Cara Coppa Italia, siamo qui per chiederti scusa. Sì, perché abbiamo qualcosa da farci perdonare. Non è colpa tua, per niente. E’ solo e soltanto...

Cara Coppa Italia,

siamo qui per chiederti scusa. Sì, perché abbiamo qualcosa da farci perdonare. Non è colpa tua, per niente. E’ solo e soltanto colpa nostra, che ti abbiamo maltrattato, bistrattato, strapazzato di qua e di là fino a farti perdere la tua anima e la tua identità. Siamo stati noi a ridurti in questo stato, cara Coppa Italia. Non è certo colpa tua se siamo arrivati a questo punto, e, anzi, in tutta onestà tu sei soltanto la vera vittima di questa triste situazione.

Tu sei sempre stata lì. Ci aspettavi, composta, nella tua solennità. Sotto quel freddo metallo, batteva un cuore, vibrava un’anima. Avremmo dovuto saperlo, avremmo dovuto immaginarlo prima di ridurti in queste condizioni. Sì, cara Coppa Italia, siamo stati delle bestie. E’ colpa nostra.

Dobbiamo tutti chiederti scusa, cara Coppa Italia, per quello che ti abbiamo fatto. Per le partite alle 15 di pomeriggio di un freddo mercoledì di gennaio, per gli spalti vuoti e inanimati, per le riserve delle riserve delle riserve schierate solo per farti un piacere, per squadre che non aspettano altro che finisca quella partita, per averti il più delle volte considerato un fastidio. Sì, cara Coppa Italia, forse dobbiamo proprio chiederti scusa.

Ti abbiamo mancato di rispetto, cara Coppa Italia. Abbiamo mancato di rispetto alla tua dignità, abbiamo offeso la tua storia e abbiamo sputato addosso alla tua tradizione. Abbiamo umiliato e offeso tutte le mani che hanno avuto il privilegio di posarsi su di te, e alzarti al cielo. Perché è vero, cara Coppa Italia, è vero che ormai, di te, ci ricordiamo solo quando -se va bene- si arriva a maggio e ci sono due squadre che si contendono il tuo possesso. Il diritto di alzarti al cielo in segno di vittoria.

Tu ci hai provato in tutti i modi a farcelo capire. Hai provato in ogni modo a renderti appetibile, a mettere addosso il vestito buono. Hai provato a cambiare formula, ad ammettere più partecipanti al tuo ballo, a mettere in palio anche un passaporto per l’Europa. Ma noi non abbiamo capito, freddi e insensibili come delle bestie feroci. Abbiamo fatto finta di niente.

Abbiamo continuato a trattarti come un intralcio, un impiccio, una rottura di scatole che arriva in ufficio a metà settimana, quando uno ha già le scatole girate dall’ordinaria amministrazione. Ti abbiamo iniettato in corpo un veleno mortale dal quale, probabilmente, non ti riprenderai mai più. E ti abbiamo condannato a un futuro di panchinari scarsi, di spalti deserti e indifferenza generale.

Non sappiamo se potremo tornare mai indietro, se potremo mai tornare ad onorarti come meriti, cara Coppa Italia. Ma la colpa è solo e soltanto la nostra. Anzi, a dirla tutta, la loro. Perché noi, cara Coppa Italia, in fondo ti vogliamo anche bene.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro