C’era una volta il Bologna, la squadra che faceva tremare il mondo C’era una volta il Bologna, la squadra che faceva tremare il mondo
A pensarci adesso sembra quasi impossibile che questa storia sia esistita realmente. Eppure, questa storia, è dannatamente vera, e ha come protagonista Il Bologna... C’era una volta il Bologna, la squadra che faceva tremare il mondo

A pensarci adesso sembra quasi impossibile che questa storia sia esistita realmente. Eppure, questa storia, è dannatamente vera, e ha come protagonista Il Bologna Football Club. Sì lo stesso Bologna che attualmente sta lottando lottando con le unghie e con i denti per tornare dove più gli compete,ovvero nella massima serie. Ebbene non solo questa storia è esistita realmente, ma è anche una delle più belle ed affascinanti che riguardano il nostro calcio. I colori sono sbiaditi, i ricordi ci vengono tramandati da articoli di giornale con un inchiostro pallido, da fotografie ingiallite da custodire come cimeli dal valore inestimabile. E’ la storia del Bologna che è stato grande in Italia a partire dalla metà degli anni ‘20, è la storia del Bologna che ha fatto tremare il mondo a metà degli anni ’30.

Prima di arrivare a questi anni magici, forse irripetibili per i colori rossoblu, dobbiamo fare un piccolo passo indietro, agli inizi degli anni ’20. E’ allora che nascono le basi per i futuri successi, è allora che vengono piantate radici tanto solide da durare negli anni a venire. La società rossolbu è nata da relativamente pochi anni ed il consiglio direttivo decide che è il momento di fare le cose seriamente, di pensare da professionisti. Il punto di partenza deve essere per forza di cose il manico, colui che guiderà la corazzata in Italia, in Europa e nel Mondo. Chi scegliere? Bella domanda. In realtà i soci fondatori hanno le idee piuttosto chiare, il candidato ideale deve provenire per forza di cose dall’area Danubiana, forse da Praga o ancor meglio da Vienna. E’ qui che si gioca un calcio organico, tecnicamente di alto livello, forse il migliore che si possa ammirare in quegli anni in tutta Europa. La scelta ricade su Hermann Felsner, allora allenatore del Wiener Sportklub, un personaggio che ha da subito accesole fantasie dei bolognesi. Hermann Felsner, il mago, il dottore o più confidenzialmente l’umazz, l’omaccione, così chiamato simpaticamente dal mediano rossoblu Genovesi, per via della sua imponente stazza fisica.

Ho avuto la ventura di trovare a Bologna quanto di meglio si potesse desiderare per un lavoro serio: materiale, uomo, ambiente, atleti che dal connubio delle doti tecniche e morali ricavano un potenziale di illimitato valore.

(H. Felsner)

Felsner impose fin da subito i suoi allenamenti, frutto di studio maniacale primo sui libri e poi sul campo. Un vero e proprio cultore della preparazione fisica e della tattica, ciò che il Bologna stava cercando come nessun’altra cosa. In tutto ciò fu aiutato, come spesso succede a chi ci mette tanto di suo, dalla buona sorte che gli fece crescere in casa, intesa come Bologna, una nidiata di giocatori formidabili quali Baldi, Cesare Alberti, Della Valle, Genovesi, Gasperi. Gente a cui il tecnico austriaco cambiò posizione in campo a seconda delle intuizioni e del potenziale che intravedeva e che grazie a lui raggiunse la maglia della Nazionale. Poi ce n’era un altro, fuori categoria, un vero e proprio fenomeno che chiunque lo abbia visto giocare lo descrive come una cosa fuori dal mondo. Lui è Angelino Schiavio, terzo marcatore di sempre in Italia, considerando anche i campionati pre-girone unico, dietro solo a Silvio Piola e Giuseppe Meazza.

