Campioni del Mondo: storia di una cavalcata – Italia-Germania Campioni del Mondo: storia di una cavalcata – Italia-Germania
Ripercorriamo insieme, attraverso gli occhi del tifoso, gli occhi di tutti noi, la magica cavalcata dell’Italia nell’estate del 2006. Nelle altre puntate vi abbiamo... Campioni del Mondo: storia di una cavalcata – Italia-Germania

Ripercorriamo insieme, attraverso gli occhi del tifoso, gli occhi di tutti noi, la magica cavalcata dell’Italia nell’estate del 2006. Nelle altre puntate vi abbiamo raccontato il girone eliminatorio e le partite contro Australia e Ucraina.

Semifinale: Italia-Germania

Ecco, mi ero dimenticato che in quel periodo c’era anche la mia prima sessione estiva all’Università. I miei primi esami a luglio, dopo anni in cui a giugno si chiudeva baracca e burattini e si andava in vacanza. Certo, poteva andarmi peggio. Molti dei miei amici, quelli che ancora andavano alle superiori, erano alle prese con l’esame di maturità. Visto oggi, lo rifarei mille volte. Visto con gli occhi dello studente, la maturità era ancora uno spauracchio insormontabile. Fatto sta che, il giorno dopo Italia-Germania, io avevo un esame da dare. Un esame per il quale avevo studiato abbastanza. Un esame del quale non ricordavo niente. Mi rifiutavo di ripetere le ultime cose. Accendevo in continuazione il televisore a caccia delle novità dell’ultima ora. Ero andato a comprare Gazzetta, Corriere e Tuttosport, e leggevo, avido, ogni singola riga di presentazione. La Germania padrona di casa, una squadra che aveva segnato 11 gol fino a quel momento. Noi, però, potevamo rispondere con una difesa epica. L’unico gol preso, fino a quel momento, ce l’eravamo fatti da soli. Fabio Cannavaro aveva sostituito l’angelo custode nei miei sogni.

Fatto sta che l’attesa, a un certo punto, finisce. Mio padre, a mia insaputa, aveva organizzato tutto in giardino, portando il televisore più grande e comprando carne in quantità industriale per sfamare tutte le bocche invitate al banchetto. Certo, perchè, visto il successo dell’esperimento dei quarti di finale, tutti o quasi i presenti alla partita con l’Ucraina vennero invitati a replicare con la visione di Italia-Germania. Il manuale del tifoso scaramantico non aveva nulla in contrario. Il tabù era stato sconfitto, anche se il campione statistico non era rilevante, approvai. Mi piazzai, però, al posto più vicino al televisore, che era anche quello più esposto alle scorribande delle zanzare. C’eravamo, la storia era a un passo.

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Della partita, almeno fino ai momenti conclusivi, ricordo ben poco. Forse perchè quando concentri tutte le tue energie nel cercare di tenere a bada i battiti impazziti del tuo cuore, la memoria fa cilecca. Ricordo che partiamo forti, non da Italia. Ricordo che provo in tutti i modi a rimanere concentrato. Ricordo che tremo quando Podolski si gira e batte a rete, ma in porta c’è Gigi Buffon che è, in questo momento, l’unica vera sicurezza della mia vita. Andiamo ai supplementari. Sono sfiancato, distrutto come se avessi giocato anche io davanti al muro del Westfalen Stadion di Dortmund. Ma il mio cuore ancora non sa che quella che verrà nella prossima mezzora sarà una delle esperienze più probanti della sua esistenza. Tutto quello che non è successo nei 90 minuti, come in una tragedia classica in cui tutto tende a risolversi nel finale, succede nei supplementari. Dove la classe, la tecnica, l’organizzazione non contano. Dove contano il cuore, i polmoni e la voglia di vincere, la voglia di rimanere aggrappati a un sogno.

Nell’ordine: Gilardino va via a Metzelder, lo umilia e lo lascia sul posto, sterza, batte a rete annusando l’opportunità di entrare nella storia. Il pallone supera Lehmann e incoccia sul palo. Sul mio volto si dipinge una cupa e tetra disperazione. E’ maledetta, anche stavolta. Dovrò subire l’ennesima onta della mia carriera da tifoso della Nazionale. Ne sono certo. Stringo forte a me il braccio più vicino, che non ricordo nemmeno di chi sia. E ricomincio a mangiarmi nervosamente le mani. Sudando come un suino. Qualche minuto dopo Gianluca Zmbrotta si ritrova da solo al limite dell’area sugli sviluppi di un corner. Distende il piede alla perfezione, la palla si alza, si alza, si alza un po’ troppo all’ultimo e termina la sua corsa contro la traversa. Urlo di rabbia. La rabbia di chi vede in quei due legni la manifestazione evidente di un destino che non solo ha deciso di esserci avverso. Un destino che ha deciso proprio di prenderci per il culo. Mi viene voglia di alzarmi, mollare tutto e andare a ripetere per l’esame di domani.

