2012: la Champions League all’italiana del Chelsea 2012: la Champions League all’italiana del Chelsea
Anni e anni di tentativi per raggiungere quella coppa. Soldi, giocatori, allenatori sacrificati sull’altare del Chelsea da Roman Abramovich. A quattro anni dal rigore... 2012: la Champions League all’italiana del Chelsea

Anni e anni di tentativi per raggiungere quella coppa. Soldi, giocatori, allenatori sacrificati sull’altare del Chelsea da Roman Abramovich. A quattro anni dal rigore di Mosca che vide scivolare John Terry, il 19 maggio del 2012 il Chelsea conquista la sua prima Champions League. Nel modo più incredibile possibile.

Chissà cosa deve avere pensato Roman Abramovich, la notte del 19 maggio 2012, quando finalmente, dopo una nottata di festeggiamenti, dopo una partita al cardiopalma, dopo una campagna europea condotta con in apnea, finalmente ha spento la luce, e sul letto, accanto a lui, c’era Lei. La tanto agognata Champions League, la Coppa dalle Grandi Orecchie.

Avrà pensato a tutti i milioni di euro e sterline messi sul piatto per arrivare a quella Coppa. Avrà pensato a tutti gli allenatori pagati per mettere in fila un fallimento dopo l’altro, in campo europeo. Avrà pensato a quanti giocatori ha comprato, con la speranza che potessero essere l’investimento decisivo, l’uomo del salto di qualità. Avrà pensato a qualche anno prima, a John Terry che scivola sul dischetto di Mosca quando la Coppa era oramai in direzione di Londra. Avrà pensato a quanto beffardo è stato il destino, anche nel successo. Perchè dopo anni di insuccessi, anni di spese folli, anni di tentativi, la Coppa era arrivata a Londra, grazie all’attaccante che è sempre stato lì, in prima linea a combattere, e grazie all’allenatore più improvvisato di tutti quelli presi da Abramovich, un italiano che in quella campagna europea si costruì la fama di uomo fortunato.

Si, perchè la Champions League alzata al cielo nella notte di Monaco di Baviera è retta dalle mani di Didier Drogba e di Roberto Di Matteo. Come se il destino avesse voluto metterci ancora una volta la firma, la Champions League del Chelsea arriva nell’anno in cui forse i Blues ci credevano meno, con un allenatore ad interim e una squadra che sembrava sul punto di essere smantellata. Il percorso fino alla notte di Monaco di Baviera è tutt’altro che pianeggiante. Anzi, sono delle vere e proprie montagne russe, per rendere omaggio al patron.

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Il 4 marzo 2012, il tecnico portoghese André Villas-Boas viene mandato a casa. Le aspettative sono altissime, quello che viene considerato l’erede di Mourinho le tradisce in pieno. Viene sostituito da Roberto Di Matteo, che dovrebbe essere solamente un traghettatore, ma la storia, poi, dirà altro. Dieci giorni dopo, Di Matteo affronta subito un’italiana nel ritorno degli ottavi. E’ il Napoli, che ha vinto 3-1 al San Paolo. A Stamford Bridge il Chelsea va in vantaggio per 2-0, poi Inler accorcia le distanze con una botta delle sue. Sembrerebbe sufficiente per arroccarsi dietro e passare il turno, invece alla mezzora della ripresa Dossena regala un rigore che Lampard trasforma, mandando la sfida ai supplementari. E ai supplementari decide il gol di Ivanovic, alla fine del primo overtime. Il Chelsea è tra le prime 8 d’Europa, ma le sensazioni non sono delle migliori. I Blues non sembrano una pretendente credibile al titolo.

Ai quarti di finale, però, i londinesi eliminano il Benfica, e si presentano in semifinale, dove sono attesi dagli alieni del Barcellona, i campioni in carica. All’andata a Stamford Bridge Di Matteo mette su una diga per contrastare Messi e compagni. Il Chelsea gioca proprio all’italiana. Didier Drogba segna allo scadere del primo tempo, i blaugrana poi non riescono a sfondare la muraglia blu che staziona davanti a Cech.  Pedro colpisce il palo al 93′, e Pique a porta praticamente vuota spedisce il pallone in orbita. Al ritorno in Catalogna, però, sarà un’altra storia, perchè in casa loro, quelli, non li ferma nessuno.