Fu il palleggio sicuro di Schiavio ad agevolare la sua azione di centravanti di sfondamento. Camminava e correva ondeggiando lievemente, sì che l’avversario non sapeva più da che parte prenderlo. Lo scatto pronto, autoritario. L’azione potente e veloce. Aveva un dribbling stretto, secco, imperioso. Il suo tiro era una fucilata -(tratto da Centravanti, di Bruno Roghi, Emilio Violanti e Giuseppe Meazza, Milano, Sperling&Kupfer, 1955, p. 87)

Come spesso accade per tutti i cicli vincenti questi originano da cocenti delusioni, sconfitte che riescono a toccare i tasti giusti nell’animo di giocatori ambiziosi, in grado di trasformare la delusione in voglia di rivalsa. E’ così che bisogna inquadrare le sconfitte nella finale del Prima Categoria ’20-’21 contro la Pro Vercelli e nel ’23-’24 in quella che allora si chiamava Lega Nord contro il Genoa. Sono sconfitte che preparano al successo, il primo di una lunga serie, che arriva nell’anno successivo, proprio con una rivincita contro il Genoa. E’ uno scudetto che sa di leggenda, nel senso che ricordi e testimonianze si fondono con aneddoti al limite dell’immaginabile. E’ una sfida senza esclusioni di colpi quella con l’altra squadra rossoblu di Genova, è una sfida che porterà alla conquista del cosiddetto scudetto delle pistole, in cui già solo il nome è tutto un programma.

Fonte foto: www.gianfrancoronchi.net

Fonte foto: tremareilmondofa.blogspot.com

Il contesto storico è ovviamente quello dell’Italia fascista, il campionato di calcio è diviso in due leghe, Nord e Sud ed in ognuna di queste ci sono due gironi A e B. Genoa e Bologna vincono i rispettivi gironi e si devono affrontare per decidere chi dovrà sfidare la vincitrice della Lega Sud. Teoricamente quindi non si assegna lo scudetto con questo spareggio, ma tutti sanno che dalla vincitrice di questa partita uscirà la squadra campione d’Italia, troppo grande infatti il divario tra Nord e Sud in quanto a valori in campo. Personaggio fondamentale in questa vicenda è Leandro Arpinati, gerarca fascista amico di Mussolini nonché vice presidente del Bologna e della Lega Calcio. Come potete aver intuito il conflitto di interessi, oggi come allora, non doveva essere in cima alla lista dei pensieri.

Il 24 maggio 1925 va in scena il primo di una serie di spareggi, saranno addirittura cinque alla fine, allo stadio Sterlino di Bologna. La squadra ospite si impone a sorpresa per 2 reti a 1 ma si deve ancora giocare il ritorno, questa volta a Genova. Con i liguri già pronti a festeggiare lo scudetto della stella, sarebbe stato il decimo del Club più antico d’Italia, gli emiliani decidono però di ribaltare le sorti, della partita e, molto probabilmente, della loro storia. Con identico risultato per i rossoblu di Bologna si deve andare alla gara di spareggio, già perché ancora non sono previsti i tempi supplementari e men che meno i calci di rigore. Si deve rigiocare la partita, semplicemente. Le due squadre non si amano, per usare un eufemismo, e già nei primi due episodi della serie si sono registrati vari momenti di tensione.

Nessuno però poteva immaginare l’epilogo che prese la terza partita, svoltasi a Milano in campo neutro, il 7 giugno 1925. Al termine del primo tempo il Genoa, che stava dominando, si ritrova in vantaggio per 2-0. Al quarto d’ora della ripresa un bolide del bolognese Muzzioli viene respinto in calcio d’angolo dall’estremo difensore ligure. O almeno così sembra ai più che assistono alla partita. Non però ai sostenitori del Bologna che invadono il campo con intenzioni bellicose pretendendo che venga assegnato il goal, in quanto la palla sarebbe entrata e solo in seguito uscita a causa di un buco nella rete. L’arbitro guarda in faccia i tifosi, scruta le loro intenzioni e decide che sì, è meglio indicare il dischetto di centrocampo e assegnare il gol, al resto ci penserà in un secondo momento. Chiama in disparte il capitano del Genoa e gli promette che farà rapporto alla Federazione per far loro ottenere la vittoria a tavolino. La partita in ogni caso prosegue con il Bologna che, a 10 minuti dalla fine, in una partita che ha più le sembianze di una farsa, trova il pareggio.

