Il centrocampo è il cuore del terreno di gioco, il luogo in cui tutto nasce e da cui tutto parte. Un gol, prima di...

Il centrocampo è il cuore del terreno di gioco, il luogo in cui tutto nasce e da cui tutto parte. Un gol, prima di diventare gol, prima passa da centrocampo. Come tutti i luoghi in cui transita un numero elevato di individui, più o meno loschi, in un centrocampo di provincia si possono incrociare varie forme di umanità, soggetti di ogni ordine e grado e, naturalmente, delinquenti patentati. Andiamo allora a scoprire quali incontri potreste fare nel caso vi venisse la malaugurata idea di affacciarvi in un centrocampo di un campo sportivo di bassa lega.

Lì, sempre lì, lì nel mezzo, finchè ce n’hai stai lì

Luciano Ligabue, Una vita da mediano

Il metronomo

Personaggio innocuo, almeno all’apparenza. Dice di ispirarsi ad Andrea Pirlo, ha la camera tappezzata di poster di Xavi, guarda a Gerrard come modello di vita. In campo, si sente il padrone assoluto del gioco, pretende che i palloni passino tutti dai suoi piedi, si sbraccia con veemenza ogni volta che un suo compagno è in possesso di palla: il gioco deve partire da lui altrimenti andiamo tutto a casa. Animato da buone intenzioni, spesso il metronomo è tale solo nella sua testa.

Quello che accade nella realtà è una collezione di palloni persi, una messe di lanci lunghi nel nulla, dritti nelle mani del portiere avversario o nelle campagne circostanti, una sequela incredibile di stop sbagliati che lanciano il contropiede avversario. Se il ruolo del regista sta scomparendo nel calcio dei grandi, non c’è motivo per cui debba continuare ad esistere sui campi di provincia. Ma sognare non costa nulla, e il vostro compagno che si è autoproclamato metronomo continuerà a maltrattare il pallone e a rovinare la manovra della squadra. Pazienza.

Il cagnaccio

Ok, non dovreste faticare a capirlo molto: per noi il vero centrocampista è quello di interdizione, quello che ha per unico compito quello di spezzare. Che si tratti della manovra avversaria o della gamba di qualcuno, importa veramente poco. Le leggi naturali dell’universo prescrivono che, sui polverosi campi di provincia, il medianaccio debba proliferare in abbondanza. Grazie a Dio. Non dobbiamo certo spiegarvi quali siano i suoi compiti, ma nel dubbio lo facciamo: qualsiasi cosa stia passando dalle sue parti, deve smettere immediatamente di passare. Qualsiasi cosa respiri o si muova, non può avvicinarsi a più di mezzo metro, pena l’ineluttabilità dell’intervento. Che non è propriamente umanitario.

Chiunque osi mettere in scena qualche giocata vista in televisione, rubata ai campioni, ispirata a canoni di bellezza neoclassica, va punito, con effetto immediato. Il cagnaccio non può mancare in una squadra di provincia, anzi, vista la sua propensione a collezionare cartellini di ogni colore, se non, nel migliore dei casi, referti e parole dolci del giudice sportivo, è quasi obbligatorio che la rosa della squadra di provincia contempli almeno dai 4 cagnacci in su. Non è escluso possano giocare in coppia, ma a quel punto diventa necessaria l’autorizzazione del Prefetto e va allertata con ampio anticipo la protezione civile.

L’esterno

Se il sonno della ragione genera mostri, dovreste vedere Youtube. I campi di provincia si sono riempiti di giovani virgulti che tentano di emulare le gesta degli innumerevoli funamboli che popolano il famoso servizio di video streaming. Spesso, con risultati al limite del tragicomico. Ed ecco che, confinati dai loro allenatori sulla fascia perchè, volenti o nolenti, per via della loro giovane età riescono a correre in maniera quantomeno decente rispetto agli ultraquarantenni che compongono la rosa, questi piccoli Quaresma sono andati a colonizzare le fasce.

L’esterno di provincia si crede figo. Anzi, si crede Figo. Trick, pennellate d’esterno, trivele, tunnel, finta, tocchi con la suola, no look. Quasi tutti i numeri che prova, però, muoiono a contatto con la realtà. Non poche volte può accadere che il malcapitato esterno si sfracelli un ginocchio piantando il piede nel terreno durante un tentativo di trivela. Se invece riesce miracolosamente ad eseguire uno dei numeri sopracitati, ci penserà quasi sicuramente un terzinaccio avversario a porre fine alle sue sofferenze. Che sui campi di provincia la prima cosa è l’umiltà.

Il trequartista

Veniamo alle doti dolenti. Partiamo subito con una precisazione: su un campo di provincia il trequartista non dovrebbe aver ragione di esistere, visto che, per noi puristi del calcio in polvere, sui campi dall’Eccellenza in giù l’ortodossia tattica prevede solamente un ordinato, coperto e abbottonatissimo 4-4-2. Purtroppo, come detto tante volte, in molti giocano a fare i fenomeni credendosi i nuovi dei della panchina, e mettono in scena azzardi tattici degni del museo degli orrori. Uno di questi abomini è l’utilizzo del trequartista, un omino, spesso tracotante e pieno di sè, che agisce tra le linee (ok, questa l’abbiamo riciclata dalle frasi fatte del mondo del calcio). Nel calcio dei grandi il trequartista può anche permettersi un fisico non proprio da atleta, magari più mingherlino degli altri, più piccolo, o un pochino fuori forma con qualche chiletto in sovrappeso.

Nel mondo del calcio di provincia, questa digressione dall’ordinario significa una e una sola cosa: una panza da competizione. L’indolenza del trequartista di provincia rasenta la hybris di tradizione ellenica. Egli si crede che tutto gli sia concesso, anzi tutto gli sia dovuto. Si atteggia a primadonna, vuole imporre la formazione all’allenatore, pretende di battere ogni calcio piazzato, dal calcio di inizio al rinvio dal fondo del portiere, con il risultato di trasformare più mete degli All Blacks. Nonostante la scarsa condizione fisica, a volte purtroppo il piede c’è per davvero, e una sua punizione al 90′ ci permette di sfangare la partita, facendoci dimenticare tutte le ingiurie che gli avevamo tirato fino a quel momento, facendoci rinnegare le nostre credenze e permettendoci di correre liberi, insieme a lui, a festeggiare la vittoria. Perchè il calcio è pure questo.

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