Campioni del Mondo: storia di una cavalcata. Italia-Francia Campioni del Mondo: storia di una cavalcata. Italia-Francia
Ripercorriamo insieme, attraverso gli occhi del tifoso, gli occhi di tutti noi, la magica cavalcata dell’Italia nell’estate del 2006, quando salivamo di prepotenza sul... Campioni del Mondo: storia di una cavalcata. Italia-Francia

Ripercorriamo insieme, attraverso gli occhi del tifoso, gli occhi di tutti noi, la magica cavalcata dell’Italia nell’estate del 2006, quando salivamo di prepotenza sul tetto del Mondo, senza che nessuno avesse mai creduto in noi.

Il racconto di quella cavalcata. Il racconto dell’ultimo atto. Il racconto di Italia-Francia, Berlino, 9 luglio 2006.

Finale: Italia-Francia

Ancora noi. Ancora loro. Come nel 1998, come nel 2000. Sono passati sei anni, ma io ho ancora addosso la rabbia, i rimpianti, le lacrime della traversa di Gigi Di Biagio e dei gol di Wiltord e Trezeguet che mi hanno spezzato il cuore. Siamo arrivati alla finale del Mondiale, siamo a Berlino. L’approccio a una partita del genere è sempre contrastante. Essere qui è già qualcosa di meraviglioso, di storico. Eppure, tutto quello fatto finora diventerebbe francamente inutile, anzi doloroso e non necessario, se dovesse andare storta questa partita. Insomma, una finale o la vinci, o è meglio non averla mai giocata. Poche storie.

Trascorro giorni di attesa, euforia, che di tanto in tanto si trasformano in terrore e panico. Non potrei sopportare un’altra delusione. L’ennesima sconfitta amara. Un’altra beffa del destino per questo maledetto pallone. Ho anche rinunciato a preparare un esame in programma l’11 luglio. Di studiare non ne ho più voglia, al diavolo tutto. Voglio pensare solo a Gigi Buffon, a Fabio Grosso, a Ringhio Gattuso, a tutti quelli che mi stanno facendo vivere un sogno. 9 luglio. Siamo, ovviamente, tutti di nuovo nel giardino in cui abbiamo visto Italia-Germania. Non ci spostano più nemmeno con le cannonate. Io sono seduto dalle 17 al mio posto a seguire ogni prepartita, ogni collegamento, ogni servizio. Vivere l’attesa è straziante, lacerante, ma ti fa godere a pieno quello che sta per succedere. Intorno a me la gente è bardata in bandiere di ogni tipo. Gente che non ha idea delle minime regole del gioco del calcio si è dipinta la faccia con i colori della bandiera italiana. Da una parte sono un po’ geloso, come se qualcuno che non se lo meritasse si stesse appropriando di qualcosa che è mio. Di qualcosa per cui io soffro, lotto e combatto 365 giorni l’anno. D’altra parte capisco che la Nazionale è una delle pochissime cose in grado di tenere unito questo Paese.

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E poi si comincia. Noi in maglia azzurra, loro in maglia bianca. Il contrario di Euro 2000. E’ già un bu0n segno. Lippi ha mandato in campo Buffon, Zambrotta, Cannavaro, Materazzi, Grosso, Camoranesi, Gattuso, Pirlo, Perrotta, Totti e Toni. Loro hanno uno Zidane in forma spaventosa. E’ il giocatore più forte al mondo in quel momento, e io lo rispetto e lo temo, come ogni campione. Nemmeno il tempo di partire, nemmeno il tempo di capire come si metterà questa partita. Sei minuti, passano solo sei minuti e Malouda si inserisce nella nostra retroguardia che è insolitamente fuori posizione. Materazzi lo tocca, Malouda sviene a terra. Non ho nemmeno bisogno di guardare Elizondo indicare il dischetto. La tensione sfuma. Mi arrendo all’inevitabile destino che ci attende. Se una partita comincia così, non ci sarà niente da fare. Zidane si presenta sul dischetto. E quando mai lo sbaglia un rigore Zidane? E invece lo sbaglia quasi, prova un cucchiaio irriverente, il pallone rimbalza sulla traversa e poi dentro, dentro, purtroppo è dentro. Ancora una volta sembra che il destino non voglia solo esserci avverso. Non voglia solo essere contro di noi. Quel cucchiaio che sbatte sulla traversa ed entra in porta significa che il destino, ancora una volta, vuole prenderci per i fondelli.

