecchie con questo vaso leggendario. E se parliamo di un cileno, il desiderio raggiunge picchi quasi sovrumani.

Popolo affascinante, quello cileno. La colonizzazione, l’indipendenza, la Repubblica, la dittatura e infine il ritorno alla democrazia. I diciassette anni di terribile dominio di Pinochet hanno plasmato uomini duri, coraggiosi, spinti dalla bramosia per la libertà. Sono sopravvissuti alla tirannia e ai terremoti, all’interno di un territorio angusto che si estende in verticale per più di 4000 km. Impossibile pensare a un’evoluzione diversa da questa. Come qualunque corpo dinamico costretto in uno spazio limitato, i cileni hanno continuato a scaldarsi. Figli delle miniere e delle montagne, ma anche dell’Oceano. Combattivi per natura. Hanno un brutto rapporto con gli Argentini, pessimo con i Brasiliani: dei Peruviani meglio non parlarne.

La storia calcistica di questi guerrieri si delinea in un secolo e oltre di mancate vittorie. Dal sogno del primo Mondiale del 1930, spazzato via dall’Argentina di Stàbile ed Evaristo, all’ottimo terzo posto casalingo del 1962, dopo aver urtato contro il fenomeno Garrincha. E poi lo scandalo Rojas, che ha fatto saltare alla Roja (l’assonanza potrebbe essere comica, se l’episodio non fosse drammatico) Italia ’90 e Usa ’94. E’ il 3 settembre del 1989, a Rio De Janeiro si gioca la partita decisiva per la qualificazione al Mondiale, tra Brasile e Cile. Careca porta in vantaggio i verdeoro: per gli ospiti le speranze si assottigliano. A quel punto un bengala cade dalle parti di Roberto Rojas, il Condor, portiere titolare della Nazionale di Aravena. Il numero uno crolla sull’erba, il volto sanguinante. La partita viene sospesa. Solo dopo qualche giorno la verità viene alla luce. Il razzo non ha colpe: Rojas si è autoinflitto un taglio al sopracciglio sinistro con una lama, un minuscolo bisturi nascosto nel guanto. Il piano, diabolico e infantile allo stesso tempo, costa caro a lui e alla rappresentanza cilena.

I cileni. Popolo roccioso, dicevamo. Nel 2014, prima della partenza della Nazionale per il Mondiale brasiliano, viene diffuso uno spot televisivo prodotto dallo sponsor ufficiale. Nel filmato appaiono i 33 minatori rimasti intrappolati per settanta giorni nell’incidente della miniera di San José, dal 5 agosto al 14 ottobre 2010. Gli uomini che sfidarono gli abissi si ritrovano ad arringare i propri eroi. <<Para un chileno, nada es imposible.>> gridano <<No nos asusta el grupo de la muerte, no nos importa la muerte: porque la muerte la hemos vencido antes>>.

Solo un sudamericano è capace di una tale carica battagliera. Solo un sudamericano può paragonare il calcio ad una questione di vita o di morte. Così, il 13 giugno, migliaia di cileni cantano la Canciòn Nacional acapella nell’Arena Pantanal di Cuiabà, a pochi secondi dall’inizio del match contro l’Australia. Finirà 3-1. Cinque giorni dopo lo spettacolo si ripete: a tremare è il Maracanã di Rio de Janeiro. La Roja strapazza la Spagna campione del mondo, scagliandola fuori dalla competizione. Puro delirio, per uomini nati e cresciuti tra le montagne e l’oceano, colonizzati dagli stessi sudditi del Regno di Castiglia.

Ma la rotta della storia è difficile da invertire. Negli ottavi di finale ci sono sempre loro, i Brasiliani. E, come sempre, sono loro a vincere. Segna David Luiz, pareggia Sànchez. All’ultimo respiro del secondo tempo supplementare Pinilla avrebbe una clamorosa occasione per entrare nel mito, ma il destro si infrange contro la traversa. Se lo tatuerà sulla pelle, quel momento. Ad un passo dalla gloria. Invece si va ai rigori, maledetti rigori. L’errore finale di Jara manda i padroni di casa ai quarti, dove batteranno anche la Colombia. Il destino ha già preparato il pallottoliere, per i superbi pentacampioni: basta attendere la semifinale contro la Germania. Ma quella è un’altra storia.

Quest’anno il Cile ospiterà per la settima volta la Copa América. E’ l’occasione della vita, per quella che è stata definita la generazione di calciatori locali più forte di sempre. Sotto la guida di Sampaoli lotteranno (tra gli altri) Arturo Vidal, Mati Fernàndez, Alexis Sànchez. E poi Claudio Bravo, fresco campione di tutto con il Barcellona. E poi lui, Jorge Valdivia, il mago. Una chance unica. Sollevare per la prima volta lo straordinario vaso dei trionfi. Sollevarlo a discapito dell’Argentina di Lionel Messi, dell’Uruguay orfano di Forlán, del promettente Messico di Miguel Herrera, dell’odiato Perù. E ovviamente del Brasile, che troppe volte è uscito sorridente dalla contesa.

Avete sentito? In lontananza, un suono di catene che si rompono.

Mattia Carapell
twitter: @mcarapex

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