In pochi, in pochi davvero sarebbero venuti a conoscenza della pazza storia di Alex Molodetsky se un giorno, nel 1989, il quotidiano russo dell’organizzazione...

In pochi, in pochi davvero sarebbero venuti a conoscenza della pazza storia di Alex Molodetsky se un giorno, nel 1989, il quotidiano russo dell’organizzazione giovanile del Partito Comunista Komsomol’skaja Pravda, non avesse indetto un concorso. La redazione chiedeva ai suoi fedeli lettori di inviare le storie più strane legate ai loro successi. Sportivi, s’intende.

Da lì, tra le centinaia di missive arrivate al giornale, ci fu quella che raccontava la storia di un giovane e talentuoso attaccante russo: anni 25, nome Alex. Il suo giorno di gloria si completò su un campo di terza divisione del campionato di calcio russo, con in dosso la maglia dello Stroidel Poltava. L’impresa di Alex Molodetsky era quella di aver realizzato un rigore. Di testa. Con tanto di rincorsa.

Di mestiere, Molodetsky faceva l’insegnante di canto e il direttore del coro della chiesa, nella sua Poltava, città di 300mila abitanti, oggi appartenente all’Ucraina. Molodetsky era punta centrale dello Stroitel. Tutto iniziò durante una messa, proprio in chiesa, quando Molodetsky disse di aver sentito la “chiamata divina”. Qualche giorno dopo, il 13 agosto del 1971, proprio durante l’allenamento, l’allenatore gli si avvicinò, esclamando le seguenti parole: “Se segni un rigore di testa giocherai nella nazionale ucraina”. Molodetsky non se lo fece ripetere due volte: “Probabilmente stava scherzando, ma io l’ho preso sul serio”, ebbe modo di confessare alla rivista russa Divo-90, che ricostruì la sua storia nei minimi particolari.

Tutto si compì nella partita successiva, quando Alex Molodetsky, 25 anni, russo, attaccante dello Stroitel, squadra di terza divisione, prende una rincorsa di 8 metri e colpisce la palla tuffandosi verso il dischetto. La sfera entra in rete, rotolando di fronte al portiere avversario, estasiato. “In quel momento ho capito istintivamente che avrei segnato”, ricorda Molodetsky. I compagni di squadra gli si fecero subito vicino, pensando che fosse inciampato. Lo stesso portiere, preoccupato, non provò neanche ad opporsi al tiro sbilenco. In realtà, dopo il compimento della scrittura, per Molodetsky si fece nuovamente sotto la chiamata dall’alto. Svenne, e si risvegliò solo dopo aver ricevuto l’aiuto dei compagni, che accorsero con bottiglie piene d’acqua per rinfrescarlo.

Parliamoci chiaro: l’impresa di Molodetsky è una di quelle che sconfinano nella leggenda. L’unica conferma rintracciabile negli archivi della storia del calcio russo è la testimonianza del giocatore stesso. Ma le sue gesta non si fermarono. Anzi, scorrete lo schermo, che siamo solo all’inizio.

Un giorno, al Kirsha, il campo d’allenamento dello Shakhtar (42 ettari di verde a pochi minuti dal centro, dieci campi, una foresteria, un percorso d’allenamento che s’insinua nel bosco, un’area relax con le play station e il biliardo, il lago dove i tanti brasiliani si danno appuntamento per preparare il churrasco), ecco al campo d’allenamento dello Shakhtar si presentò uno sconosciuto, chiedendo di sostenere un provino. “Era un tipo davvero eccentrico – ricorda Viktor Zvyahintsev, che all’epoca giocava in difesa e diventò, tra l’altro, uno dei migliori arbitri dell’Unione Sovietica –. Ebbe la sfortuna di imbattersi subito in Vitaly Starukhin, la stella della nostra squadra, nonché il più burlone di tutti”.

