Cammina avanti e indietro sulla tolda della grande nave biancorossa. No, l’imbarcazione non si chiama Pequod ma Vicente Calderón, eppure Diego Pablo Simeone assomiglia...

Cammina avanti e indietro sulla tolda della grande nave biancorossa.

No, l’imbarcazione non si chiama Pequod ma Vicente Calderón, eppure Diego Pablo Simeone assomiglia più che mai al capitano Achab di Moby Dick.

Anche lui ossessionato da una terribile, inafferrabile Balena Bianca.

Si chiama Real Madrid e per ben tre volte lo ha lasciato praticamente morente fra i mari più agitati del vecchio continente. Il teatro è quello della Champions League, la rotta che soltanto i capitani più abili sanno percorrere sino in fondo. Lui c’è riuscito, in due occasioni negli ultimi tre anni, ma il capitolo finale era sempre lo stesso: la Balena Bianca, lì, pronta ad azzannarlo.

Nonostante l’avesse già ferita, in altri mari, in altri palcoscenici: come nel 2013, quando al primo appuntamento in Liga Diego Costa zittì subito il Santiago Bernabeu. Al termine di quella stagione il capitano sollevò un trofeo atteso diciotto anni: Atlético campione di Spagna, sopra il Barcellona e sopra il nemico storico. Ma non era finita lì: lo sapeva Simeone e lo sapeva la Balena.

A neppure una settimana dai festeggiamenti per la battaglia, era già in programma la guerra. Al da Luz di Lisbona, per una serata attesa da quarant’anni da qualsiasi tifoso dei Colchoneros. Diavolo! Quella finale mancava dal 1974, dall’Atlético di Toto Lorenzo, la squadra che in porta poteva contare su Miguel Reina (padre di Pepe) e in attacco sul futuro ct campione d’Europa Luis Aragonés.

E pensare che era riuscita pure a ferirla, quella maledetta Balena. La fiocina armata da Godín (che splendido ramponatore) era quasi riuscita ad ammazzarla. Sembrava incapace di reagire, fuori controllo di fronte alla carena d’acciaio di capitan Simeone. Tutto troppo facile, tutto troppo bello: al 93’ il colpo di coda, Sergio Ramos incorna e la nave biancorossa va improvvisamente a picco. Achab, nel primo scontro, aveva perso una gamba. Il Cholo perde qualcosa di più: per un secondo, la speranza.

Il sogno di essere superiore a quella bestia. Ma l’orgoglio del capitano si fa subito sentire. “Dopo una partita così non è il caso di piangere”, commenta a testa alta. E poi un’estate ad aspettare la prossima occasione, fra le fasce di bonaccia del calciomercato e delle stupide interviste al sole di luglio.

Poi l’occasione arriva (stavolta ai quarti di finale), ma ancora il Real Madrid emerge dai flutti e dopo il più classico degli 0-0 dell’andata butta fuoribordo la ciurma Atleti. Certo, l’arbitro Brych ci mette del suo con quell’espulsione folle di Arda Turan, ma il gol del Chicharito suona di nuovo come una zannata terribile alle ambizioni di capitan Simeone. Prosegue l’attesa, sale la rabbia verso quell’animale mitologico che sembra sbucare dall’acqua soltanto per punirlo. Un incubo destinato a ripetersi.

L’equipaggio nel frattempo si è arricchito di nuovi guerrieri, ma il risultato non cambia. La Balena si ripresenta a San Siro, nella finale ideale per consumare una vendetta. Il cielo di Milano si illumina di stelle, il patto della ciurma è pronto per essere onorato. Achab aveva costretto i marinai a bere dal legno del rampone suggellato con il loro sangue, Simeone si limita a guardare i propri uomini negli occhi. “Stavolta non falliremo”, pensa. Invece è di nuovo Ramos a comparire in area. E’ 1-0, ma c’è ancora tutto il tempo del mondo.

Lo chiamano il Cholismo, quella corrente calcistica diventata quasi una filosofia, talvolta per sbeffeggiare un gioco brutto da vedere e mai aggraziato. Ma una cosa è certa: questi ragazzi non mollano mai, è il loro capitano a ordinarglielo. Eccolo lì, il rigore che potrebbe cambiare la storia. Maledetta, maledetta bestia, tu che concedi quel briciolo di illusione per poi spazzarla via! Griezmann stampa il tiro dagli undici metri sulla traversa, la maledizione pare assumere contorni infiniti.

Qualcuno si sarebbe già arreso, loro no. E’ Carrasco a mantenere viva la luce, quando la notte oceanica sembra più nera che mai: corre alle spalle della difesa avversaria e, come un arpione affilatissimo, trafigge Navas. Il Real Madrid barcolla, i suoi campioni si guardano intorno e per una volta dubitano. Dubitano terribilmente. Peccato che i tempi supplementari si concludano con il risultato ancora in parità. Ai calci di rigore, quella porta appare fin troppo stretta per il destro angolato di Juanfran: palo, dannatissimo palo. La Balena ha vinto ancora, alza la Coppa di fronte al rivale di sempre. Simeone se ne sta immobile fra i coriandoli bianchi e non distoglie mai lo sguardo.

Potrete anche mozzargli la gamba, ma lui non smetterà di lottare: magari se ne farà costruire una di avorio da un falegname, incidendovi sopra le iniziali del proprio nemico. RM, un monito per i tempi futuri. Perché l’occasione si presenterà ancora, ne è certo. In fondo è la caratteristica principale dei nemici: non possono fare a meno l’uno dell’altro. Così la Balena tornerà di nuovo, con il suo palmarès pieno di trofei e il suo galattico squadrone. Ne è sicuro capitan Simeone, mentre passeggia avanti e indietro sulla tolda della grande nave biancorossa, nello stesso momento in cui a Nyon estraggono la pallina con su scritto Atlético Madrid.

Ci ritroviamo ancora. Ma stavolta… vedrai che stavolta…”.

Mattia Carapelli
twitter: @mcarapex