E’ qui che entra prepotentemente in scena la figura di Arpinati il quale, forte della sua posizione in Federcalcio e delle sue amicizie potenti, spinge perché si giochi un’altra partita di spareggio. Questa volta a Torino, data fissata per il 5 luglio. Ma ancora non si va oltre il pareggio, 1-1 il risultato finale, con la violenza che si riversa all’esterno dello stadio, in particolare nella stazione di Torino Porta Nuova. Cronache dell’epoca riportano di numerosi feriti, alcuni dei quali colpiti da arma da fuoco che scuotono l’opinione pubblica. Si decide di sospendere il campionato momentaneamente, con ripresa in data da destinarsi. I giocatori del Genoa fanno le valige, ritengono di essere in vacanza. Leandro Arpinati però, sta tramando in gran segreto in Consiglio Federale e decide che la partita va a tutti i costi rigiocata, anche senza pubblico se necessario. Ed è proprio ciò che avverrà il 9 agosto 1925, alle ore 7 di mattina.

Sì,avete capito bene le sette di mattina in un campo alla periferia di Milano pressochè deserto. I giocatori liguri vengono avvertiti poco prima della data, c’è chi addirittura dice qualche ora prima. Non si possono rifiutare di scendere in campo, pena la radiazione. Il Bologna vince per 2-1, solo qualche camicia nera ai bordi del campo per assistere alla gara. La finale, come da pronostico, è poco più di una formalità per il Bologna che se la aggiudica vincendo per 4-0 e conquistando il suo primo scudetto della Storia. Ecco, non è il classico primo scudetto a cui siete abituati ma sugli almanacchi di calcio ci va, e così nella Storia.
Nei successivi tre anni la squadra felsinea si conferma come una delle più forti nel panorama nazionale senza però riuscire a vincere nuovamente.

Nel 1929, a distanza di quattro anni dal primo successo, il Bologna torna campione d’Italia. In uno stadio del tutto nuovo, che all’epoca si chiamava Stadio del Littoriale ed oggi è conosciuto come il Dall’Ara, in memoria del grandissimo presidente che ha fatto grande gli emiliani a partire dalla metà degli anni ’30.
L’anno successivo è il primo a girone unico, ed il Bologna lo può battezzare con lo scudetto cucito sul petto.

Continua la campagna di rafforzamento con tre giocatori sudamericani, provenienti dall’Uruguay, Fedullo, Sansone e Andreolo. In panchina l’ungherese Lelovich subentra a Felnser e nel ’32, così come nel ’34, il Bologna si aggiudica la Mitropa Cup, il torneo all’epoca più prestigioso per i Club europei. Proprio il 1934 è un anno fondamentale, si giocano infatti i campionati del mondo in Italia. Il centroavanti del Bologna, Schiavio, risulterà decisivo segnando il goal nei tempi supplementari che darà la vittoria all’Italia ai danni della Cecoslovacchia.

D’improvviso lo vidi scendere a rete in un gran bagliore di luce: aveva le gambe arcuate, gonfie e quasi bitorzolute di muscoli ipertrofici: teneva i gomiti larghi e difendeva la palla ad ogni tocco di dribbling con una sorta di balzo fra lo scimmiesco e il felino.

(Gianni Brera riferendosi a Schiavio)

Un mondiale pieno di aneddoti da raccontare a partire dalla difficile convivenza tra Luisito Monti, della Juventus, e una delle sue vittime preferite Angelino Schiavio. Un odio senza quartiere che origina dalla tournée sudamericana del Bologna del ’29 e prosegue durante tutta l’esperienza Juventina del centromediano argentino culminata nel fattaccio del 2 maggio 1932. Manca un minuto al termine del primo tempo quando l’attaccante rossoblu, a causa di un contrasto, finisce per cadere. Proprio in quel momento, come una furia, l’argentino Monti si avventa su di lui colpendolo ripetutamente al ginocchio, fino a lasciarlo semi incosciente. I presenti all’epoca raccontano che ci volle più di mezzora per rianimarlo completamente. Storie di altro calcio, storie di altri giocatori. In ogni caso come questi due abbiano potuto convivere per giocare assieme il Mondiale rimane tutt’ora un mistero di difficile soluzione e solo un uomo della caratura di Vittorio Pozzo poteva riuscire nell’impresa.

