C’era un ragazzo, che come me… C’era un ragazzo, che come me…
“Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in... C’era un ragazzo, che come me…

Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te.

(F. Nietzsche, “La gaia scienza”, 1882)

Ci sono storie che ritornano. Quando meno te lo aspetti. Ci sono fotografie che, se sovrapposte, non mostrerebbero differenza alcuna. Ci sono momenti in cui tutto sembra perduto. E poi ci sono goal definitivi e catartici.

Chissà se Alessandro Murgia, centrocampista classe ’96, ha mai letto Nietzsche e la sua teoria dell’eterno ritorno. Ma, in fondo, ci interessa poco. Quello che ci interessa è focalizzare due momenti calcistici distanti diciannove anni tra loro. Diciannove. Come il numero di Senad Lulic. Il neo capitano della Lazio e giustiziere della Roma in un’epica finale di Coppa Italia di quattro anni fa. L’ultimo trofeo alzato al cielo dai biancocelesti, prima che a Roma, sponda Lazio, arrivasse Lucas Biglia.




Ma questa è un’altra storia.

Ma ora concentriamoci sulla prima fotografia. È il 29 aprile 1998. Alessandro Murgia non ha nemmeno due anni. Quel giorno, all’Olimpico, si gioca la Finale di ritorno di Coppa Italia tra il Milan di Fabio Capello e la Lazio di Sven Goran Eriksson. All’andata, i rossoneri hanno vinto uno a zero con un goal rocambolesco di George Weah al novantesimo.

E al ritorno, Demetrio Albertini sembra aver chiuso la pratica allo scadere del primo tempo grazie ad un goal su calcio di punizione. La Lazio si trova, così, sotto di due goal e con soli quarantacinque minuti per tentare l’impresa. Un’impresa che ha il dinamismo naïf di Guerino Gottardi, vero Deus ex Machina di quella serata, e il volto felice di un altro Alessandro. Nesta. Che quel giorno di aprile del 1998 di anni ne ha ventidue. Ed è il miglior prodotto di un vivaio infinito come quello biancoceleste.

Negli anni successivi, Alessandro Nesta diventerà anche il difensore più forte del mondo. Ma anche questa è un’altra storia. Grazie al goal di Guerino Gottardi e al suo rigore procurato, la Lazio si è portata in soli tredici minuti sul 2-1. Ma non basta. Serve un altro goal per portare la Coppa a Roma. Quarant’anni dopo la prima.

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È il sessantacinquesimo e c’è un calcio d’angolo sotto la Curva Nord. Casa affettiva di ogni Laziale che si rispetti. Lo batte Fuser. La spizza di testa Mancini. E la palla finisce sui piedi di Negro che la scaglia contro Seba Rossi. Che para ma non blocca. La palla resta lì. A pochi centimetri dalla linea e dalla gloria. Sembra un istante infinito. A cui pone fine proprio Alessandro Nesta, che si avventa su quel pallone senza padroni, e di sinistro la scaglia in rete.

La corsa sotto la Curva è una coreografia impazzita e non studiata. Nesta, più incredulo che felice, o forse felicemente incredulo, corre sotto la Curva a prendere l’applauso dei suoi tifosi. Una volta suoi compagni di stadio. E mette la parola fine ad un trionfo per certi versi inaspettato.

Il 13 agosto del 2017, il Destino scatta un’altra fotografia. Lazio e Juve si sfidano per la Supercoppa Italiana. La Lazio non batte la Juve dalla semifinale di Coppa Italia del 2013. Quando Floccari, nei minuti di recupero, annullò il pareggio in extremis di Vidal. Corsi e ricorsi. Come la Supercoppa del 1998. Quando il neoacquisto laziale Sergio Conceicao, in pieno recupero, segnò il goal della vittoria, dopo il pareggio di Del Piero giunto pochi minuti prima su rigore. Anche qui corsi e ricorsi.

E chissà se Murgia ha mai letto Nietzsche.




Il 13 agosto la Lazio scende in campo contro i favori del pronostico. Divorata dalle polemiche per l’ennesimo caso Keita che si ripropone, anch’esso, ogni anno, e alle prese con l’infortunio di Felipe Anderson. Che toglie classe e imprevedibilità alla squadra di Simone Inzaghi. Nonostante tutto però, la Lazio domina e va in vantaggio grazie ad una strepitosa doppietta di Ciro Immobile. Uno che avrebbe pagato di tasca sua per fare goal alla sua Vecchia Signora.

Ma la Lazio non è una squadra normale. In centodiciassette anni di vita, i suoi tifosi hanno visto e vissuto di tutto e il contrario di tutto. Ma sono sempre là. Perché altrove non sanno stare. E così, quando mancano sei minuti alla fine, Paulo Dybala, prima accorcia le distanze con una punizione magistrale. E poi pareggia, realizzando un rigore al novantesimo. Sembra la fine per la Lazio e per i suoi tifosi.

Che però, spesso, nella fine, hanno avuto la forza di trovare un nuovo inizio. E così quando i supplementari sembrano dietro l’angolo. Jordan Lukaku se ne va a De Sciglio, proprio sotto la Curva Nord, con uno strapotere fisico che ricorda un altro Jordan, Michael, che gioca a basket contro i sette nani. Il colosso belga è in area di rigore ora. E alza la testa. Per vedere chi dei suoi compagni è pronto a ricevere tanta grazia.

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Alessandro è là. Un po’ Nesta e tanto Murgia. Con il 96 sulle spalle e le mani che sembrano dire: “Passamela, Jordan, che sto solo!” Lukaku lo vede. Lo sente. E lo serve. La palla è semplice e perfetta. Alessandro è là. Con la spensieratezza dei suoi ventun’anni e il piattone chirurgico di chi sa come si fa a battere uno come Buffon.

La rete si gonfia quando tutto sembrava perduto. Alessandro vola sotto la Nord a prendere l’abbraccio dei suoi tifosi. Una volta, suoi compagni di stadio. La corsa di Alessandro Murgia sotto la Nord si sovrappone a quella di Alessandro Nesta di diciannove anni prima. La Coppa, ora come allora, va ai biancocelesti di Roma. Perché, quando tutto sembra perduto, la Lazio trova inaspettatamente la forza per focalizzare di nuovo l’obiettivo e scattare bellissime e imprevedibili fotografie.

Che restano lì, indelebili, a raccontarci di storie incredibili che prima o poi ritornano. Che si chiamano Alessandro. E profumano di vent’anni e di Primavera.

Alessandro Aquilino
twitter: @kempes75