E infatti il Barcellona si porta sul 2-0, con le reti di Busquets e Iniesta, sfondando il catenaccio messo da Di Matteo davanti alla porta. Tra le due reti, John Terry si è anche fatto cacciare per un calcione rifilato a Sanchez. Tutto sembra dire Barcellona. E invece, proprio allo scadere del primo tempo, in una delle rare visite dei Blues nella metà campo avversaria, Lampard inventa un filtrante magico per Ramires, che tira fuori un pallonetto straordinario. 2-1. Il Barcellona continua ad attaccare senza sosta. Leo Messi tira un rigore sulla traversa, poi colpisce il palo. Non c’è verso, la dea bendata è schierata dalla parte di Roberto Di Matteo. Il Chelsea resiste eroicamente fino all’ultimo minuto, quando Fernando Torres, in contropiede, mette dentro addirittura il gol del 2-2. La firma decisiva, il timbro sul passaporto in direzione Monaco di Baviera, finale di Champions League. La più insperata di sempre per il Chelsea.

E’ il 19 maggio 2012. Si gioca all’Allianz Arena di Monaco di Baviera. E l’altra squadra, oltre al Chelsea, è tedesca, è di Monaco di Baviera, è il Bayern. Ed è il padrone di casa. E il Chelsea si presenta alla sfida con quattro squalificati. Terry, che paga il cartellino rosso della semifinale, più Meireles, Ivanovic e Ramires. Di Matteo deve inventarsi la formazione, deve buttare nella mischia un ragazzino, Bertrand. E affidarsi al suo centrocampo muscolare, alla sua difesa di ferro e nel suo salvatore lì davanti, l’ancora di salvezza, Didier Drogba. Il Bayern attacca, il Chelsea si difende, ma la partita non ha nulla da dire, fino allo scoccare del minuto 83. Come un film, come una tragedia, la partita tende ad infiammarsi nel finale. E’ il minuto 83 quando Thomas Müller incorna il pallone alle spalle di Cech, facendo esplodere l’Allianz Arena.

Se fosse una storia normale, il Bayern arriverebbe fino al triplice fischio finale senza soffrire ulteriormente. Perchè il Chelsea dovrebbe essere fiaccato da una partita e da una stagione di sofferenza, senza alcuni dei suoi uomini migliori, senza null’altro da dare. E invece, a sessanta secondi dal fischio finale, su un calcio d’angolo, in mezzo a tante teste ne spunta una. Una testa, che vola più su degli altri. Una testa, che ha la maglia blu del Chelsea tatuata nel cuore. Una testa, proprio quella testa, proprio quella di Didier Drogba, l’uomo simbolo del Chelsea targato Abramovich. All’ultimo respiro Didier manda la gara ai supplementari, ma è proprio ora che viene il bello. Il Bayern inizia a vedere i fantasmi del 1999, della rimonta dello United negli ultimi istanti. Una rimonta che era arrivata da due corner, appunto.

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Ma questo Bayern ha la scorza dura, non si scompone, continua ad attaccare a testa bassa, con più veemenza. Nei primi minuti dei supplementari Didier Drogba pecca di generosità. Torna indietro per dare una mano ai compagni, ma incoccia nel piede di Ribery. Dentro l’area di rigore, per un rigore ineccepibile. Drogba passa dalla gioia allo sconforto, con la maglia a coprire il viso, il viso carico di dolore e senso di colpa. Ma non è una storia normale, questa. Per niente. Perchè Arjen Robben si fa ipnotizzare da Cech, gli spara il rigore in pancia. La truppa di Di Matteo ce l’ha fatta ancora una volta, ha salvato ancora una volta la pelle. La strada verso i calci di rigore è spianata.

I rigori si tirano sotto la curva occupata dai tifosi del Bayern. E Mata si fa parare immediatamente il primo rigore da Neuer. La strada sembra spianata, ancora una volta, per un successo bavarese. E invece no, ovviamente. Cech prima respinge il rigore di Olic, riportando la sfida in parità. Poi, il portierone ceco mette il guantone sul rigore di Schweinsteiger, mandandolo sul palo. In mezzo il gol di Ashley Cole. I conti sono presto fatti. Il pallone che Didier Drogba ha fra le mani e sta sistemando sul dischetto vale la Champions League.

Proprio come quello di John Terry a Mosca. I fantasmi di quella notte viaggiano liberi per l’Allianz Arena. Ma Drogba è più forte di tutti loro, questa è la sua notte. Questa è la sua storia. L’ivoriano calcia, sicuro, sapendo di non poter sbagliare. Sapendo che i segnali sono stati troppi, e troppo forti: gli dei del Pallone, stasera, tifano Chelsea. Il suo sguardo è sicuro, fiero. Gli occhi rivolti da una parte, quella da cui va Neuer. Il pallone all’angolino opposto. Il pallone che gonfia la rete, il pallone che regala al Chelsea il sogno.

Con un allenatore improvvisato, con una squadra dimezzata, con un catenaccio eroico all’italiana. Roman Abramovich questa notte l’aveva sognata a lungo. Ma in nessun sogno l’aveva vista così. Così straordinaria, così incredibile. Così da sogno, appunto.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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