Luisito e Angiolino erano divisi da un duro astio. Mi decisi di buzzo buono alla rappacificazione che si rendeva necessaria. Non fu un’impresa facile, perché ambedue gli interessati avevano il loro carattere. Ma vi riuscii, non sto a raccontare come, e poco per volta portai i due a dividere la stessa camera d’albergo nei nostri viaggi all’estero.

Fonte foto: tremareilmondofa.blogspot.com

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Sempre nel ’34, alla presidenza del Bologna arriva Renato Dall’Ara, altro uomo fondamentale nei destini della società. L’anno successivo c’è un avvicendamento alla guida tecnica del club Emiliano, l’ungherese Arpad Weisz diventa il nuovo allenatore. Sotto la sua egida inizia un periodo d’oro per il Bologna Football Club, che si impone come la migliore squadra Italiana e tra le migliori a livello mondiale. Sotto i suoi insegnamenti i rossoblu diventano il Bologna, la squadra che tremare il mondo fa.
Tre campionati vinti consecutivi più il significativo trofeo dell’Esposizione conquistato a Parigi nel 1937. Significativo per tanti motivi. Venivano invitate le migliori squadre d’Euopa, oltre al Sochaux, allo Slavia Praga e all’Austra Vienna partecipò anche il Chelsea. Un evento per l’epoca più unico che raro in quanto le squadre inglesi erano piuttosto restie ad abbandonare i propri confini per mettersi alla prova con il calcio oltremanica. Il Bologna arriva in finale dove trova proprio i blues. Una, due, tre, quattro reti. Quattro gol per annichilire il calcio inglese e guardare tutti dall’alto al basso, da dominatori. La prima squadra italiana ad avere la meglio su una squadra inglese in un trofeo internazionale, un fatto storico che ebbe anche un enorme risalto sulla stampa dell’epoca.

Il Bologna è una grande e bella squadra che meritava la vittoria nel torneo dell’Esposizione. Dinnanzi al Sochaux, allo Slavia e al Chelsea essa ha dato prova di grande correttezza, del migliore spirito sportivo senza contare che essa possiede una tecnica e un allenamento che la piazzano come prima squadra d’Europa

(tratto dal quotidiano Matin all’indomani della vittoria del Bologna)

Ceresoli; Fiorini, Gasperi; Montesanto, Andreolo, Corsi; Busoni, Sansone, Schiavio, Fedullo, Reguzzoni, questi gli undici giocatori scesi in campo nella finale contro il Chelsea, gli undici gladiatori con le scarpette chiodate che quella notte hanno fatto tremare il mondo.
Finito il triennio Wiesz sulla panchina rossoblu torna nuovamente l’umazz, il mago Felsner. In Europa le cose vanno bene, senza però che la squadra riesca a conquistare i trofei degli anni precedenti. In Italia il Bologna parte sempre tra le favorite, ma trova nell’Ambrosiana Inter una rivale molto ostica, quasi indigesta. Fino ad arrivare alla stagione ’40-’41 quando il Bologna torna a vincere nuovamente, il sesto scudetto della sua gloriosa storia. Non l’ultimo, che arriverà 23 anni più tardi nella stagione ’63-’64 , sotto la stella luminosissima del compianto Giacomo Bulgarelli.

Una storia, quella rossoblu, fatta di tanti successi passati e altrettante sofferenze in epoca recente. Un blasone grandissimo, che è facile dimenticare in quanto la memoria si perde in un passato che a volte si fatica persino ad immaginare. Una squadra a cui auguriamo, per il bene del calcio italiano, di tornare dove le spetta di diritto, nella massima serie tra le grandi del pallone.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo

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