Ora, io sono convinto di una cosa. Se Zinedine Zidane avesse tirato quel rigore senza cercare di ridicolizzarci, noi quella partita non l’avremmo più pareggiata. Perché se ero io, a casa, svuotato di ogni energia dopo 6 minuti, figuratevi loro in campo. E invece quel rigore irriverente, quella beffa, quell’oltraggio, ci ha fatto rialzare la testa più in fretta del previsto. Ci ha caricato ancora di più. Ci ha messo dentro una rabbia senza eguali. E infatti i ragazzi in campo fanno esattamente quello che mi aspettavo. Reagiscono, con tutta la forza che hanno in corpo. Al diciannovesimo minuto Andrea Pirlo batte un corner, una pennellata perfetta verso la testa di Marco Materazzi. Che sale in cielo, ancora una volta. Salta dove nessuno può arrivare, salta con tutta la forza che ha in corpo, cosciente che quel pallone significa il pareggio, significa rimanere aggrappati al nostro sogno. Sale in cielo e la butta dentro, con una fucilata. Uno a uno. Il cucchiaio, Zizou, puoi metterlo dove sai.

Su un corner simile, Luca Toni stacca ancora sulla palla di Pirlo, e colpisce ancora un legno. L’ennesimo di questi Mondiali. Ma sono successe così tante cose in questi Mondiali che davvero non so se è il segno di una beffa imminente o solo un capriccio del Fato che vuole farci soffrire senza ritegno fino all’ultimo respiro. Il secondo tempo si apre con la Francia all’attacco, all’assalto, e noi disperatamente dietro a soffrire. Entra anche Daniele De Rossi, che aveva appena finito di scontare la sua squalifica. Toni segna, ma non esultiamo nemmeno perchè il fuorigioco è evidente anche a occhio nudo. Buffon ci salva su Henry, e senza altre emozioni si va ai supplementari. Di nuovo, come contro la Germania. Oramai le mie energie nervose sono al limite. Dopo questa partita avrò bisogno di un mese di riposo.

Energie ce ne sono davvero poche. E la Francia sembra averne di più. Soffriamo, maledettamente. Ribery sfiora il palo alla destra di Buffon. Alla fine del primo supplementare, Zidane danza sul pallone, lo accarezza, allarga per Sagnol che mette in mezzo un pallone perfetto. Che trova proprio la testa del numero 10. Solo, in mezzo all’area. Abbandonato da tutti, dimenticato. Zidane che può colpire indisturbato di testa e indirizzare il pallone all’angolino. Mi dispero, metto le mani in faccia, penso che per l’ennesima volta sarò costretto a versare lacrime amare per la maglia azzurra. Ma non ho capito che in porta abbiamo un fenomeno. Un fenomeno che vola, in un attimo, a prendere anche questa. Un fenomeno che vorrei abbracciare e ringraziare, abbracciare e non lasciarlo andare mai più. Grazie, Gigi.

Il secondo supplementare non offre grandi emozioni. Nessuno vuole rischiare di perdere adesso. Noi, soprattutto, preferiremmo farci annettere dall’Impero austroungarico piuttosto che prendere un altro gol dalla Francia all’ultimo respiro di una finale. Per cui attendiamo i calci di rigore. A 9 minuti dai rigori, però, la Storia si ferma. Materazzi e Zidane si parlano. Il 10 francese, che stava andando via, si gira, di scatto. Rifila una violenta testata nel petto del difensore azzurro, che vola via al suolo. Tutto questo, ovviamente, nessuno lo ha visto in diretta. Le immagini si muovono su Materazzi disteso a terra e per qualche secondo ci chiediamo tutti cosa sia successo. Quando il replay ci mostra l’accaduto, esplodiamo. Un misto di rabbia e incredulità.

