Carlos Tevez, el jugador del pueblo Carlos Tevez, el jugador del pueblo
Per prenderti la maglia numero 10 del Boca Juniors, ben sapendo che quel numero e quei colori siano praticamente una religione, devi essere forte... Carlos Tevez, el jugador del pueblo

Per prenderti la maglia numero 10 del Boca Juniors, ben sapendo che quel numero e quei colori siano praticamente una religione, devi essere forte come una roccia. Per prenderti la maglia numero 10 della Juventus subito dopo che la leggenda che l’ha indossata per quasi 20 anni se n’è andata lasciando orfano il suo popolo, devi avere qualcosa di speciale dentro. Per prenderti la maglia numero 10 e affrontare il mondo a testa bassa, devi avere solo una cosa, indispensabile però: le palle. Per prenderti la maglia numero 10 e farti amare, incondizionatamente, dai tuoi tifosi, devi essere solo una cosa: devi essere Carlos Tevez. Devi essere el jugador del Pueblo.

Si, perchè quella di Carlitos Tevez è una storia popolare, nel senso più autentico del termine. E’ una storia che parte da Ejército de los Andes, meglio conosciuto come Fuerte Apache. Barrio di Buenos Aires non proprio raccomandabile, non proprio il posto in cui vorresti far crescere i tuoi figli per prepararli alla vita. Eppure, quando il Signore decide che quello è il posto che ti è stato assegnato, non ti fai troppe domande. Abbassi la testa, carichi il peso sulle spalle, e affronti il mondo. Anche e soprattutto quando il mondo verrà a presentarti il conto.

“Se non fosse stato per il calcio, ora sarei finito come tanti ragazzi del mio quartiere. Sarei morto o in carcere, o là fuori in strada a drogarmi.”

Così cresce Carlos Tevez. Fuerte Apache forma la sua indole, tempra il suo carattere, gli lascia addosso i segni di un’esistenza mai facile. Già, i segni, non solo materiali. I segni, come quella vistosa cicatrice che gli attraversa il collo. Non c’è nessuna storia di criminalità però dietro quella cicatrice che contribuisce a creare un alone mistico intorno a Carlitos. Solo un pentolone d’acqua bollente che gli si rovescia addosso dieci mesi dopo che è venuto al mondo, lasciandolo per due mesi in ospedale. Quella cicatrice che al Manchester City volevano fargli sparire. “Siamo nel 2010, Carlos, la chirurgia estetica fa miracoli. Abbiamo un sacco di soldi qui, con i soldi compriamo tutto, con i soldi ti cambiamo i connotati, ti cancelliamo la cicatrice e ti diamo una faccia pulita e tutta nuova.” No, grazie, cari Citizens. Carlos Tevez si tiene la sua cicatrice, il suo segno distintivo. Il suo modo, forse, di ricordarsi quanto bastarda possa essere la vita.

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Se non sul collo, comunque, Fuerte Apache le sue cicatrici le lascia comunque addosso al piccolo Carlos. All’età di cinque anni, il padre biologico, che non lo aveva mai riconosciuto, resta ucciso in un agguato. Cose che succedono, e anche spesso purtroppo, da quelle parti. Il giovane Carlos, all’epoca ancora Martinez, cognome della madre, viene affidato alla custodia dello zio Segundo. Nel 1997, comunque, decide di riprendere il cognome del padre. E così ritorna Tevez. E così diventa Tevez.

Il 1997, l’anno in cui Carlos approda al Boca. L’anno in cui il ragazzino cresciuto nelle strade del barrio trova la sua ancora di salvezza, quel pallone al quale disperatamente tanti ragazzi si aggrappano per sfuggire alle angherie della vita. Il tredicenne Carlos è cresciuto tirando calci nel barrio insieme al suo amico Dario. Anche Dario aveva trovato una via di fuga nel pallone, aveva trovato il Velez Sarsfield sulla sua strada.

Ma sulla strada di Dario, c’erano altri ostacoli. A 15 anni, lascia il Velez, si unisce a una banda di strada. Delinquenti con la pistola in mano, purtroppo, non quelli con il pallone tra i piedi da noi venerati. A soli 17 anni, Dario è ricercato dalla polizia con l’accusa di omicidio. A soli 17 anni Dario spara un colpo. Forte, secco, deciso. Come un destro di Tevez, uno di quei destri che fa secco il portiere avversario. Quello di Dario però non è un destro. E’ una pallottola alla tempia.

Dario si uccide, braccato dalla polizia. Dario è il motivo che ricorda ogni giorno a Carlos Tevez quanto strette possano essere le strade della vita e quanto lui sia stato fortunato ad imboccare quella giusta. Dario, che viene ricordato da Carlos dopo un gol con la maglia dell’Argentina under 17, è uno dei tanti motivi per cui Carlos Tevez è così legato al suo passato.