La Germania intuisce che quei due legni ci hanno fatto vacillare. Intuisce che siamo vulnerabili, adesso. Le squadre si sono allungate, gli attacchi si susseguono senza sosta. Si corre da una parte all’altra, aggrappati alla sola forza della disperazione. I tedeschi si presentano in sei contro quattro nella nostra metà campo, siamo già verso la metà del secondo supplementare. Podolski batte a rete. Un missile. Inizio ad alzarmi, penso che è meglio prendere gol adesso e non soffrire poi dopo ai rigori. Penso che non c’è il golden gol, non sarà come quel maledetto gol di Trezeguet di sei anni prima. Penso che magari da domani smetterò di seguire il calcio. Penso tutto questo perchè sono convinto che quel pallone entrerà. Nemmeno io ho fatto i conti con Buffon. Nemmeno io ho fatto i conti con il nostro angelo custode che, ancora una volta, allunga le mani, schizza con la velocità di un proiettile e respinge in corner la conclusione di Poldi. Pazzesco. Gigi ha fatto ancora un miracolo.

Poi arriva il tredicesimo minuto del secondo tempo supplementare. Sono, e non mi vergogno di dirlo, i quattro minuti più intensi della mia vita, finora. Ok, forse esagero, ma non mi vengono in mente altri quattro minuti in cui il mio cuore ha viaggiato a quelle frequenze, a quei ritmi. Inizia tutto con Andrea Pirlo che carica un sinistro al veleno, spedito brillantemente in corner da Lehmann. Prosegue con il corner battuto, la difesa tedesca che allontana e Andrea Pirlo che si impossessa del pallone. Credo di non aver mai urlato così forte “TIRAAAAAA” per 4-5 volte in fila. E Andrea Pirlo continua ad avanzare in orizzontale, danzando sul pallone. E poi Pirlo non tira. Poi Pirlo si inventa una giocata che farà la storia del calcio. Un no look che libera Fabio Grosso. E’ un appuntamento con la storia, con la leggenda. Uno dei palloni più pesanti della storia del calcio mondiale sta per essere recapitato sul piede sinistro di un onesto terzino, uno che fino a qualche anno prima la Nazionale se la sarebbe solo potuta sognare. Ma Fabio Grosso è l’uomo del destino. Fabio Grosso colpisce con il tiro migliore della sua vita. Fabio Grosso fa gonfiare la rete. Fa esplodere le pareti del mio cuore. Mi ritrovo a terra, seppellito dalla gioia dei miei amici, dei miei parenti, del mio gatto che spaventato è fuggito verso di me. Non sto nemmeno capendo cosa sta succedendo.

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Sto ancora esultando, la Germania è ripartita rabbiosamente. Si riversa in attacco, butta in mezzo un pallone. Non potrò mai dimenticare quel momento. Un pallone spiove in area, pericoloso. Svetta, in mezzo al nostro fortino, la testa di Fabione Cannavaro. Il Capitano salta più in alto di quanto la fisica gli possa consentire. E poi, dopo neanche un secondo, fa un altro balzo, ancora più forte, ancora più imperioso, per sottrarre il pallone a Podolski. Non c’è spiegazione in questo piccolo grande uomo che si erge a Dio per superare i suoi limiti e salvare la nostra porta. Non c’è spiegazione fisica, non esiste ragione. E’ solo la voglia di vincere che permette tutto questo. Tutto il resto, nella mia mente, è un ricordo annebbiato. Ero ancora appeso a una trave della struttura del gazebo.

Ero ancora una bestia urlante. Mentre il pallone arriva a Gilardino, mentre Alex Del Piero si sta facendo 70 metri di campo per andarsi a prendere la rivincita, la redenzione dopo gli errori di Euro 2000 che ancora gli pesano sulla coscienza. Alex Del Piero segna, e i battiti del mio cuore, invece che rallentare per lo scampato pericolo e per una finale praticamente certa, accelerano all’impazzata. Sarà una notte di baldoria, sarà una notte di urla, di canti, di birre, di bandiere e clacson. Sarà una notte che finirà all’alba, direttamente davanti l’ingresso della Facoltà, giusto il tempo di passare a casa a prendere il libretto e darsi una sciacquata.

Sarà un esame vergognoso, con la voce roca e i concetti che fanno fatica a uscire dalla testa. Chi se ne frega, siamo in finale, l’esame lo darò alla prossima sessione. Poi, senza capire come nè perchè, mi siedo su quella sedia e in totale trance sfango un 26 che non posso rifiutare. La Gazzetta che sbuca dalla 24 ore del Professore è un segno evidente della politicità di quel voto. E’ un’estate magica.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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