Sento persone che mai avrei immaginato conoscessero certe parole, esplodere all’indirizzo del televisore. E’ un momento incredibile. Zinedine Zidane, il campione all’ultima partita, l’uomo più atteso, ha dato fuori di testa. Letteralmente. Si prende il rosso, se ne va. Ora, tecnicamente, perdere Zidane a 9 minuti dai rigori, non era poi una cosa sconvolgente. La partita era indirizzata. Ma dal punto di vista mentale, fa tutta la differenza del mondo. Noi ci stringiamo ancora di più nella nostra corazza. Ci sentiamo in dovere di vincere, ancora una volta, per fare un dispetto a Zizou. I nervi dei francesi tremano. Non sono più così saldi.

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Poi arriva il triplice fischio, e i calci di rigore. Chi dice che i rigori nel calcio siano solo questione di fortuna si sbaglia, e di molto. Forse non ne ha mai tirato uno, perché tirare un rigore in una finale Mondiale è un’impresa che solo chi ha una mente di ferro può sopportare. Comunque, mentre io mi tolgo la maglia bagnata di sudore, siamo pronti per i rigori. Immagino i miei rigoristi, a chi li farei tirare io. Ma la scelta è quasi obbligata. Per primo si presenta Andrea Pirlo. Non riesco a capacitarmi della tranquillità di questo ragazzo. La calma olimpica e l’indifferenza, quasi il menefreghismo, con cui si presenta sul dischetto e tira il suo rigore centrale, spiazzando Barthez come fosse la cosa più facile del mondo. Uno a zero, uno a zero, uno a zero. Mettiamo la pressione su di loro.

Wiltord però non trema. Prende un respiro profondo, qualche metro di rincorsa e batte Buffon senza pietà. Spiazzato, uno a uno. Il macigno è di nuovo sulle nostre spalle. Respiro affannosamente, sperando che questa tortura finisca subito. Per quale motivo al mondo ho deciso di infliggermi la tortura di appassionarmi al calcio? Per vivere serate come questa? Per farmi accelerare il battito cardiaco e rischiare il collasso, per qualcosa che sta succedendo a 1.808 chilometri da casa mia? Si, forse si. Tocca a Marco Materazzi. Da qui in poi, ognuno dei nostri rigoristi ha una storia particolare. Marco ha sostituito Alessandro Nesta durante Italia-Repubblica Ceca e non è più uscito dal campo. Ha segnato il gol che ci ha spianato la strada verso la qualificazione, ha segnato quello, due ore fa, che ci ha fatto rimanere vivi. Aggrappati al sogno. Matrix piazza il pallone sul dischetto, l’arbitro glielo fa spostare, lui non fa una piega. Lo sguardo concentrato, da duro. Lo sguardo giusto, quello di chi paura non ne ha mai avuta, nella vita. Passettini corti, un sinistro all’angolino dove Barthez, che è corto, non ci può arrivare. Due a uno, due a uno, due a uno.

Adesso tocca a David Trezeguet. Proprio il ragazzo che ci squarciò il cuore sei anni fa, nel frattempo diventato uomo, nel frattempo diventato uno dei cannonieri più letali d’Europa. Di fronte ha Gigi Buffon, il suo portiere. Gigi lo guarda dritto negli occhi, David cerca di evitare lo sguardo del suo compagno. Per cercare di evitarlo alza gli occhi, mira in alto. Un po’ troppo in alto. Il destro di David incoccia la traversa e rimbalza per terra. Come quello di Zidane. Io, nella confusione, non capisco nulla. Niente. Potrebbe essere entrato di un metro come essere fuori di due. Potrebbe essere successo tutto. La gente sbraita, urla, esulta, smadonna. Aspetto il replay, solo dopo il terzo mi convinco che è fuori. E siamo in vantaggio. Avanti.