Il Boca, dicevamo. Carlos arriva alla Bombonera, e subito la fa sua. Subito conquista il Pueblo. Con la sua grinta, la sua tecnica, la sua faccia tosta. Quella faccia tosta che ti serve come il pane per campare in un campionato in cui sconti non se ne fanno nemmeno quando arriva la crisi dei bond, nemmeno quando il popolo è ridotto alla fame. Quella faccia tosta, anzi, quel barbaro coraggio, che gli fa mimare una gallina -il dispregiativo con il quale i tifosi del Boca si rivolgono a quelli del River- dopo un gol nella semifinale della Libertadores. Con gli Xeneizes vince tutto. Campionato, Libertadores, Intercontinentale. Nel 2003, quando Costacurta scivola sul dischetto del rigore scavando una buca di dimensioni colossali.

Nel 2004, lascia il Boca. Per andare in Brasile, al Corinthians. Come in Brasile? Come al Corinthians? In casa del nemico, in casa degli odiati rivali. Sembra un fallimento scritto sul nascere, l’ostilità che lo accoglie si palpa con mano. Ma Carlos Tevez è speciale. A testa bassa, contro tutto, contro tutti. A testa bassa, col sudore della fronte. A testa bassa, con la voglia di fare suo ogni pallone, di spaccare tutte le porte a furia di siluri. A testa bassa, Carlos Tevez si prende anche il Corinthians. Diventa capitano del Timao, nel 2005 lo porta per mano alla conquista del Brasilerao. Nel 2004, vince anche la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atene, con il Loco Bielsa sulla panchina. La strada imboccata è quella giusta. Carlos Tevez è diventato un campione. Il suo futuro sembra destinato ad essere luminoso.

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Nel 2006 compie il grande salto, quello che tutti i campioni sudamericani hanno dovuto fare per legittimare la propria grandezza. L’Europa chiama. Non sono i grandi club a volerlo, è il West Ham. Ma Carlos non è mai stato il tipo abituato a trovare la tavola apparecchiata. Carlos è sempre stato il tipo che il pranzo se lo andava a cercare da solo. Con il coltello tra i denti. Agli Hammers la vita non è facile. Alan Pardew lo schiera sulla fascia, Carlos non riesce ad essere se stesso. Il commissario tecnico dell’albiceleste, Alfio Basile, lo chiama. Chiama lui e chiama Mascherano, altra vittima delle idee di Pardew. Andate via, scappate da Londra.

Carlos, un giorno, va via davvero. 25 novembre 2006, West Ham-Sheffield United. Il quarto uomo alza la lavagnetta luminosa. Sopra, in rosso, c’è il numero 32. Carlitos esce dal campo, Carlitos esce dallo spogliatoio, Carlitos esce dallo stadio. Prende e se ne va a casa. Lo strappo sarà ricucito, ma solo parzialmente. Pardew sarà cacciato, Carlitos verrà impiegato come seconda punta. I tifosi lo adorano, come sempre. Ma lui non si sente a suo agio. A fine anno, basta con Londra.

Il 10 agosto del 2007, il Manchester United versa 12 milioni di sterline al West Ham e si porta a casa Tevez. Un indemoniato alla corte dei Red Devils. In quei Red Devils ci sono Cristiano Ronaldo e Wayne Rooney, ancora una volta per Tevez non c’è niente di regalato. Deve sudarsi ogni presenza, deve accontentarsi di giocare sulla fascia, di stare lontano da quella porta che tanto vorrebbe sfondare. Nonostante le difficoltà, anche allo United vince tutto. Premier League e Champions al primo tentativo. La Champions, nella notte di Mosca, la notte in cui John Terry scivolò sul dischetto. La notte in cui Carlos Tevez mise il proprio mattoncino segnando il primo calcio di rigore. L’anno successivo, ancora Premier League. La Champions, invece, sfugge nella serata di Roma. Il Barcellona batte lo United 2-0, Tevez entra solo nel secondo tempo.

Intanto, Fuerte Apache continua a mandare richieste di aiuto a Carlos. Nel 2008, suo fratello e suo cognato vengono arrestati dopo un assalto ad un furgone blindato. Tevez interrompe ogni tipo di rapporto con loro.

Alla fine della stagione, però, lo United e Tevez separano le proprie strade. Carlos non ha voglia di fare il comprimario, Carlos vuole vincere da protagonista. Carlos vuole caricarsi sulle spalle la squadra e caricare lui stesso, a testa bassa. A luglio 2008, Carlos cambia maglia ma non città. Come ancora a Manchester? Come al City? Si, oltraggio massimo. I 29 milioni di euro versati nelle casse dello United fanno cambiare maglia all’Apache. Accusato di tradimento, accusato di essere un ingrato, accusato di qualsiasi cosa.

