Cesc Fabregas, il genio in mezzo al campo Cesc Fabregas, il genio in mezzo al campo
Se nomini “La Masia” ad un bambino o ad un giovane ragazzo spagnolo, vedrai i suoi occhi perdersi, la sua mente inizierà a viaggiare... Cesc Fabregas, il genio in mezzo al campo

Se nomini “La Masia” ad un bambino o ad un giovane ragazzo spagnolo, vedrai i suoi occhi perdersi, la sua mente inizierà a viaggiare esattamente come in un sogno che però per molti rimane irrealizzabile. Troppo grande, ma non per tutti.

A 6,7,8 anni hai giustamente poche certezze e nessuna paura della vita, ma se sei innamorato del calcio ne hai due ben chiare nella tua testa: la certezza di voler calpestare i campi della “Masia” e la paura di non esserne all’altezza.

Il centro sportivo per il settore giovanile del Barcellona, che tutti chiamiamo “La Cantera” (termine  nettamente più poetico e ispiratore) è circondato da un’aura mistica, quasi surreale, qui si crea il futuro del calcio spagnolo,europeo,mondiale!

In molti hanno infranto i propri sogni sui campi di questa struttura, altri invece, coltivati a pane e cruyffismo, hanno iniziato un percorso culminato, spesso, anni dopo alzando qualche prestigioso trofeo con la maglia del Barcellona, quella dei grandi.

Puyol, Pique, Victor Valdes, Xavi, Iniesta, Messi, Jordi Alba, Pedro…sono solo alcuni dei talenti che fin dai primi anni hanno avuto l’onere e l’onore di far parte di questa società.

Per molti di loro il passaggio alla prima squadra è stata una diretta conseguenza, per molti sì, ma non per tutti.

Cesc era il tipico bambino catalano, amava il Barcellona e tutto quello che lo circondava, fin da piccolo però si capiva che un filo lo legava a quella maglia; la madre lavorava nel servizio catering del Camp Nou e all’età di 9 mesi il piccolo Cesc vide la sua prima partita dei blaugrana allo stadio insieme a suo nonno.

Lo zampino del destino era evidente.

Ci prova a nasconderlo il suo primo allenatore al Matarò, el senor Blai, ma il Barcellona ha occhi ovunque, lo vede e lo porta alla “Masia”.

Classe ’87, come Messi e Pique con i quali esprimerà un calcio giovanile di livelli sublimi.

Ora la prima squadra lo deve per forza prendere in considerazione, è vero ha solo 16 anni, ma è pronto al grande salto

In prima squadra non lo fanno debuttare e allora deve prendere una decisione: provare a tagliare quel filo che lo lega alla sua terra e prendere il volo o rischiare di finire nel dimenticatoio come molti che ha visto passare da quei campi? 

Sceglie la prima ipotesi, probabilmente la scelta giusta e grazie a questa scelta diventerà un giocatore straordinario, dominante nel suo ruolo, ma non al Barcellona, non in Spagna, ma all’Arsenal di Arsene Wenger.

Con il quattro sulle spalle in onore del suo idolo Pep Guardiola (maglia lasciatagli in eredita da un certo Patrick Vieira), regala giocate in campo che in pochi riescono solo ad immaginare. 

Vero, forse è un po’ leggero, ma con il suo modo di giocare riesce ad imporsi anche con centrocampi fisici e aggressivi che si incontrano in Premier ed in Europa nelle partite di Champions.

Il cuore però era blaugrana, non poteva nasconderlo, e non poteva nasconderlo neanche nella notte del 17 maggio 2006, quando in finale di champions si trova di fronte proprio il Barcellona. 

L’Arsenal quella finale la perderà per 2-1, lui in campo darà tutto, ma a “festeggiare” sarà la sua parte di tifoso e non quella di calciatore. 

In quegli anni un adolescente patito di calcio, finito l’anno scolastico, iniziava a godersi l’estate un estate però piena di incognite scaglionate nel tempo. 

Prima iniziavi a chiederti se verrai promosso, poi dove saresti andato in vacanza (dipendeva molto anche dall’esito della prima domanda), poi, scoprendo di essere stato promosso ti chiedevi a chi avresti copiato i compiti a pochi giorni prima dall’inizio della scuola. Ma siamo a luglio, si può aspettare. 

E poi c’era quel tarlo in testa, quella domanda che in molti si ponevano, sopratutto in terra catalana: sarà questa l’estate del ritorno di Fabregas a Barcellona?

Gli anni passavano ma niente, lui diventava sempre più una bandiera dei Gunners, addirittura capitano dalla stagione 2008-2009. Ci provò anche Pepe Reina in uno sketch con Pique e Puyol, dopo la vittoria della Spagna al Mondiale (sì, perchè anche Fabregas appartiene a quel gruppo da sogno che ha portato in terra iberica l’europeo 2008 e 2012 e il Mondiale del 2010) a convincerlo a tornare a casa, presentandolo al pubblico durante i festeggiamenti con i due difensori centrali che lo marcano stretto, e di nascosto gli infilano davanti a tutti la maglia del Barca, come fosse una seconda pelle. Ci vorrà ancora un anno però, un anno da “esiliato” in Inghilterra, dove è arrivato come “scarto” e dove riparte da Re.

Dalla stagione 2011-2012 torna ufficialmente a casa, lo vuole proprio il suo idolo Per Guardiola e come fai a dire di no proprio a lui?

Piange Fabregas quando dice addio ai tifosi inglesi e piangono anche loro, ma non sarà l’unica volta.

Al Barcellona purtroppo non impressiona, forse il peso di dover tornare a tutti costi a casa e dimostrare quanto vale gli frenano un po le gambe.

Gioca tanto e vince tanto, ma senza impressionare come fatto a Londra.

Sarà il peso della maglia, sarà il modo che prima Guardiola, poi Villanova e infine Martino hanno di metterlo in campo, un giorno mezz’ala, un giorno trequartista, “falso nueve”, esterno. Sempre un ruolo un po’ ibrido.

Il suo calcio è quello inglese, c’è poco da fare, e allora nell’estate del 2014 è tempo di tornare ai piedi della Regina. 

Vi ricordate quando ho detto che i tifosi dell’Arsenal avrebbero pianto ancora? Bè, l’estate del 2014 riporta Fabregas a Londra ma, o per scelta sua o per scelta di Wenger che decide di non pareggiare l’offerta del Chelsea, Cesc si accasa presso acerrimi rivali dei tifosi che per anni l’hanno osannato.

Ma Fabregas non è un mercenario, è semplicemente un giocatore di calcio innamorato del pallone e farà innamorare anche i tifosi di Stamford Bridge, forse per via del tradimento verso i “nemici” ma sopratutto per via delle prestazioni e dei numerosi assist, artefice anche lui dei due titoli vinti con Mourinho prima e Conte poi.

Nel gennaio 2019 passa al Monaco, forse l’ultima tappa della sua stupenda carriera.

3 campionati diversi, 3 città diverse, 4 squadre diverse ma sempre con la stessa fame e la stessa passione di quando andava ad allenarsi alla “Masia”. O di quando andava da sua madre che lavorava al Camp Nou. O della sua prima partita a 9 mesi con suo nonno.

Un grande professionista, ma con il cuore totalmente ed incondizionatamente blaugrana.

Feliz cumpleaños Cesc!

Matteo Brunelli
twitter: @matteobrunelli7