Daniele De Rossi. Che è tornato in campo oggi, dopo la squalifica. Che con questo calcio di rigore può farsi perdonare quell’ingenuità. Che può dimostrare di aver imparato la lezione, di avere i nervi saldi e la testa a posto. Danielino piazza un siluro all’incrocio, imparabile. Uno di quei rigori che potrebbero anche finire alle stelle e farti maledire il firmamento. Ma è dentro. Tre a uno per noi. Abidal non sente la pressione e mette dentro il suo rigore, spiazzando ancora una volta Gigi Buffon. Ma se noi buttiamo dentro i prossimi due…n0, meglio non dirlo, meglio tacere.

Tocca ad Alex Del Piero. Lui che sui rigori è una sicurezza, ma che in maglia azzurra ci ha fatto penare nel 2000. Ha trovato il perdono con quel gol alla Germania. Con questo rigore ci dimenticheremmo di tutto, Ale. Io mi stringo alla sedia. Mi abbasso, non voglio guardare. Un errore di Ale sarebbe una pugnalata troppo forte, un fendente dritto in mezzo al cuore che non potrei sopportare, a nessun costo. Non mi tradisce, Ale. Non l’ha mai fatto. Quattro a due. Tocca a Sagnol, che non può sbagliare. Che ha la responsabilità sui suoi piedi. Gigi Buffon potrebbe entrare definitivamente nella leggenda parando questo rigore e facendoci correre ad esultare. Non succede, perchè anche Sagnol spiazza Gigi.

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Qui, adesso, l’orologio si ferma. Il pallone è tra le mani di Fabio Grosso. L’uomo che ci ha salvato contro l’Australia. L’uomo che ci ha fatto sognare contro la Germania. L’uomo che può farci saltare tutti per aria, noi e i nostri cuori. E’ una trama troppo perfetta per essere vera. Per essere un lieto fine. Ripenso a tutte le volte in cui il destino, in questa cavalcata, ha voluto prenderci per i fondelli. Penso che questo è il match point, ma se lo sbagliamo, possiamo anche andare a casa, raccogliere le bandiere e metterci a dormire. Semplicemente, se Grosso sbaglia questo rigore, la perderemo questa partita. Penso, nella mia mente malata, che non ho mai visto Grosso tirare un rigore. Come lo tirerà? Come tutti i bravi difensori, proverà la legnata dritta e centrale? Proverà a scegliere un lato, chiudendo gli occhi? Lo sparerà alle stelle, incespicherà, cadrà a metà corsa, si farà respingere il pallone con una ciabattata moscia? Non lo so, non lo voglio sapere.

Mi giro di spalle. Non voglio vederlo. Non voglio saperlo. Non voglio più saperne niente di questo sport. E’ una tortura, una tortura maledetta, infinita, senza redenzione. Odio il calcio, odio la vita, odio tutto. Sbaglia questo rigore e facciamola finita, Fabio. Guardiamo la Francia alzare la Coppa e torniamo a sperare in un futuro migliore. Mi giro di spalle, qualcuno prova a girarmi di forza verso il televisore, ed è l’ultima cosa che ricordo. Perché poi è solo un’esplosione. Tutto intorno a me prende fuoco. La città esplode in un ruggito, tutta insieme. E’ un giubileo di clacson, di trombette, di grida. Mi metto a piangere e corro a tuffarmi nell’erba come se fossi a Berlino, come se fossi lì con loro. Resto disteso di schiena ad ammirare il cielo sulla mia testa. E’ il cielo più bello che abbia mai visto. Seppellitemi qui, con una maglia di Fabio Grosso e una stella di Campione del Mondo nel cielo.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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