Starukhin, infatti, chiese per prima cosa al giovane visitatore di presentare una richiesta scritta all’allenatore, specificando tutte le esigenze contrattuali, tra cui: un appartamento di 3 stanze in centro e una Volga (automobile più in voga all’epoca). Dopodiché gli fece affrontare una serie di prove fisiche: prima lo costrinse a spingere una carriola piena di terra per più di 50 metri, poi gli chiese di sfidarlo in un duello calcistico, uno contro uno, a tutto campo. “Vitaly lo ha dribblato talmente tante volte che il ragazzo era diventato cianotico. Gli abbiamo dovuto dire di smetterla perché avevamo paura che gli avrebbe fatto venire un infarto”, continua Zvyahintsev. L’ultima prova proposta di quel burlone di Starukhin aveva a che fare con le gesta eroiche dello stesso Molodetsky. Disse allo sconosciuto, infatti, che avrebbe dovuto tirare un rigore. Ovviamente di testa. A quel punto Molodetsky, desolato, cambiò idea, e decise di tornare a casa, a Poltava. Lo Shakhtar, forse, non era la squadra per lui.

Tornato a casa, Molodetsky non si perse d’animo. Riuscì a trovare tempo per l’ennesimo hobby tutto suo: oltre al calcio e al canto, si dedicò all’ascolto delle trasmissioni radio di tutto il mondo. Il suo errore, come ha poi ricordato in un’intervista alla rivista Segodnya, fu quello di raccontare agli amici che aveva ascoltato la BBC e la Voice of America.

Nel 1976, una macchina non identificata parcheggiò davanti casa sua e, prima ancora di capire cosa stesse succedendo, Molodetsky fu prelevato e portato in un ospedale psichiatrico di Poltava. “Per otto mesi è stato un inferno: mi sottoponevano ai trattamenti forzati – ha raccontano –. Mi hanno ridotto in uno stato pietoso, poi mi hanno trasferito all’ospedale psichiatrico Dnipropetrov’k. In quella clinica c’erano criminali pericolosi, dissidenti politici, tutti sotto farmaci, ridotti a vegetali. Mi hanno accusato di aver organizzato una rete di spie, e tuttora non so come ho fatto ad uscirne vivo. Forse mi ha aiutato il mio passato da atleta”, aggiunse. Alla fine, quando venne dimesso, Molodetsky fece ritorno nel suo paese, a Poltava: continuò a fare il direttore del coro in chiesa, e si diede anche allo studio degli strumenti musicali. Non di rado, la domenica, lo si vedeva alle prese con l’organo nella cattedrale di Poltava. La musica sacra lo aiutò a riprendersi dagli orrori vissuti.

Ma non era ancora finita. Non per il momento. Dopo il suo rilascio, infatti, Molodetsky sviluppò la sua nuova, ennesima passione: questa volta si mise in testa di elaborare algoritmi di predizione degli eventi. I muri della piccola casa in cui viveva insieme alla madre erano pieni zeppi di fogli, riempiti di misteriose equazioni: “È un algoritmo universale – disse –. Se lo inserisci in un computer, puoi predire il futuro, determinare il punto adatto da trivellare per trovare il petrolio o prevedere i terremoti”. Non contento, Molodetsky elaborò anche un vero e proprio programma scritto ad hoc per le squadre di calcio, in grado di fornire “dati unici nel loro genere, per far sì che i giocatori non perdano mai”.

Il problema più grande era che Molodetsky, un computer, non poteva permetterselo. Scrisse così una lettera al presidente ucraino Leonid Kuchma, con cui chiedeva un prestito e accennava alla sua grande impresa, il rigore segnato di testa, a 25 anni, ai tempi dello Stroitel.

La risposta della Commissione di Stato dell’Ucraina non fu quella che si aspettava: niente soldi, così diceva la lettera di ritorno. Inoltre, riferendosi al suo gol di testa, usava parole ben precise: “trucchetto da circo”. Dicono che quelle parole fecero infuriare Molodetsky, come non mai. E, forse, contribuirono a spegnere il suo animo irrequieto. Per sempre.

Raffaele Nappi
twitter: @RaffaeleNappi1

*I retroscena di quest’articolo sono stati presi in prestito da quel libro spettacolare che si intitola “Undici Metri, arte e psicologia del calcio di rigore”, scritto da Ben Lyttleton per Tea Edizioni.