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A Carlos, come sempre, non piace molto parlare con la bocca. Preferisce farlo con il linguaggio del calcio, quello con il quale si sente più a suo agio. 19 gennaio 2010, Carling Cup. Manchester City-Manchester United, due a uno. Tevez, Tevez. Due reti, festeggiate con le mani prima portate alle orecchie e poi con le 4 dita che vanno a toccare il pollice, nel classico gesto del “parlate, parlate”. Con Gary Neville che gli rivolge il dito medio, nel mentre.

All’inizio della stagione 2010-11 Roberto Mancini gli assegna la fascia da capitano. L’Apache sembra pronto a prendersi anche il City. Vince il titolo di capocannoniere della Premier, insieme a Berbatov. Poi, le cose iniziano a guastarsi. L’attacco del City è affollatissimo. Dzeko e Balotelli, pagati a colpi di milionazzi, reclamano spazio, Tevez non gioca quanto vorrebbe. A settembre del 2011 lo strappo con l’allenatore italiano. Bayern Monaco-City, due a zero per i bavaresi. Roberto Mancini manda a scaldare Tevez, gli dice di entrare. No, grazie, io in campo non ci vado.

Con me ha chiuso e non scenderà mai più in campo almeno fino a quando io sarò l’allenatore del City.

(Roberto Mancini)

Passano sei mesi, sei lunghi mesi senza che Carlitos veda il campo, davvero. E per uno come lui deve essere stata una prigionia interminabile. Infatti, a marzo torna, ed è decisivo per la conquista della Premier. Quella Premier vinta in una partita memorabile, con i gol di Dzeko e Aguero in pieno recupero contro il QPR, con Joey Barton che si fa cacciare, dopo aver preso questioni proprio con Tevez, tra gli altri.

L’anno successivo, ancora alti e bassi. Ancora rapporti incrinati. C’è voglia di dire basta con l’Inghilterra. Anche qui Carlos ha vinto, anche qui ha dimostrato di essere un fenomeno. Ma ci vuole una nuova avventura, un posto dove sentirsi amato. Un posto dove poter tornare ad essere el jugador del pueblo.

E l’occasione arriva, da Torino. La Juventus ha vinto gli ultimi due scudetti, dominando il campionato in Italia. Ma per fare il salto di qualità definitivo, c’è bisogno di un campione, uno di quelli con la C maiuscola. Che possa guidare la squadra in Europa, verso quella Champions che manca da quasi 20 anni. Uno su cui contare sempre, un guerriero sul quale fare affidamento, dal quale aspettarsi in ogni momento una giocata decisiva. E Carlos Tevez è proprio quell’uomo.

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Tevez arriva a Torino e senza esitazioni si prende la numero 10. Un affronto al ricordo ancora fresco della ferita lasciata dall’addio di Del Piero, dice qualcuno. Una mancanza di rispetto, dice qualcun altro. Un gesto da spaccone, dicono altri ancora. Bastano poche partite, e a nessuno importerà più. Con i suoi dribbling, con il suo pressing ossessivo sui difensori avversari, con la sua voglia di mangiarsi ogni pallone, con i suoi (tanti) gol, Carlitos Tevez si guadagna sul campo il diritto di portare quella maglia numero 10.

Si prende la maglia numero 10 e soprattutto il cuore dei tifosi bianconeri. Dopo ogni gol il jugador del pueblo si alza la maglia. Una maglia nera, con una scritta bianca. Fuerte Apache. Ciudad Oculta. La Maciel. El Congo. La Palito. Villa 31. Ogni gol, una dedica. Ogni gol, un pensiero a quella gente che non ha avuto la sua fortuna, non ha imboccato la strada giusta. Ogni gol, un abbraccio. E la gente, la sua gente, la sua gente che lo ama, apprezza.

A La Palito, da qualche tempo, c’è un murales. Ritrae Carlos Tevez in maglia albiceleste. Già, quella maglia albiceleste che Tevez aveva lasciato a Santa Fe il 16 luglio del 2011. Con un rigore sbagliato contro l’Uruguay. Uno di quei rigori che gli avevano fatto vincere l’Intercontinentale. Uno di quei rigori che gli avevano fatto vincere la Champions. Già, quella maglia albiceleste che ieri, dopo 3 anni, Carlos Tevez ha riabbracciato nell’amichevole contro la Croazia. In Inghilterra, a Londra, ad Upton Park, casa del West Ham. Certe volte il pallone scrive dei romanzi che nemmeno il più fantasioso scrittore saprebbe immaginare.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro