Noi che siamo cresciuti in strada, con un pallone tra i piedi, ne abbiamo viste tante e poi tante. Ogni pomeriggio era un sogno,...

Noi che siamo cresciuti in strada, con un pallone tra i piedi, ne abbiamo viste tante e poi tante. Ogni pomeriggio era un sogno, una magia che si ripeteva in continuazione.

E non c’era mai niente di banale, perchè la nostra fantasia ogni giorno ci permetteva di dare vita a qualcosa di nuovo. Partitelle a tutto campo, oppure più tranquille varianti del giuoco del calcio, ma tutte con due caratteristiche imprescindibili: il divertimento interminabile e la sicurezza che, in ogni caso, prima o poi sarebbe finita a ceffoni.

Andiamo dunque a ripercorrere, con le lacrime che ci rigano il volto per la fortissima botta di nostalgia, i 7 giochi del calcio di strada che hanno segnato la nostra infanzia.

La tedesca

Soltanto il campionato argentino ha regole più complicate di quelle della tedesca, regole che potevano variare di quartiere in quartiere. Bastava infatti spostarsi di pochi metri e un colpo che a casa nostra valeva 3 punti, qualche altro lo faceva valere 5. Il che, ovviamente, dava adito a polemiche e litigate infinite, spesso risolte a cinghiate. Le regole di base, quelle che non cambiavano mai, erano che un fesso andava in porta, e gli altri cercavano di fargli passare un brutto quarto d’ora tentando di segnargli gol che valevano la sottrazione di punti, ma solo se segnati al volo. E poi c’era quel meraviglioso strumento chiamato “colpo di culo”. Ogni traversa colpita era un bonus per non andare in porta.E, quando ci si faceva bloccare il pallone, toccava smadonnare e andare in porta. Per non parlare delle innumerevoli amicizie morte per colpa della “bastarda”.

L’americana

Uno in porta, due a scannarsi tra di loro  per cercare di fare gol al portiere. Questo svago, solitamente finiva nel sangue, dal momento che i due contendenti decidevano di risolvere la tenzone a colpi di calcioni, in virtù del fatto che saltare l’uomo in spazi spesso ridotti non è poi così facile. Qualche volta poteva capitare che, per precedenti vicissitudini o per episodi di corruzione sorti sul momento, il portiere potesse essere in combutta con uno dei due giocatori, lasciando passare, in maniera del tutto insospettabile oppure (se proprio voleva far innervosire l’altro) in maniera palese tutti i tiri del suo favorito. Per non parlare di quante volte l’uomo in porta, se si trattava di un torneo con classifica, avesse interessi a far vincere uno piuttosto che un altro. Insomma, l’americana è stata la prima esperienza per molti di noi con la magica parolina “combine”.

Il tutti contro tutti

Le guerre di secessione e quelle civili hanno lasciato molto meno sangue per terra rispetto a quanto ne abbia sparso il tutti contro tutti. Non era quasi mai organizzato intenzionalmente, ma erano spesso le circostanze a mettere in piedi una partita di tutti contro tutti. Quando il gruppo di ragazzini è lì da più di un’ora, e non si riesce nè ad arrivare ad un numero pari per la partitella, o a trovare un accordo sulle squadre, allora il fenomeno di turno proponeva, urlando: “Dai, facciamo il tutti contro tutti”. In genere il più pacato di tutti se ne andava in porta, gli altri davano vita a una tonnara indescrivibile, tra calcioni, pugni, schiaffi e sputi in faccia. Alla fine del tutti contro tutti in genere si contavano i morti, e  per i 3 giorni successivi nessuno dei partecipanti riusciva a prendere parte a nessun tipo di attività che prevedesse la deambulazione.

Il battimuro/Muretto

Se buona parte dei ragazzi cresciuti in strada è diventata scema, è colpa del battimuro. Un flipper di rimpalli, in cui più di qualcuno ci ha rimesso qualche arto, o il naso, più spesso. A seconda che si giocasse con un  pallone di cuoio (fortunelli) o con un Super Tele, ci si poteva distruggere i piedi a furia di prendere addosso palloni che prendevano velocità e forza ogni volta che incocciavano sul muro oppure sfasciarsi menisco, legamenti, rotula e quant’altro lisciando una sfera che prendeva direzioni diverse e imprevedibili a ogni tocco. In genere il battimuro finiva con la gente che si tirava reciprocamente addosso il pallone urlandosi frasi irripetibili. Le regole potevano variare da regione a regione, ma in fondo, forse, nessuno le ha mai capite a pieno. E nemmeno importava così tanto.

Il porta a porta

No, non è Bruno Vespa, non ci sono plastici e discussioni da bar sulla manovra finanziaria o sul delitto di Cogne. Porta a porta, per noi, vuol dire solo una cosa. Noi da una parte, il nostro avversario dall’altra, a tentare di fare gol da una parte all’altra del campo. In base alle regole di ingaggio si potevano usare le mani oppure no. Se non si potevano usare le mani, di solito ci si faceva malissimo tentando di parare il pallone con le parti del corpo meno prevedibili. In genere, naso, muso e denti erano le parti preferite. Quando invece si potevano usare le mani, in genere si usavano per provare a fare gol simulando il rinvio del portiere. E si perdeva il conto dei palloni andati persi per le terre agricole circostanti.

La partitella

L’apice dei nostri pomeriggi estivi di gioventù, il momento più atteso. Radunati dai 10 ai 14 disperati per strada, e fatte, dopo accesissime discussioni, ovviamente, le squadre, si poteva giocare in un modo che poteva ardimentosamente definirsi organizzato. C’erano i fenomeni che non la passavano a nessuno, quelli che legnavano chiunque, quelli che attaccavano briga per qualsiasi cosa. L’assenza di un arbitro (a meno che qualcuno che solitamente aveva il gesso, che da piccoli era abbastanza frequente, non volesse sentirsi parte del gioco) rendeva il tutto più cruento e sanguinolento. La durata della partita era ovviamente indefinita, e il fischio finale avveniva per circostanze ogni volta diverse: la mamma che chiamava tutti a raccolta, il pallone disperso, e, ultimo ma più frequente, la litigata furibonda tra uno o più giocatori.

La pallina in casa

Non è strada, ma  è una parte ineludibile della nostra infanzia. Quando calava l’inverno, e fuori non si poteva più andare, ecco che le nostre eroiche gesta si trasferivano in casa, per la gioia delle nostre mamme che dovevano raccogliere suppellettili distrutte e fare la conta delle impronte lasciate sui muri. I più fortunati avevano uno o più fratelli con cui dare vita in casa a vere e proprie faide. Nulla insegna il controllo di palla e il saper giocare negli spazi stretti quanto aver giocato per anni in casa con una pallina (di gomma, o, in assenza d’altro, di Gazzette dello Sport arrotolate) con qualche disperato che tenta di azzannarti le caviglie tra un soprammobile e un tavolo. I lividi lasciati dagli spigoli e dalle pantofole della mamma duravano a lungo.