Ti hanno raccontato tante belle favolette. Ti hanno riempito di parole. Ti hanno parlato di posizione, di istinto, di dedizione, di predestinazione, di destino,...

Ti hanno raccontato tante belle favolette. Ti hanno riempito di parole. Ti hanno parlato di posizione, di istinto, di dedizione, di predestinazione, di destino, di fisico, di esplosività, di reattività. Hanno provato a spiegarti che è un posto come un altro in cui stare. Hanno provato a farti capire che non c’è niente di così speciale a stare lì in mezzo, lontano da tutto e da tutti, ad aspettare che succeda qualcosa. Hanno provato a usare la ragione. Hanno provato a farti usare la ragione.

Ti hanno preso da parte. Eravate in due, tu e il tuo allenatore. Lui ti lanciava palloni, tu facevi di tutto per non farli finire alle tue spalle, oltre quella benedetta linea di gesso. Ha provato a raccontarti tante storie. Ha provato a parlarti di Dino Zoff, della regale maestosità e imponenza di un numero uno carismatico, ma mai eccessivo. Ha provato a parlarti di tante altre cose. Di responsabilità, di senso della posizione, ha provato a farti capire che per stare lì, in porta, non c’era bisogno di nient’altro che di voglia di starci, tra i pali, e di sacrificarsi un pochino. Quasi per dirti che, in fondo, non c’era niente di diverso, che era un ruolo come un altro.

Ma tu non li hai mai ascoltati. Mai. Ostinatamente, hai continuato a credere in quello in cui hai sempre creduto. E tu sei sempre stato convinto di una e una sola cosa. Che per stare in porta, per rimanerci in quella porta e non farsi assalire dai demoni che di tanto in tanto arrivano, non c’era bisogno di niente di tutto quello di cui si riempivano la bocca. Non c’era bisogno di tutti quegli insegnamenti che provavano a ficcarti in testa. Niente predestinazione, niente senso della posizione, niente fisico imponente, niente reattività, niente esplosività, niente piedi buoni per far ripartire l’azione, niente sangue freddo e impermeabilità ai sussulti emotivi.

Niente di tutto questo. Tu l’hai sempre saputo. Sei sempre stato convinto. Per stare in porta c’è bisogno solo di una cosa. Per stare in porta bisogna non avere paura di niente. Per stare in porta serve solo tanto coraggio. Per stare in porta bisogna lasciarsi scivolare addosso il panico, il terrore, lo spavento, e ringhiargli addosso, di rabbia. Come Rustu Reçber.

Te lo ricordi, ancora, quell’eroe. Quell’illuminazione che segnò la tua estate, quell’anno in cui noi ci facemmo sbattere fuori da dei coreani e da un arbitro che se ti capitasse per le mani oggi gliene faresti vedere di tutti i colori. Ma tu, di quell’estate, ricordi ancora una cosa. Una cosa che oggi ti ha buttato in mezzo a quei pali a non temere niente e nessuno. Ricordi dei diavoli con la maglia rossa e la mezzaluna sul petto. Ricordi una favola che stava per diventare realtà. E ricordi soprattutto un gigante tra i pali. Un uomo con dei capelli lunghi e folti. Neri e unti. Ricordi degli occhi profondi che avrebbero potuto fulminare chiunque con lo sguardo, degli occhi che dicevano al mondo intero “io paura non ne ho mai avuta“.

Ricordi due segni sotto gli occhi. Due segni come quelli degli indiani, come quelli dei guerrieri. Due segni neri sugli zigomi, due segni neri che forse non volevano dire niente e che forse facevano anche ridere. Ma che in quel momento erano maledettamente seri. Erano un modo per far capire al mondo che la paura non era mai esistita. Erano un modo per mettere le cose in chiaro e mostrarsi forti, decisi, sicuri.

Ricordi quell’uomo volare, da una parte all’altra dei pali. Sembrava una molla, reattivo ed esplosivo. Ricordi quell’uomo uscire con le ginocchia alte e pugni protesi, ignorando, ancora una volta, le più elementari norme della sopravvivenza, ignorando la possibilità che potesse esistere qualcosa di simile alla paura. Lo ricordi sbraitare, urlarsi, agitarsi. E ricordi di aver pensato di voler diventare come lui un giorno. Di voler diventare la guida dei tuoi compagni, il punto di riferimento della tua difesa, il leader di un popolo insomma.

Pensi a questo quando ti metti tra i pali. Ti guardano male, gli altri. Ridono di te. Ridono di quei due segni neri sugli zigomi, ridono dei tuoi capelli neri e unti. Ridono dei tuoi occhi. Non rideranno più, tra poco, ne sei sicuro. Perchè in mezzo a quei pali tu non hai paura di niente. In mezzo a quei pali tu ci stai per un motivo ben preciso, per dimostrare al mondo che paura non ne hai mai avuta. Come Rustu Reçber.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro