C’eravamo tanto amati C’eravamo tanto amati
Alla fine ha ceduto. Il richiamo della spensieratezza, la voglia di libertà e il desiderio di abbracciarsi definitivamente con la sua passione in una... C’eravamo tanto amati

Alla fine ha ceduto. Il richiamo della spensieratezza, la voglia di libertà e il desiderio di abbracciarsi definitivamente con la sua passione in una melodia esagitata hanno prevalso. L’abbiamo amato tutti, l’abbiamo odiato tutti, l’abbiamo perdonato, non tutti però. Ma alla fine abbiamo dovuto cedere anche noi. L’erba non vedrà più le sue rovesciate, gli allenatori non saranno più confrontati con la sua testardaggine. Per lui nuovi microfoni, innovativi cori da chi lo adora e nuovi compagni di viaggio. Magari gli stadi lo acclameranno ancora, lo vedranno ancora padrone, leader, frontman.

Pablo Daniel Osvaldo ha cambiato vita, ha cambiato decisamente musica. A soli 30anni ha detto basta con il calcio giocato, poco negli ultimi tempi, per girare il mondo con la sua band.

Qualcuno ha provato a sedurlo per l’ennesima volta, ma non c’è stato verso. Osvaldo lascia un’eredità pesante, in campo e fuori. Personaggio diretto, dal sorrisone appariscente ma anche dal broncio interminabile, a creare un’aurea di lunaticità attorno all’uomo che in qualunque spogliatoio sia stato è riuscito a farsi amare e odiare. Da tutti stavolta.

Nato il 12 gennaio 1986 a Lanus, città che diede la vita a un altro loco come Maradona, Osvaldo è stato per anni imbrigliato in un calcio non suo. Un calcio moderno, professionale, che non ti permette di sgarrare. Troppo lontano forse da quell’epoca in cui il genio e la sregolatezza erano quasi una caratteristica invidiata e addirittura cercata nel singolo calciatore. Fisico imponente, tecnica da vero sudamericano, senso del gol che a tratti sembrava quello dei grandi e una polvere magica che la dea del calcio gli concedeva solo a sprazzi.

Un Minotauro del pallone, dal collo in giù fenomeno, dal collo in su un folle. Bello, misterioso, amante delle passioni della vita, il Johnny Depp del rettangolo verde ha cambiato squadre come fossero cast cinematografici, ma forse è giusto così. Osvaldo è stato un patrimonio di tutti e una scongiura che prima o poi doveva cambiare lidi, raggiunti sempre con la chitarra sulle spalle, perché cambiano i posti, ma non le abitudini.

In Italia ci ha messo un po’ a sbocciare, dopo l’apprendistato in salsa boema in tenera età, non è riuscito con Bologna e Fiorentina a diffondere sul campo il suo talento. Troppe le distrazioni, poco forse il sudore dedicato alla causa, e di sol istinto nel calcio italiano non sopravvivi. Poi il riscatto in Liga con l’Espanyol, tanti gol, tanti applausi, tanti soldi spesi dalla Roma per riportarlo nella Penisola. Perché è lì che vuole lasciare veramente il segno, nel cuore della gente che l’ha lanciato.




Il Mondo in mano. L’argentino naturalizzato italiano a lunghi tratti è un’ira di Dio, fa impazzire i suoi tifosi. Le reti poi, non parliamone, pezzi pregiati, colpi che solo chi è predestinato può estrarre dal cilindro. Poi gli screzi e il divorzio, Osvaldo lascia dopo “duscento gol” e con la consapevolezza che si poteva e si doveva fare ancora di più, ma questo è Osvaldo.

Poi l’ennesimo cambio, non più la Gazzetta sul comodino ma i tabloid. Il Southampton lo accoglie nel campionato più ricco del mondo, dove però non verrà probabilmente mai ricordato. Poi prestiti alla Juventus, il gol vendetta all’Olimpico, lo Scudetto e una maglia nerazzurra milanese, l’ultima chiamata per stampare il suo nome esotico accanto a quelli giusti.

Un contropiede. Lì di fatto è finito Osvaldo. Fine della corsa, come la lepre che tira sui 5000 metri per evitare troppi tatticismi e si fa da parte quando tocca ai grandi imporre il ritmo. In questo caso viene messo da parte. Icardi fa tirare un sospiro di sollievo allo Stadium, sgretolando il possibile pallone dell’1-2 che avrebbe salvato una stagione. Paonazzo e incollerito Osvaldo sputa in faccia al numero 9 le peggio parole. Mancini non gradisce e lo spedisce ad allenarsi da solo. Solitudine e sport, un binomio che troppo spesso ha rovinato carriere di promesse mai mantenute. Osvaldo se ne rende presto conto.

È giunto il momento di fare ritorno in Argentina, al suo Boca Juniors, ma niente, Osvaldo non c’è più e nemmeno l’avventura al Porto sembra rinvigorirlo. Unico rimedio, una chitarra, un microfono e della musica rock per far ballare la gente. Grazie tante, nel bene o nel male, ci siamo divertiti.

Fabio Dotti – Rivista Corner